Domenico Cimarosa

Nacque il 17 dicembre del 1749 da una famiglia molto modesta, e non fu di certo un figlio d’arte. La madre era lavandaia ed il padre un muratore che poi morì durante la costruzione della Reggia di Capodimonte.

Grazie all’interessamento di un frate di cui è incerto il nome, (organista nel convento di San Severo) che aiutò sia spiritualmente che materialmente madre e figlio nella miseria in cui erano caduti, studiò al Conservatorio napoletano di Santa Maria di Loreto. A completarne 1’educazione musicale dopo il Conservatorio sarebbe stato Nicolò Piccinni. Oltre che violinista, clavicembalista e organista, Cimarosa. fu anche un cantante fornito di cultura e di buoni mezzi vocali, e già ai tempi del conservatorio interpretò la parte del protagonista nell’intermezzo. Dopo varie esperienze nel campo della musica sacra, esordì come musicista teatrale al Teatro de’ Fiorentini nel carnevale del 1772 musicando un mediocre testo di P. Mililotti, Le stravaganze del conte, op. in 2 atti più un terzo costituito dalla farsa Le magie di Merlina e Zoroastro” (o Le pazzie di Stellidaura e Zoroastro, secondo P. Cambiasi), che non ricevette nulla più che un successo di stima. Quattro anni dopo, sempre su testi del Miliotti musicò “La frascatana nobile” (nota anche come La finta frascatana“) e l’anno seguente si sposò con Costanza Suffi. Alla morte della moglie per parto, ne sposò la sorellastra sedicenne, Gaetana Pallante, da cui ebbe 2 figli.

Cimarosa lavorava moltissimo, era famoso come il Paisiello, il Guglielmi, il Piccinni, ma colse il suo primo successo teatrale solo nel 1779 a Roma, al Teatro Valle, conL’Italiana in Londra“.

Sempre a Roma, nel 1780, scrisse la sua prima opera seria, il “Caio Mario” (su libretto attribuito a G. Roccaforte), seguita l’anno seguente da “Alessandro nelle Indie“, su testo di Metastasio. Comunque, la sua vena principale era quella comica, e ben presto divenne famoso in tutta Europa, fino alla Russia, ove venne invitato nel 1887 a sostituire il Sarti, che a Pietroburgo era maestro di cappella. Cimarosa accettò l’incarico, anche confortato dai consigli di Paisiello, appena reduce dalla corte di Caterina II, ed approfittò del viaggio per far sosta nelle principali corti italiane, dove venne entusiasticamente accolto e colmato, un po dappertutto, di preziosi doni. E cosi il lungo viaggio si protrasse dalla metà di luglio fino all’inizio di dicembre, e all’arrivo fu il duca di Serracapriola, plenipotenziario di Ferdinando IV re di Napoli, a presentarlo alla zarina, Caterina II. L’imperatrice lo accolse entusiasticamente, specialmente. dopo averlo sentito cantare e suonare al clavicembalo, e gli assegnò l’incarico di maestro di cappella, oltre a quello di insegnante di musica dei 2 nipoti. Iniziò così un’intensa attività, con una “Messa a 4 voci in sol min.”, eseguita per i funerali della duchessa di Serracapriola, cui fecero seguito una “Felicità inaspettata“, una “Atene Edificata“, oltre a drammi, cori e cantate. Ma l’estroversa Caterina II si annoiò ben presto del compositore Italiano e Cimarosa, adducendo motivi di salute fu ben lieto di riprendere, ai primi dell’estate 1791, la via del ritorno. Ma se il compositore ripartiva, rimaneva la sua musica che, ai di là del carattere della zarina, ricevette ancora largo favore, mentre le biblioteche dei teatri imperiali formarono un non piccolo museo cimarosiano.

Anche il rientro in Italia fu pieno di soste, più o meno lunghe e più produttive di quelle dell’andata.
Dopo aver sostato per 3 mesi a Varsavia, Cimarosa. giunse a Vienna, dove Leopoldo II era succeduto (nel 1790) a Giuseppe II. Leopoldo II non era particolarmente interessato al teatro musicale, ed il suo regno rappresentò per Vienna un momento di decadenza musicale. Intanto, in quei mesi il Salieri aveva lasciato la direzione del Teatro dell’Opera, Haydn era a Londra, Mozart era morto nel dicembre del 1791così il teatro era rimasto in mano agli Italiani e Cimarosa ebbe l’opportunita per il grande successo che gli era mancato in Russia. Fu incaricato di comporre un opera su parole del poeta Bertati, e ne nacque il suo capolavoro: Il matrimoniosegreto“(1792). L’opera ebbe tale successo che Leopoldo II, pur non amante della musica, invitò a cena il compositore, i cantanti ed i musicisti e li invitò poi a ripetere subito l’intera opera, donando alla fine 500 doppie doro napoletane al musicista.

– Dopo altre 2 opere,” La calunnia dei cuori” e “Amore rende sagace”, se ne ritornò a Napoli, preceduto dal successo del Matrimonio, che venne rappresentato come prima opera al Teatro dè Fiorentini per l’anno 1793. Ma non si trattava della stessa opera, era adattata a nuove esigenze di canto con l’aggiunta del nuovo duetto “Deh! Signore! “. Non ostante le modifiche l’entusiasmo non fu inferiore a quello manifestato all’estero, e l’opera fu rappresentata per 110 sere in 5 mesi.
Altro successo furono “I Traci amanti“(1793), cui seguirono le più note “Le astuzie femminili” ( 1794) e l’opera seria “Gli Orazi e i Curiazi” (1796). Si preparavano intanto gli avvenimenti che più negativamente avrebbero inciso sulla non felice vita del compositore: da una parte il primo manifestarsi dei disturbi nervosi che lo avrebbero portato alla morte, e dall’altra lo scoppio della rivoluzione napoletana del ’99.
Cimarosa aderì alla rivoluzione e alla Repubblica Napoletana con sincero entusiasmo, tanto da spingersi a scrivere un Inno repubblicano su parole di Luigi Rossi, che venne eseguito (secondo il calendario rivoluzionario) il 30 fiorile dagli allievi dei conservatori riuniti di Santa Maria di Loreto e quello di Sant’Onofrio. Naturalmente ne scontò le conseguenze quando trionfò la reazione, anche perché nascose nella propria casa il giacobino Nicaso di Mase; più fonti asseriscono che la sua casa venne saccheggiata ed il suo clavicembalo scagliato dalla finestra. Certo e che a nulla gli valsero un’inversione di rotta e la composizione di una Cantata a 3 voci, in occasione del ritorno di re Ferdinando, cosi come l’inno Bella Italia, su testo di Vincenzo dei Mattei di Torre Susanna.

-Era naturale, per allora, che ad una morte così repentina corrispondessero voci di avvelenamenti o addirittura di sicari strangolatori inviati dalla regina Carolina di Napoli, ma si trattò di gratuite invenzioni, di cui facero giustizia il certificato di morte reso noto 3 mesi dopo la morte. Venezia gli approntò esequie che manifestarono di quanto affetto il compositore godesse, con l’esecuzione. di una messa di Bertoja e con l’esecuzione di vari brani, tra cui una rielaborazione per flauto di un tema degli Orazi e Curiazi di Luigi Giannella. Il corpo venne inumato nella Chiesa di S. Michele Arcangelo, che adibita in seguito ad altro scopo, portò alla scomparsa dei suoi resti. Anche a Roma il cardinale Consalvi, che del compositore era intimo, volle che fossero celebrate solenni onoranze e commissionò a Canova un busto che attualmente si trova al Museo Capitolino; in seguito restituì al figlio di Cimarosa, Paolo, i manoscritti che il compositore gli aveva affidato alla partenza per la Russia e questi ne fece dono al Conservatorio di Napoli nel 1852.

