La
notte di San Giovanni ha origini pagane essendo l'adattamento cristiano
alla festa del sole, ed è conosciuta anche come "la notte
delle streghe", o "la notte del fuoco". E proprio perché
considerata una notte "magica" che in tutta Italia si mettono
in pratica antiche tradizioni divinatorie. La più conosciuta,
e semplice, è quella dell'albume d'uovo nell'acqua. La ricordo
questa tradizione, io ed i miei fratellini la praticavamo quando abitavamo
in quella stanza sul terrazza del palazzo Comparone, “addret à
scalella”. Davamo un significato diverso al risultato, e poiché
era per noi impensabile sprecare un uovo, visto i disagi economici del
tempo, usavamo pezzetti di piombo che ci facevamo regalare. Infatti,
“addret à scalella”, cioè via Drengot, area
dove si stabilirono gli abitanti di Scala, città del salernitano
che seguirono la nobildonna che sposò in seconde nozze Rainulfo
Drengot, era uso praticarla la notte tra il 23 ed il 24 Giugno. "la
magica notte di San Giovanni", appena poco dopo il solstizio d’estate.
Era la notte in cui le ragazze da marito, dette anche “zitelle”,
praticavano questo rito tutto particolare: rompevano un uovo, ne versarne
l'albume in una bacinella di acqua fredda, la portavano fuori al balcone
o la poggiavano sul un davanzale di finestra, e al mattino, a seconda
dell'immagine coagulata che si era formata si "addovinava"
il mestiere del futuro marito. Oppure, se nel risultato "vedevano"
mazzettini di fiori, voleva dire che dentro l'anno si sarebbero sposate,
ma se vedevano anche spine vicino ai fiori avrebbero avuto problemi
sentimentali. I serpenti erano cattiverie e maldicenze nei loro confronti,
ma anche litigi familiari. In alternativa si usava il “piombo
fuso”: molto più
sbrigativo perché versato nell’acqua si raffreddava velocemente
e dalla forma che prendeva traevano previsioni sul mestiere del futuro
marito. Se poi era una notte di luna, le più coraggiose aspettavano
mezzanotte per poter vedere nella bacinella d'acqua dove avevano versato
il bianco dell'uovo il passaggio di una zattera sul fiume lo Stige,
il fiume dei morti,. Sulla zattera c’erano Erodiade e sua figlia
Salomè condannate per aver fatto decapitare San Giovanni. La
figlia aveva in mano la testa di San Giovanni Battista, e le coraggiose
ragazze potevano udire una sorta di cantilena: "mamma mamma pècchè
ò facist ? Figlia mia, pecche' ò dicisti? Mi facist' taglià
a capa e san Giovanni Battista."
Altro che alzarci a mezzanotte, noi bambini ben ficcati nel lettone
al calduccio dopo esserci riscaldati vicino “à vrasera”,
ci limitavamo, appena svegli, a dare il simbolo che la nostra fantasia
ci suggeriva, alla forma del piombo solidificato che avevamo versato
nell'acqua la sera prima. Non era questa la prassi da seguire, ma per
noi bambini, zitelle da sposare, o mariti “buoni partiti”
erano di la dal venire.
Salvatore di Grazia