| Bari,
sera d’estate, giornata di assoluto relax (sennò le
ferie a che servono?) in compagnia di un buon amico, Gennaro, e
di sua moglie Marisa, e tra una battuta e l’altra, un goccetto
e l’altro, si ricordano i vecchi tempi, di quando si viveva
nell’Antica Contea.
Si parla di Tizio, di Caio, sulla vita che conducono i nostri (ormai
ex) concittadini, sul degrado cittadino che sembra inarrestabile,
e inevitabilmente si pronuncia la fatidica frase “ti ricordi
di…” e si passa agli aneddoti di vita vissuta o sentiti.
Gennaro ha servito la Patria nelle Fiamme Gialle in mare e per terra,
e adesso si gode, meritatamente, la pensione da Luogotenente: all’epoca
di quello che leggerete, primi anni ’60 del secolo scorso,
aveva 12 anni, dunque un testimone affidabile. Suo padre, Domenico
Andreozzi, detto “Mimì ò chianchiero”,
aveva una avviata macelleria in via Plebiscito, proprio di fronte
al Sedile di San Luigi, dove adesso c’è una tabaccheria.
Mimì aveva un buon amico intimo, Gigino “ò sensale”
che abitava poco distante, in via Santa Marta 67, in quel portone
giallo che c’è ancora. Nel cortiletto interno aveva
la stalla dove riposava il suo pony, e lui abitava al piano superiore,
in compagnia di una sorella “zitella”. Gigino “ò
sensale” era un tipo tutto particolare: basso, tarchiato,
di stazza robusta viveva del suo mestiere di combinatore di affari
e di matrimoni, e poiché era in sovrappeso, girava esclusivamente
guidando un calessino trainato dal suo pony.
Un giorno Mimì “ò chianchiero” se lo vide
arrivare, tutto trafelato nella sua macelleria, e con la voce rotta
dall’affanno per la sia pur breve camminata alla quale non
era più abituato, l’amico gli chiese di andare subito
con lui a casa sua perché voleva fargli vedere un fatto “strano
assaje”, e toltosi il camice, Mimì lo seguì.
Arrivati alla stalla, Gigino gli indicò il pony: l’animale
era sudato, con la bava alla bocca come se avesse corso, occhi sbarrati…
e aveva la criniera e la coda annodate in tante treccine! Mimì
aiutò l’amico e la sorella a scioglierle, a ripulire
e calmare il pony, e la storia, per quanto inspiegabile, sembrò
finita lì.
Ma il problema si ripresentò puntualmente la mattina dopo
e nelle seguenti: stessa identica situazione, pony spaventato e
stanco, coda e criniera intrecciate. Scherzi di dubbio gusto? Non
erano compatibili con lo stato del pony. Spiriti dispettosi, “munacielli”?
Il dubbio si insinuò nei due amici, e Gigino si rivolse ad
una fattucchiera. Sentita la storia, questa “consulto”
i suoi contatti di chissà dove, e infine gli diede la risposta:
era opera di una “janara”, ed era anche fortunato perché
di norma il cavallo moriva dopo le folli corse alle quali veniva
costretto. Cosa fare per liberarsene? Doveva piazzare davanti alla
porta della stalla o una scopa, o spargere intorno al pony un pacco
di sale, così la janara, costretta a contare i i fili della
scopa o i granelli di sale, non si sarebbe accorta che si faceva
giorno, e non sarebbe più entrata.
Anche se perplesso, ma non avendo alternative, Gigino seguì
il consiglio e piazzò una scopa sulla porta della stalla.
Il mattino dopo, non avendo il coraggio di controllare, andò
da Mimì, e ci entrarono insieme: il pony era lì, calmo,
con la coda e la criniera perfettamente lisce.
E così nei giorni successivi, tant’è che il
fenomeno non si ripeté più: Gigino “ò
sensale” ricomnciò a girare col suo calesse, Mimì
a servire i clienti della macelleria, ma l’immagine del pony
dopo il “trattamento” subito dalla “janara”,
rimase impresso nella loro mente vita natural durante!
Salvatore di Grazia
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