Come viene ricordato

-Con Cimarosa l’opera buffa subì un totale rinnovamento, arricchendosi di sensibilità romantica e di una più intima fusione degli elementi vocali e strumentali, certom ma come lo ricorda la sua città natale? Oltre ad una Scuola Media Statale, ad Aversa portano il suo nome l’unico vero teatro della città costruito nel 1924, il Teatro Cimarosa appunto, la via in cui è nato, un monumento in Piazza della Stazione, e varie associazioni musicali hanno portato o portano il suo nome. Le Poste Italiane l’hanno onorato 2 volte, nel 1949 con un francobollo da 20 Lire a ricordo dei 200 anni della nascita, e nel 2001 in un foglietto di 4 francobolli da 800L/0,41€ dedicato al melodramma Italiano, in compagnia di Verdi, Bellini e Spontini… e stranamente l’annullo celebrativo fu adoperato a Venezia, e non ad Aversa. C’è stata anche l’Associazione Filatelica Aversana, che come logo aveva il francobollo da 20Lire a lui dedicato.

Ludovico Abenavolo

Nessun dato anagrafico su di lui. Si sa solo che fu uno dei tredici cavalieri italiani che capitanti da Ettore Fieramosca sfidarono e vinsero in duello altrettanti 13 cavalieri francesi in quella che è passata alla storia come “la disfida di Barletta”. La sua nascita fu vantata dal Comune di Teano su iniziativa dell’On. Angelo Broccoli e pure da Capua con il can. Iannelli, ma Gaetano Parente, dopo essere riuscito a dimostrare coi fatti che Cimarosa non era nato a Napoli bensì ad Aversa, “riportò a casa” anche l’Abenavolo.

Raffaele Lucarelli (1785-1867). Uno dei più grandi eruditi aversani del XIX sec. Socio dell’Accademia Pontaniana e implicato nei moti del 1820-21, fu primo cittadino aversano dal 1834 al 1836 per poi essere eletto nel parlamento del Regno delle Due Sicilie. Nel 1848, insieme ad altri sessantaquattro colleghi, prese pubblica posizione contro il criticabile comportamento di Ferdinando II nei fatti del 1848. Dopo l’unità fu valido aiuto di Gaetano Parente nell’amministrazione cittadina, restando consigliere, fino al 1867, anno della morte. La sua rinomata biblioteca di oltre venticinquemila volumi fu in parte acquisita dal Comune di Aversa per la cifra simbolica di cento lire.


(Dalle “note” della tesi di laurea del dott. Fasto – Cfr. L. MOSCIA, Aversa tra vie, piazze e chiese, Napoli-Roma, L.E.R., 1997, p. 359-360.)

Lo “scarpariello” di casa nostra

Dalla Signora Croce un’altra ricetta tradizionale Aversana, versione nostrana di un piatto Campano, sempre raccolta e trascritta da suo genero Luigi Marino. E’ la ricetta dello “scarpariello” di casa nostra, un piatto popolarissimo tanti anni fa: un pasto molto veloce a prepararsi per i calzolai (“scarpari”, da cui il nome “scarpariello”) nella zona del Lemitone (il nostro”Quartiere Spagnolo” per capirci), dove c’era un pullulare di fabbriche di scarpe a conduzione familiare. Le mogli, le figlie, le fidanzate e non, erano abili rivettatrici e orlatrici di pellami per scarpe, e dovendo lavorare preparavano un “pasto veloce” (oggi si direbbe “fast food”) nell’intervallo del mezzodì: lo scarpariello, appunto. Secondo altri, in realta’ questo pranzo, essendo un piatto povero, si preparava con i prodotti avanzati (vedi formaggi) che si avevano in casa, o con cio’ che regalavano (quasi sempre formaggi) allo “scarparo” la gente che non poteva pagarlo. La giornata dello “scarpariello” era specialmente il lunedì, giorno di riposo dei “scarpari”, quando si raccoglieva tutte le “regalie” e le si cucinava insieme al ragù avanzato la domenica. Adesso è diventato un piatto “etnico”, e molti “buongustai” discernano se lo scarpariello è più gustoso con i bucatini di Gragnano o con la pasta fresca, fatta in casa, di una volta. E altri lo consigliano pure con la mozzarella… Oggi la zona del Lemitone è piena di negozi di scarpe ubicati negli stessi pianterreni e garage che prima fungevano da fabbrichette, e lo scarpariello, se non avete voglia di cucinare, lo potete gustare anche in due tradizionali ristoranti cittadini, che non cito, e vi spiego il perché. In quattro siamo andati in uno di essi, l’altro era chiuso, ed è stata una grande delusione. Niente da dire sull’aspetto del locale, ma per il resto… Niente menù, servizio indecente, e “scarpariello” solo figurativo: bucatini a parte, niente a che fare con quello “originale”, come ricetta comanda. Bucatini al sugo spolverati di formaggio. Conto finale salato e scarabocchiato su un normale foglio di carta. Per amor Patrio, mi auguro che l’altro ristorante non sia dello stesso livello… Comunque vi presento due ricette, “classica” e “moderna”, provateci… (Salvatore di Grazia)

Ricetta classica per 2 persone Ricetta “moderna” per 4 persone
250 gr. di maccheroncelli o penne
600 gr. di pomodori freschi per il sugo(in alternativa pomodoro passato fresco nel setaccio della nonna o ragù del giorno prima)
50 gr di strutto (in alternativa burro) mia nonna usava lo strutto o addirittura grasso del prosciutto, ma anche ricotta di bufala
50 gr. parmigiano grattugiato
30 gr. pecorino romano
4 cucchiai di olio extravergine di oliva
1/2 spicchio d’aglio
Peperoncino a piacere o olio piccante (ricordate che alla fine il sugo deve essere piccante!)
Foglie di basilico e prezzemolo
½ Kg di Bucatini
Olio Extravergine d’Oliva , cipolla, aglio e peperoncino
50 g di Parmigiano
50 g di Pecorino Romano
50 g di Formaggio a piacere
1 Barattolino di Concentrato di Pomodoro, o il ragù del giorno prima

Preparazione per la ricetta “classica”: Sbucciate l’aglio, e tritatelo finemente fino a farlo diventare quasi una polvere;
Tritate finemente il basilico ed il prezzemolo fresco;
Pelate i pomodori, privateli dei semi e tritateli finemente con un coltello (in alternativa passateli al setaccio), ma spessissimo si usava anche il ragù avanzato della domenica, e nulla vieta che lo si faccia ancora;
Versate l’olio in una padella larga ed alta, accendendete il fuoco, e quando l’olio è caldo versate l’aglio ed il peperoncino;
Quando l’aglio si è imbiondito versate il pomodoro preparato precedentemente;
Fate cuocere il sugo a fiamma viva per circa 10-15 minuti, poi spegnete;
Spezzate con le mani, in pezzi di circa 3 dita, la pasta;
Fate cuocere la pasta “al dente” in acqua abbondante, poi scolatela e versarla nella padella con il sugo;
Accendete il fuoco a fiamma bassa e mescolate il tutto;
Aggiungete un poco alla volta lo strutto (sugna), una manciata di parmigiano e di pecorino, una manciata di basilico e prezzemolo (qullo precedentemente tritato) e mescolate;
Ripetete questa operazione fino al consumo di tutti gli ingredienti, ma attenti a non fare scuocere la pasta, e a cottura ultimata, portate a tavola (non dimenticatevi il vino fragola o rosso!) la padella fumante, mettetela al centro della tavola in modo che ogni commensale si possa servire da solo…

Preparazione per la ricetta “moderna”: Questa è la ricetta “moderna” per la scomparsa dello strutto dalle nostre tavole, ma se lo avete, seguite l’altra preparazione. Dunque, mettete sul fuoco una pentola d’acqua, e al momento dell’ebollizione versateci i bucatini e salate l’acqua. Mentre i bucatini cuociono, preparate il condimento.
In una padella profonda, soffriggete nell’olio l’aglio finemente tritato (adesso lo vendono già tritato), la cipolla ed il peperoncino anch’esso finimente tritato, aggiungete il concentrato e fatelo sciogliere nell’olio con poca acqua. Appena il sugo e’ pronto, versate nel padella del sugo i bucatini cotti al dente, aggiungete contemporaneamente i formaggi scelti e sempre a fuoco, fate saltare finché il formaggio non divenga crema tutt’uno con bucatini.
Il piatto và servito caldissimo, e anche questa versione andrebbe accompagnato da un buon bicchiere di vino di uva fragola (ò vin fravulillo per capirci), sennò un buon vinello rosso.

Chiesa di Sant’Antonio al Seggio

La Chiesa di S. Antonio e gli aversani: un binomio inscindibile per secoli. Non si può comprendere bene la presenza religiosa dei frati francescani e la loro operosità pastorale e il loro servizio sociale a favore di ogni persona se la si disgiunge dal popolo. Questa Chiesa, sorta quasi al centro della città, divenne nel corso degli anni, un cuore palpitante di vita spirituale e di impegno culturale illuminando menti e alimentando nel cuore di tutti la verità della fede. Nel 1866 i frati minori conventuali a seguito delle soppressioni garibaldine furono allontanati dal loro convento che, anno dopo anno, apparve destinato all’abbandono e al deterioramento definitivo delle sue strutture. Per un secolo e più c’è stata nei confratelli di ieri una “nostalgia » forte per l’antica dimora e un amaro sentimento per le difficoltà del ritorno”. Ma i figli di Francesco non hanno mai desistito, desiderosi sempre di vivere in “quelle celle” e di legare la loro consacrazione religiosa, nel monastero di S. Antonio, alla memoria del passato. Ed è stata questa “memoria” più viva delle pietre, più forte dei decreti, più fresca che mai, a dare impulso e tenacia ai tentativi per il recupero. Questa memoria del passato non ha mai cancellato gli eroismi degli eminenti confratelli vissuti in quel convento ed ora beatificati e canonizzati dalla chiesa come il Beato Bonaventura, il Beato Lucci, San Francesco Antonio Fasani. Ma andiamo con ordine ad illustrare tutto il complesso di Sant’Antono al Seggio partendo proprio dalle…

Vicende storiche della Chiesa

Intorno al 1230 è attestata l’esistenza di questa chiesa; in un primo luogo dedicata a Sant’ Antonio Abate, poi, dopo la canonizzazione di “fra Antonio di Padova”, avvenuta nel 1232, fu intitolata al santo francescano. Il famoso Cartario di S. Biagio al n. 64, citato anche da Alfonso Gallo nel Codice Normanno 6, riporta la chiesa di S. Antonio: parlando di una permuta del 1231 nomina la «ecclesie Sancti Antonii » verso cui si deve offrire ogni anno un censo di una libbra di cera. Con l’arrivo dei Frati Minori, nel XIII secolo, viene edificata l’attuale grande chiesa, uno dei primi esempi di architettura gotica in Campania e testimonianza del grande livello culturale di Aversa medievale. Fin dalla metà del sec. XIV il convento fu sede di un importante studio minoritico, e fu più volte scelto come sede di Capitolo provinciali.Tra i religiosi aversani celebri ricordiamo il P.M. Antonio Aversani, Ministro Generale (1683-1689), il p.Tommaso d’Aversa e il p. Tommaso Ferraioli, eletti Ministri Provinciali nei Capitoli del 1679 il primo e del 1784 il secondo e il P.M. Antonio Fabozzi affiliato al Convento di Aversa, Procuratore Generale dell’Ordine (1689-1695).
Intorno al 1230 è attestata l’esistenza di questa chiesa; in un primo luogo dedicata a Sant’ Antonio Abate, poi, dopo la canonizzazione di “fra Antonio di Padova”, avvenuta nel 1232, fu intitolata al santo francescano. Il famoso Cartario di S. Biagio al n. 64, citato anche da Alfonso Gallo nel Codice Normanno 6, riporta la chiesa di S. Antonio: parlando di una permuta del 1231 nomina la «ecclesie Sancti Antonii » verso cui si deve offrire ogni anno un censo di una libbra di cera. Con l’arrivo dei Frati Minori, nel XIII secolo, viene edificata l’attuale grande chiesa, uno dei primi esempi di architettura gotica in Campania e testimonianza del grande livello culturale di Aversa medievale. Fin dalla metà del sec. XIV il convento fu sede di un importante studio minoritico, e fu più volte scelto come sede di Capitolo provinciali.Tra i religiosi aversani celebri ricordiamo il P.M. Antonio Aversani, Ministro Generale (1683-1689), il p.Tommaso d’Aversa e il p. Tommaso Ferraioli, eletti Ministri Provinciali nei Capitoli del 1679 il primo e del 1784 il secondo e il P.M. Antonio Fabozzi affiliato al Convento di Aversa, Procuratore Generale dell’Ordine (1689-1695).

Dopo la soppressione degli ordini religiosi del 1810 e 1866 la chiesa del Seggio venne officiata da un sacerdote secolare.Nel 1928 Mons. Settimio Caracciolo offrì ai frati Minori Conventuali l’opportunità di tornare in Aversa, mettendo a disposizione della loro comunità la chiesetta di S. Girolamo già delle povere Figlie di Santa Chiara. (clarisse) fino al 1913 e abitata poi dagli Osservanti della Provincia di S. Girolamo della Marca. Dal 1928 in poi la presenza operosa dei frati si è distinta per l’impegno sociale: nel corso della guerra con spirito intraprendente e con volontà evangelica p. Pasquale Iovino creò la casa per gli scugnizzi di San Francesco, poi trasformata in Collegio per i Beniamini del Santo d’Assisi dai P. D’Antuono e Tripaldi. Nel 1949 il vescovo Antonio Teutonico vi trasferiva la sede della vecchia parrocchia S. Andrea Apostolo, col rettore-parroco il canonico Loreto Liguori, il quale ne curò i restauri post-bellici ed innalzò un grande trono marmoreo in onore del Santo, collocato sopra il maestoso Altare maggiore. Nel 1982 il nuovo vescovo Giovanni Gazza affida la chiesa all’Ordine dei Frati Conventuali della Provincia Napoletana, antichi possessori della chiesa e convento. Il primo rettore, Padre. Antonio D’Apice, religioso di grande fede e di vita apostolica, con la sua bravura riesce a far restaurare interamente la chiesa danneggiata dal terremoto del 23 novembre 1980 e inizia l’opera di risanamento e recupero del vecchio convento, ridotto in stato pietoso. Da quell’anno si sono succeduti i tentativi messi in opera dai Padri provinciali del tempo (Palatucci, Bonaventura Manzi, Antonio D’Apice) per riottenere dal Comune di Aversa l’antico convento, ma solamente grazie allo zelo di Mons. Giovanni Gazza e di Mons. Nicola Comparone, con l’aiuto di notabili e dell’allora sindaco della città. i frati Minori Conventuali hanno potuto riavere parte del convento di S.Antonio, e finalmente nel 1992 i religiosi lasciarono il Convento e la Chiesa di S. Girolamo per far ritorno nell’antico complesso di Sant’ Antonio al Seggio, mentre la Chiesa era già stata consegnata alla Provincia, dopo radicali restauri, dal settembre 1986. Centoventisei anni d’assenza, dicono gli storici, ma si può dire che, nel corso di questi anni, seppure è andato rovinato il convento, mai si è spento nei cuori dei figli del Poverello il desiderio di ridare all’antico e glorioso convento la gioia della fraternità conventuale, l’entusiasmo evangelico, dell’essere, per gli altri, la contentezza di potere continuare il racconto di San Francesco là dove altri furono costretti ad interromperlo. Il Messaggio di San Francesco rimane ancora attuale come l’impegno per la comunità dei francescani di Aversa perché nella città e nei cuori di tutti siano vivi la pace e il bene e si riaffermi la cultura della fedeltà e del rispetto: a Dio, all’uomo e alle cose create.

La mozzarella di Aversa

Sin dal 500 la mozzarella veniva prodotta in Campania graziata dalle sue fertili terre e dal suo clima mite, caratteristiche che creavano l’habitat naturale per il pascolo delle bufale, dal cui prezioso latte viene prodotta la tipica mozzarella di bufala campana. La mozzarella ha una storia antichissima; vi sono tesi storiche contrastanti circa l’epoca dell’introduzione dei bufali in Campania. Alcuni storici la fanno risalire al sesto secolo attribuendola ai Longobardi, ma qualche storico avanza perfino l’ipotesi che fossero già stati portati in Italia da Annibale. Secolo prima o secolo dopo l’unico dato storico incontrastabile è che la mozzarella di bufala è un tipico prodotto campano, e non a caso Carlo d’Angiò battezzò queste fertili terre con l’appellativo di “maison de roses“, ed è nella nostra regione che ancora oggi viene prodotta ‘unica ed inimitabile mozzarella di latte di bufala. Attualmente in Campania c’è l’80% del patrimonio bufalino nazionale e di esso l’80% fa capo al territorio Aversano.Il latte della docile e mansueta bufala d’acqua è il più pregiato usato dall’uomo per la produzione dei formaggi.La mozzarella di bufala campana si produce, secondo l’antica ricetta, esclusivamente con latte intero di bufala, con l’aggiunta di caglio (fermenti lattici) e sale.
Sin dal 500 la mozzarella veniva prodotta in Campania graziata dalle sue fertili terre e dal suo clima mite, caratteristiche che creavano l’habitat naturale per il pascolo delle bufale, dal cui prezioso latte viene prodotta la tipica mozzarella di bufala campana. La mozzarella ha una storia antichissima; vi sono tesi storiche contrastanti circa l’epoca dell’introduzione dei bufali in Campania. Alcuni storici la fanno risalire al sesto secolo attribuendola ai Longobardi, ma qualche storico avanza perfino l’ipotesi che fossero già stati portati in Italia da Annibale. Secolo prima o secolo dopo l’unico dato storico incontrastabile è che la mozzarella di bufala è un tipico prodotto campano, e non a caso Carlo d’Angiò battezzò queste fertili terre con l’appellativo di “maison de roses“, ed è nella nostra regione che ancora oggi viene prodotta ‘unica ed inimitabile mozzarella di latte di bufala.
Attualmente in Campania c’è l’80% del patrimonio bufalino nazionale e di esso l’80% fa capo al territorio Aversano.Il latte della docile e mansueta bufala d’acqua è il più pregiato usato dall’uomo per la produzione dei formaggi.La mozzarella di bufala campana si produce, secondo l’antica ricetta, esclusivamente con latte intero di bufala, con l’aggiunta di caglio (fermenti lattici) e sale.



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Il latte della prima mungitura, senza aggiunte e senza trattamenti, è il vero segreto della mozzarella di bufala campana.
Solo con il 100% di latte crudo appena munto e immediatamente trasferito nel caseificio è possibile produrre la vera mozzarella di bufala integrale. Nell’antichità, il latte di bufala veniva munto per essere offerto alla dea Luna per assicurarsi un propizio raccolto delle messi. Ancora oggi nelle risaie dell’Asia viene offerto come libagione per donare sollievo e ristoro dal duro lavoro…
La mozzarella, tipico elemento della dieta mediterranea, è caratterizzata dalla sua forma tondeggiante, dal colore bianco e dalla consistenza soffice.

Essa è ricca di vitamine, proteine, calcio e sali minerali che le conferiscono ottimi valori nutrizionali facendola diventare un ottimo secondo piatto, completo e leggero.
Le origini della mozzarella risalgono al medioevo: il nome deriva dal verbo mozzare, riferito all’azione del mastro casaro che consiste nel dare forma alla mozzarella. Infatti il processo produttivo, rimasto praticamente immutato nei secoli, prevede la realizzazione di un impasto di circa 3/4 Kg che viene poi modificato manualmente in forme più piccole.
 
..Si data al VII secolo l’introduzione della bufala in Italia, ma i riferimenti ai prodotti caseari ottenuti con il suo latte si infittiscono a partire dal dodicesimo secolo.
Dalla seconda metà del settecento la mozzarella, fino ad allora prodotta in scarsa quantità, conosce notevole diffusione in tutto il Sud.
Per La Mozzarella di Bufala Campana siamo addirittura al culto e i Campani diventano categorici: sono tollerate produzioni al di fuori delle zone auree (Piana del Sele e area Aversana) che seguano gli standard di queste… ma “mozzarelle” degne di questo nome al di fuori della Campania, semplicemente non esistono.

E meno che mai mozzarelle industriali che si raccomanda di conservare in frigo a 4°C. Il caratteristico profumo di muschio ed il sapore deciso del latte di bufala -totalmente assenti nel prodotto industriale- si conservano per due giorni se la mozzarella è tenuta in temperatura ambiente nel suo siero. Dal terzo giorno si mette in frigo senza il siero, e qui si asciuga divenendo perfetta per condire maccheroni, pizza, lasagne, melanzane alla parmigiana, crocchette…
È buonissima fresca, al naturale o condita con un filo d’olio extravergine di oliva e una macinata di pepe o anche con erbe aromatiche, come origano o basilico, con il quale ultimo si sposa alla grande. La “Caprese”, (un classico dell’estate) non è altro che mozzarelle a fette e pomodori freschi, olio sale e basilico.
Ai palati fini i campani consigliano di cuocere la mozzarella stagionata in frigo sulla Piastra con foglie di limone, oppure “in carrozza”, cioè fritta tra due fette di pane imbevute di latte e uova, con un po’ di noce moscata o altri aromi.
Che dire di più, se non invitarvi a scoprire i tanti modi di provare questa gemma dello scrigno gastronomico di casa nostra? La mozzarella di bufala DOP adesso viene commercializzata anche su internet, ed inviata via posta. Prodotta di mattina, rimane a riposare alcune ore per maturare, quindi nel tardo pomeriggio viene affidata al corriere espresso che provvederà a consegnarla nelle case di tutta Italia. Viene spedita immersa nel proprio liquido di governo (latticello), in buste per alimenti poste in appositi box di polistirolo.

Alcune delle foto seguenti mi sono state fornite da mio cognato Ciccio Cavallaro che fa questo mestiere in vari caseifici della zona, e che figura nell’ultima foto a destra, in primo piano e col sorriso smagliante, mentre Antimo e Peppe Lanna suoi cugini, e ovviamente cugini di mia moglie hanno fatto le cose in grande aprendo più punti vendita nella fertile pianura campana.
Come si produce

…L
a mozzarella di bufala campana DOP si produce secondo l’antica ricetta, esclusivamente con latte intero di bufala, con l’aggiunta di caglio (fermenti lattici) e sale. Il latte della prima mungitura, senza aggiunte e senza trattamenti, è il vero segreto della mozzarella di bufala campana DOP. Solo con il 100% di latte crudo appena munto e immediatamente trasferito nel caseificio è possibile produrre la vera mozzarella di bufala integrale.La produzione della mozzarella di Bufala Campana DOP si può sintetizzare nelle seguenti fasi principali:
Il Filtraggio e la Pastorizzazione Il latte fresco proveniente, da allevamenti attentamente selezionati, arriva ogni giorno al caseificio e viene immagazzinato in recipienti che non ne alterano le caratteristiche organolettiche. Prima di lavorare il latte è necessario liberarlo da tutte le impurità e dai corpi estranei. In seguito viene convogliato in un impianto di pastorizzazione dove fuoriesce a seguito di un trattamento termico alla temperatura di circa 35°C; da qui il liquido viene convogliato in altre vasche chiamate di coagulazione.



La Cagliata
All’interno delle vasche di coagulazione viene aggiunta una coltura batterica al latte al fine di raggiungere un grado di acidità che si avvicini a 5.5 pH/50 cc per mantenere costante la qualità della mozzarella. Il semilavorato viene quindi addizionato al caglio liquido per ottenere la cagliata.
 
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…Dopo circa un’ora e mezza si inizia il processo di rottura della cagliata, la quale dopo essere stata ridotta in piccoli pezzi viene messa in una vasca di maturazione.
La maturazione dura circa 5 ore durante le quali si realizza la demineralizzazione del calcio legato al caglio e la produzione di acido lattico. Raggiunto il pH ottimale la cagliata è pronta per essere filata


 
La Filatura
All’interno dell’impianto di filatura il semilavorato a contatto con l’acqua bollente viene filato fino a raggiungere una morbidezza ed un’elasticità che consenta di ottenere le varie forme e grandezze.


 




La caratteristica forma non sferica della vera mozzarella di bufala campana si ottiene dalla tradizionale lavorazione manuale che i nostri artigiani si tramandano di generazione in generazione.
Il Rassodamento e la Salatura


I
l formaggio viene quindi immerso in vasche a temperatura costante per rassodarlo per un periodo di circa 30 minuti. Rassodato il prodotto viene sottoposto alla fase di salatura per graduarne il gusto.
 
 


I Marchi,
garanzia
di qualità e genuinità





MARCHIO MOZZARELLA DI BUFALA CAMPANA
…Il Consorzio per la Tutela del Formaggio Mozzarella di Bufala Campana è stato costituito nel 1993 al fine di valorizzare in tutto il mondo questo prodotto tipico e genuino ottenuto tramite una accurata lavorazione tradizionale. La tipica denominazione di “Mozzarella di Bufala” venne riconosciuta nel 1993 in ambito nazionale con l’istituzione del marchio a Denominazione d’Origine Controllata (DOC) con il DPCM 10/05/1993. Il marchio con la dicitura Mozzarella di Bufala Campana è la garanzia della sua autenticità, sia rispetto alla tipicità che alla provenienza geografica. La vera Mozzarella di Bufala Campana viene infatti prodotta esclusivamente in sette province dell’Italia Centro Meridionale: l’intero territorio delle province di Caserta e Salerno e parte delle province di Benevento, Napoli, Frosinone, Latina e Roma.

MARCHIO DOP
…Nel 1996 la “Mozzarella di Bufala Campana” ebbe un ulteriore riconoscimento: prodotto a Denominazione d’Origine Protetta (DOP) con il Regolamento CEE n. 1107 del 12/06/1996, conferendo alla nostra un attestato “europeo” che identifica la vera patria del prodotto. La mozzarella che si fregia di questa “etichetta” ha una serie di caratteristiche che si traducono in una sicura garanzia per il consumatore: tipicità di origine, qualità delle materie prime utilizzate, tradizione del processo produttivo.

Alcuni “segreti” per conservare ed assaporare meglio la Mozzarella di Bufala Aversana
…Nella nostra mozzarella non troverete alcun conservante, ma allora come poter gustare meglio il sapore fresco, tipico di questo nobile formaggio? Ecco alcuni consigli pratici che val la pena di osservare:
Per conservarla più a lungo: non toglietela dal proprio liquido di governo e, se la temperatura esterna non è particolarmente alta (in inverno), non mettetela in frigo. Per cui se dovete mangiarla, e pensate che ne possa avanzare qualche pezzo, non buttate via l’acqua (liquido di governo) che la contiene.
Per assaporare al massimo il gusto prima di toglierla dalla busta che contiene il liquido di governo, immergetela in un contenitore con acqua tiepida e lasciatela per alcuni minuti. La Mozzarella apparirà più compatta ed il sapore del latte di Bufala sarà esaltato.
Per quanto riguarda l’abbinamento con il vino, si consiglia di servire, con la Mozzarella di Bufala Campana D.O.P., dei Bianchi leggeri, “vini giovani”, morbidi di medio corpo: tra questi, i più diffusi DOC sono il Greco di Tufo, lo Chardonnay Alto Adige, il Soave Classico, il Verdicchio Castelli di Jesi, l’Orvieto e il Vermentino di Gallura.e ovviamente l’Asprinio di Aversa.
Perché il sapore non è sempre uguale. Il latte con cui è prodotta la Mozzarella è anch’esso un alimento “vivo” in quanto soggetto alle variazioni delle condizioni climatiche, all’alimentazione della Bufala che lo produce ed alla lavorazione (pastorizzazione). troppi sono i fattori che influenzano la sua vita, per cui qualcuno potrà trovare particolarmente gradito il sapore nel periodo invernale ancorpiù che in quello estivo, o viceversa; questo, non certamente perché la lavorazione è effettuata con tecniche diverse a secondo del periodo in cui la si effettua, ma, come spiegato prima perché magari l’erba dei campi in cui pascolano le Bufale è stata soggetta a particolari condizioni, o perchéla produzione del latte è stata minore, magari a causa del freddo, ma più ricca di sostanze nutritive. Anche per quelli che operano da anni nel settore è difficile prevedere come sarà la produzione giornaliera.

 
Una sola cosa è certa, poco più o poco meno, ma il gusto ed il sapore della vera Mozzarella di Bufala Aversana resta inimitabile, e se vi capita tra le mani ecco 3 gustose ricette Aversane docg!

 

Mozzarella alla Milanese

Dosi per 4 persone
Tempo di Esecuzione: 30 minuti.
Ingredienti: 8 fette di Mozzarella di 2 cm di spessore – 100 gr di Burro – 2 Uova – Poca Farina, Sale
Esecuzione: Infarinare le fette di mozzarella e passarle nelle uova sbattute con un pizzico di sale. Far soffriggere il burro in un tegame, allinearvi le fette di mozzarella, farle dorare da ambedue le parti, disporle su un piatto di servizio, spruzzarle di sale e servirle subito.


Mozzarella ai Ferri
Dosi per 4 persone
Tempo di Esecuzione: 30 mm.
Ingredienti: 2 Mozzarelle – Sale
Esecuzione:
Tagliare le mozzarelle a fette dello spessore di 1 cm circa. Mettere al fuoco una griglia, quando la piastra sarà quasi rovente appoggiarvi sopra le fette di mozzarella: a contatto del calore il formaggio si dovrà rapprendere e formare sulla superficie una crosticina dorata. Rivoltare le fette con una paletta, lasciar formare la crosticina anche dall’altra parte e salarle. Si potrà servire la mozzarella ai ferri con un contorno di finocchi (o altra verdura) lessati e passati nel burro.


Mozzarella Fantasia
Dosi per 4 persone
Tempo di esecuzione: 1 ora
Ingredienti: 300 gr di salsiccia – una grossa mozzarella un mazzetto di prezzemolo, 1/5 di panna liquida, poco latte, sale
Esecuzione: Mettere in una casseruola la mozzarella con la panna, qualche cucchiaio di latte e un pizzico di sale;
cuocere a fuoco moderato fin quando il formaggio si sarà completamente sciolto.
Togliere la crema dal fuoco e lasciarla raffreddare.
Tagliare la salsiccia a pezzi, eliminare il budello, disporla su un piatto di servizio, versarvi sopra la crema prima che si solidifichi, cospargere con il prezzemolo tritato e servire.

Come dicevano i nostri nonni 4

N comme Napule
01) ‘Na mana lava l’ata e tutt’ ‘e doje lavano ‘a faccia!
Bisogna aiutarsi a vicenda.
02) ‘Nce ha chiavato chill’aglio arreto!
Danneggiare qualcuno.
03) ‘Nce vo’ pacienza a magnà ‘e carcioffole!
Le cose piacevoli sono difficili da raggiungere: ci vuole pazienza e tenacia.
04) ‘Ncopp’ a l’evera moscia ognuno sè struje ‘o culo!
Ognuno approfitta della bontà altrui.
05) ‘Ncopp’ ‘o morto sè canta l’assequia!
E’ tempo perso piangere sul latte versato.
06) ‘Nu ‘nturzà ‘o mazzariello!
E’ tipico dei ragazzi giovani.
07) Nun c’è mela senza mosche!
Dove c’è una bella donna c’è sempre un nugolo di corteggiatori.
08) Nun tè fidà manco d’ ‘a pettola d’ ‘a cammisa!
Non fidarti di nessuno, nemmeno degli abiti che indossi!
09) Nun te piglià tanti cane ‘a pettenà!
Non prenderti tanti incarichi fastidiosi!
10) ‘Nu pollece cecaje ‘n’uocchie a ‘n’elefante!
Anche una persona dappoco può dar fastidio ad un uomo importante!
O comme Ommene
01) ‘O viecchio guarda ‘o nuovo!
Le cose vecchie salvano le nuove.
02) ‘O chiù bunariello tene ‘a guallera e ‘o scartiello!
Sono uno peggiore dell’altro!
03) ‘O culo che nun ha maje visto ‘a cammina quanno ‘a vera sè schiatta ‘e rise!
Chi non ha mai posseduto oggetti di lusso non sa neanche apprezzarli.
04) ‘O facett’ abballà ‘ncopp’ ‘o cerasiello!
Gli ho fatto prendere un bello spavento!
05) Ogni altare tene ‘na croce!
Tutti hanno dei problemi.
06) Ogni capa è ‘nu tribunale!
Ognuno giudica secondo il suo punto di vista.
07) Ogni strunzo have ‘o fummo suojo!
Ognuno ha il suo carattere!
08) ‘O mollo rompe ‘o tuosto!
La dolcezza sconfigge la durezza.
09) ‘O pastore che vanta ‘o lupo nun vo’ bene ‘e pecure!
Chi sta dalla parte dei malvagi non può essere amico dei deboli.
10) ‘O pirchio le pare cà ‘o culo l’arrobba ‘a cammina!
Gli avari hanno sempre paura che qualcuno li vuole derubare.
P comme Penzame
01) Pane e caso, ma nun dicere ‘e fatt’ d’ ‘a casa!
Mangia frugalmente ma non raccontare le tue difficoltà finanziarie.
02) Panzella sotto‘e purtusillo ‘ncopp’!
Mettersi a pancia sotto.
03) Pare cà s’ ‘o zucano ‘e scarrafun’!
E’ così deperito che si direbbe che se lo rosicchiano gli scarafaggi.
04) Pare cà tene ‘nu strunzo appiso ‘nculo!
Si dice di persona che cammina a gambe larghe.
05) Pare ‘nu nureco ‘e fune!
Si dice di persona di bassa statura.
06) Parla c’ ‘o chiummo e c’ ‘o cumpasso!
Parlare con precisione e decisione.
07) Piglia ‘e sputazze pe’ munete argiento!
Sbagliare di grosso.
08) Po’ dice cà l’asteco chiove e ‘a casa scorre!
Poi si lamenta che non gliene va bene una.
09) Pure ‘nu caucio ‘nculo fa fa’ ‘nu passo annanze!
Ci sono tanti modi per andare avanti nella vita: la raccomandazione è la più diffusa.
10) Pure ‘o cazzo è pizzerillo e po’ se fa’ gruosso!
Le cose, gli affari, gli impegni man mano diventano sempre più grossi.
Q comme Quagliare
01) Quanno ‘a caurala volle, vuttece subbeto ‘e maccarune!
Negli affari e in amore bisogna saper cogliere il momento opportuno.
02) Quanno care ‘o ciuccio cè levammo ‘e fierr’!
Si entra in possesso dell’eredità dopo la morte del parente.
03) Quanno ‘e perzo l’omme, ‘e perzo ‘o nomme!
Quando una donna perde il marito, perde il nome, perde tutto.
04) Quanno nun è arta vosta jate a fa’ ‘nculo ‘e mamme voste!
Non si può pretendere di saper fare un lavoro se non si è specialista.
05) Quanno ‘o cavallo te chiava ‘nu caucio ‘o può maje taglià ‘a coscia?
Ad una persona cara che ti combina un pasticcio, non puoi ammazzarla di botte.
06) Quanno ‘o culo cant’ ‘a casa va avant’!
Quando si gode di buona salute, l’andamento socio-economico funziona alla perfezione.
07) Quanno ‘o grasso è ghiuto ‘o core: o sè taglia o sè more!
Quando una persona si è presa molta confidenza non resta altro da fare che allontanarla
08) Quanno ‘o mellone esce russo, ognuno né vo’ ‘na fella!
Quando un affare va bene tutti vogliono parteciparvi.
09) Quanno ‘o vino è doce sé fa’ chiù forte acito!
Le persone miti quando perdono la pazienza sono più pericolose delle altre.
10) Quanno tè miett’ ‘ncopp’ a doje selle, vaje a fernì c’ ‘o culo pe’ terra!
Il doppio gioco è sempre pericoloso
11) Quanno trasite, salutate, quanno ascite, faciteve è cazz vuostr… ………………………………………………………………………. Quando entrate, salutate, dopo esservene andati, parlate solo dei vostri problemi…
R comme Rusecare
01) Rafaniè, fatte accattà ‘a chi nun te sape!
Va da chi non ti conosce! Con me non farai più affari.
02) Recchia deritta: core afflitt0! Recchia manca: core franco!
Se ti fischia l’orecchio destro è cattivo segno, se è quello sinistro ti attende qualcosa di piacevole.
03) Refonnerce tierzo e capitale!
Perdere il capitale e gli interessi.
04) Reritto, reritto ‘nculo a masto Beneritto!
Si dice quando una cosa si è rivolta in danno di una persona che non c’entra affatto.
05) Rimme a chi sì figlio e tè rico a chi assumigl’!
Di solito i figli somigliano ai genitori.
06) Ricette ‘o pilo d’ ‘o culo: cà all’urdeme mò vulisse mettere ‘nculo?
Dì un po’, non hai mica intenzione di prendermi per scemo?
07) Ricette ‘o rancio: chi nasce stuorto nun po’ cammenà deritto!
Chi ha una cattiva indole non potrà mai rigare dritto.
08) Risponnere a maneca ‘e ‘mbrello!
Rispondere a casaccio, senza alcun nesso logico.
09) Robba ‘e magnatorio nun sé porta a cunfessorio!
I peccati di gola non vale la pena confessarli.
10) Rispetta ‘o cane p’ ‘o padrone!
Essere gentile con il figlio per rispetto del padre.

Come dicevano i nostri nonni 4

N comme Napule
01) ‘Na mana lava l’ata e tutt’ ‘e doje lavano ‘a faccia!
Bisogna aiutarsi a vicenda.
02) ‘Nce ha chiavato chill’aglio arreto!
Danneggiare qualcuno.
03) ‘Nce vo’ pacienza a magnà ‘e carcioffole!
Le cose piacevoli sono difficili da raggiungere: ci vuole pazienza e tenacia.
04) ‘Ncopp’ a l’evera moscia ognuno sè struje ‘o culo!
Ognuno approfitta della bontà altrui.
05) ‘Ncopp’ ‘o morto sè canta l’assequia!
E’ tempo perso piangere sul latte versato.
06) ‘Nu ‘nturzà ‘o mazzariello!
E’ tipico dei ragazzi giovani.
07) Nun c’è mela senza mosche!
Dove c’è una bella donna c’è sempre un nugolo di corteggiatori.
08) Nun tè fidà manco d’ ‘a pettola d’ ‘a cammisa!
Non fidarti di nessuno, nemmeno degli abiti che indossi!
09) Nun te piglià tanti cane ‘a pettenà!
Non prenderti tanti incarichi fastidiosi!
10) ‘Nu pollece cecaje ‘n’uocchie a ‘n’elefante!
Anche una persona dappoco può dar fastidio ad un uomo importante!
O comme Ommene
01) ‘O viecchio guarda ‘o nuovo!
Le cose vecchie salvano le nuove.
02) ‘O chiù bunariello tene ‘a guallera e ‘o scartiello!
Sono uno peggiore dell’altro!
03) ‘O culo che nun ha maje visto ‘a cammina quanno ‘a vera sè schiatta ‘e rise!
Chi non ha mai posseduto oggetti di lusso non sa neanche apprezzarli.
04) ‘O facett’ abballà ‘ncopp’ ‘o cerasiello!
Gli ho fatto prendere un bello spavento!
05) Ogni altare tene ‘na croce!
Tutti hanno dei problemi.
06) Ogni capa è ‘nu tribunale!
Ognuno giudica secondo il suo punto di vista.
07) Ogni strunzo have ‘o fummo suojo!
Ognuno ha il suo carattere!
08) ‘O mollo rompe ‘o tuosto!
La dolcezza sconfigge la durezza.
09) ‘O pastore che vanta ‘o lupo nun vo’ bene ‘e pecure!
Chi sta dalla parte dei malvagi non può essere amico dei deboli.
10) ‘O pirchio le pare cà ‘o culo l’arrobba ‘a cammina!
Gli avari hanno sempre paura che qualcuno li vuole derubare.
P comme Penzame
01) Pane e caso, ma nun dicere ‘e fatt’ d’ ‘a casa!
Mangia frugalmente ma non raccontare le tue difficoltà finanziarie.
02) Panzella sotto‘e purtusillo ‘ncopp’!
Mettersi a pancia sotto.
03) Pare cà s’ ‘o zucano ‘e scarrafun’!
E’ così deperito che si direbbe che se lo rosicchiano gli scarafaggi.
04) Pare cà tene ‘nu strunzo appiso ‘nculo!
Si dice di persona che cammina a gambe larghe.
05) Pare ‘nu nureco ‘e fune!
Si dice di persona di bassa statura.
06) Parla c’ ‘o chiummo e c’ ‘o cumpasso!
Parlare con precisione e decisione.
07) Piglia ‘e sputazze pe’ munete argiento!
Sbagliare di grosso.
08) Po’ dice cà l’asteco chiove e ‘a casa scorre!
Poi si lamenta che non gliene va bene una.
09) Pure ‘nu caucio ‘nculo fa fa’ ‘nu passo annanze!
Ci sono tanti modi per andare avanti nella vita: la raccomandazione è la più diffusa.
10) Pure ‘o cazzo è pizzerillo e po’ se fa’ gruosso!
Le cose, gli affari, gli impegni man mano diventano sempre più grossi.
Q comme Quagliare
01) Quanno ‘a caurala volle, vuttece subbeto ‘e maccarune!
Negli affari e in amore bisogna saper cogliere il momento opportuno.
02) Quanno care ‘o ciuccio cè levammo ‘e fierr’!
Si entra in possesso dell’eredità dopo la morte del parente.
03) Quanno ‘e perzo l’omme, ‘e perzo ‘o nomme!
Quando una donna perde il marito, perde il nome, perde tutto.
04) Quanno nun è arta vosta jate a fa’ ‘nculo ‘e mamme voste!
Non si può pretendere di saper fare un lavoro se non si è specialista.
05) Quanno ‘o cavallo te chiava ‘nu caucio ‘o può maje taglià ‘a coscia?
Ad una persona cara che ti combina un pasticcio, non puoi ammazzarla di botte.
06) Quanno ‘o culo cant’ ‘a casa va avant’!
Quando si gode di buona salute, l’andamento socio-economico funziona alla perfezione.
07) Quanno ‘o grasso è ghiuto ‘o core: o sè taglia o sè more!
Quando una persona si è presa molta confidenza non resta altro da fare che allontanarla
08) Quanno ‘o mellone esce russo, ognuno né vo’ ‘na fella!
Quando un affare va bene tutti vogliono parteciparvi.
09) Quanno ‘o vino è doce sé fa’ chiù forte acito!
Le persone miti quando perdono la pazienza sono più pericolose delle altre.
10) Quanno tè miett’ ‘ncopp’ a doje selle, vaje a fernì c’ ‘o culo pe’ terra!
Il doppio gioco è sempre pericoloso
11) Quanno trasite, salutate, quanno ascite, faciteve è cazz vuostr… ………………………………………………………………………. Quando entrate, salutate, dopo esservene andati, parlate solo dei vostri problemi…
R comme Rusecare
01) Rafaniè, fatte accattà ‘a chi nun te sape!
Va da chi non ti conosce! Con me non farai più affari.
02) Recchia deritta: core afflitt0! Recchia manca: core franco!
Se ti fischia l’orecchio destro è cattivo segno, se è quello sinistro ti attende qualcosa di piacevole.
03) Refonnerce tierzo e capitale!
Perdere il capitale e gli interessi.
04) Reritto, reritto ‘nculo a masto Beneritto!
Si dice quando una cosa si è rivolta in danno di una persona che non c’entra affatto.
05) Rimme a chi sì figlio e tè rico a chi assumigl’!
Di solito i figli somigliano ai genitori.
06) Ricette ‘o pilo d’ ‘o culo: cà all’urdeme mò vulisse mettere ‘nculo?
Dì un po’, non hai mica intenzione di prendermi per scemo?
07) Ricette ‘o rancio: chi nasce stuorto nun po’ cammenà deritto!
Chi ha una cattiva indole non potrà mai rigare dritto.
08) Risponnere a maneca ‘e ‘mbrello!
Rispondere a casaccio, senza alcun nesso logico.
09) Robba ‘e magnatorio nun sé porta a cunfessorio!
I peccati di gola non vale la pena confessarli.
10) Rispetta ‘o cane p’ ‘o padrone!
Essere gentile con il figlio per rispetto del padre.

Il Castello di Ruggiero II

in seguito
Castello Aragonese, Quartiere di Cavalleria, Manicomio Criminale Giudiziario “Filippo Saporito”, ed ora
Scuola di Polizia Penitenziaria

Il Castello di Ruggiero II° sorse nei pressi della chiesa di Santa Maria a Piazza, nell’area del Patibulum, al limite settentrionale della terza cerchia di mura.Venne costruito di forma quadrata, con le torri merlate agli angoli, e orientato, secondo un’antica ripartizione, sui quattro angoli del mondo: zona àntica, pòstica, dell’occàso, dell’ovest.Si ergeva su quattro livelli ed un sottopiano, le carceri e i magazzini. Il primo piano terminava col terrazzo mentre la zona centrale, il castello vero e proprio, comprendeva altri due livelli. Il terzo nelle torri est ed ovest aveva scale nella muratura: quando veniva espugnata una torre l’altra, essendo isolata, era ancora salda. La tipologia segue schemi di derivazione orientale le cui origini vanno cercate nelle fortezze di Antiochia che i nostri costruttori hanno certamente conosciute.
Concludevano le torri merlate una sorta di incastellatura ancora visibili nella tavola di A. Arcuccio (1468).

Nella I° Crociata a raggiungere per primi la Terrasanta furono i normanni aversani, partiti forse proprio da questo castello e, con Goffredo di Buglione e Boemondo, vi crearono quattro stati. Poiché i costruttori del castello di Saone (Francia) furono Roberto, figlio di Tancredi, e Guglielmo suo figlio, gli stessi che erano al seguito di Ruggiero, anche a costoro potrebbe assegnarsi il Castello di Aversa, che per l’appunto presenta analogie con quello di Saone; e poiché Federico II° ben conosceva il castello di Aversa per averlo visitato in più occasioni, non si può escludere che gli sia servito come modello di base per i castelli pugliesi e siciliani.
Il castello fu elaborato col modulo della sezione aurea, ‘media ed estrema ragione’, che vediamo ripetersi più volte nell’impianto dello schema, ritenuto già nell’antichità “proporzione divina”. A Federico II°, invece, si deve la creazione del portico interno, forse il rifacimento delle torri angolari, il restauro di qualche ala e, probabilmente anche la sistemazione del nuovo fossato.
-In seguito è stato dimora e rifugio di principi, di regine famose, regnanti e capitani di ventura, tra cui Giovanna I d’Angiò (Giovanna la pazza), tristemente nota per il suo carattere volubile e sensuale, e Muzio Attendolo Sforza, padre del più famoso Francesco.
Dopo i danni del 1382, del 1456 e 1457, nel 1492 il castello ebbe una nuova sistemazione da Alfonso d’Aragona così come appare nella veduta della città di Aversa (XVI-XVII sec.) riportata da Pacicchelli dove è visibile il quadrato con i filari di pietre sovrapposte e il terrazzo: fu allora che prese il nome di Castello Aragonese. Il castello, circondato da un alto fossato e munito di bastioni, si sviluppò intorno ad un cortile quadrato e porticato, con al piano terra una loggia con un numero pari di arcate per lato ed al primo piano grosse sale coperte con volte a botte che danno sul cortile centrale. Il Re Alfonso lo abitò spesso sostandovi lungamente nel corso dei suoi spostamenti fra Napoli e Capua.
Nel 1700, per le alterne fortune e l’incuria umana il castello era di nuovo in rovina, finché nel 1750 Carlo III di Borbone, (che volle anche la Reggia di Caserta), ne affidò il restauro al suo architetto migliore, Luigi Vanvitelli, per farne un Quartiere di Cavalleria. Furono eseguite aggiunte sia sulle ali dell’antico corpo che sul secondo e terzo livello, ed il quarto, integrato nelle torri, fu costruito ex novo.

A seguito di tale intervento scomparve del tutto la struttura originaria poiché le cortine perimetrali furono recintate da un unico ordine architettonico, il tuscanico, ed il fossato fu completamente coperto. Il maestoso castello, che si può ancora oggi ammirare nella Piazza Trieste e Trento, misura circa 103 metri per lato e 27 di altezza, ed è dotato di spesse mura quadrate e dall’alto delle sue quattro torri, domina la vasta zona circostante.Ma sia per i travagli storici, sia per l’incuria umana alla fine dell’800 il castello era di nuovo in rovina, e solo nel 1931 ritornò alla ribalta per merito del noto frenologo aversano Filippo Saporito (di cui di cui il Manicomio porta il nome), che dopo averlo fatto restaurare, lo utilizzò per ampliare la sua adiacente Casa di Cura e di Custodia, divenendo così un Carcere Giudiziario tra i più famosi d’Italia. Infine, l’ultimo (per adesso) utilizzo, quello di Scuola di Polizia Penitenziara, dopo la separazione (solo amministrativa) del Castello dal Manicomio Criminale. La scuola è nel Castello, il manicomio è tornato negli edifici originari degli anni ’30.

-Questa è l’unica cartolina che conosco raffigurante il Manicomio Giudiziario. Presenta l’ingresso su via Roma (gia via Appia) che all’epoca della foto aveva già accorpato il Castello di Ruggiero II.

-Attualmente il luogo si presenta quasi identico. E’ sparita la semi colonna centrale, i fasci dalle colonne, e al posto degli alberi ci sono file di auto parcheggiate alla bene e meglio

-Ed ecco l’ultima cartolina della serie “Aversa città d’Arte” con questo millenario edificio, Scuola di Polizia Penitenziaria.

Il Sedile di San Luigi

Ma come si fa a parlare della Chiesa di San Domenico ed ignorare l’attiguo, e più antico, “pezzo storico” della città? A sinistra della chiesa infatti, c’è il Sedile di San Luigi o Seggio di San Luigi che, adibito a luogo di convegno, fu utilizzato anche per amministrare la giustizia. È l’unico monumento medioevale del genere della città ancora esistente, gli altri, il Seggitiello di Piazza e il Sedile di Sant’Andrea, furono tutti demoliti.
Il Seggio, attiguo al Palazzo Masola, poi Bonavita, di pietra grigia, con gli altri, fu concesso alla città dall’Imperatore Enrico VI nel 1195 alla famiglia dei cavalieri e dei soldati che avevano combattuto con lui e, come i Seggi di Napoli, anch’esso apparteneva ai Nobili; venne retto dal Monte della Pietà (1599) fino a quando non passò nella Chiesa di Santa Maria del Popolo.Il Seggio col passar degli anni, assieme agli altri della città, subì gravissimi danni tanto che nel 1692 fu completamente ristrutturato, com’è ricordato in una epigrafe apposta in una campata interna, “ILLUSTRIVM FAMILIARIVM CIVITATIS AVERSAE / MONVMENTVM
EDIT ENRICVS VI ROM. IMP. ET SICILIAE REX / BARONIBVS AC MILITIBVS ILLIVS / ANNO 1195 / ELARGITVS SEDILIA / QVIBVS VETVSTATE FERE LABEFACTIS / HOC VNO INSTAVRATO / ET AD POLITIOREM FORMAM REDACTO / ANNO 1692 / EORVM ANTIQUISSIMAE NOBILITATIS MEMORIAM / A TEMPORVM INIURIA VINDICARVNT / PROCERES / EIVSDEM VRBIS” e dopo che Ferdinando IV avrà abolito questi circoli nobiliari, con decreto del 25 aprile 1800, diventò il luogo di lavoro di un falegname. La loggia è costituita di due campate coperte da volte a padiglione e da un cornicione aggettante e con muretto alla sommità, da massicci pilastri quadrangolari e grandi archi a tutto sesto.Lo spazio dell’area è, dal 1921, recintato da un muretto e da un artistico cancelloi. Negli ultimi tempi, abbandonato al suo destino, ha subito umilianti scempi, non ultimo quello di essere attraversato da condotte idriche che, oltre a rovinarne la millenaria bellezza, sembra che siano una delle cause del blocco dei lavori dell’ennesima ristrutturazione.
(Cartoline accertate del Sedile non ne ho trovate, perciò inserisco queste due foto che sembrano essere riproduzioni da cartoline
Ma come funzionava, qual’era il “cerimoniale”‘ di aggregazione dei nobili candidati al Seggio? Eccone un resoconto del 10 Ottobre 1785. Verso la metà del secolo XVI le famiglie che avevano posto nel Sedile di S. Luigi erano le seguenti: Altomare, Finella, Gargano, Landolfo, Lucarelli, Di Matteo, Monticelli (dalla successione di Giovanni Ferrante), Pacifico, Sarriano, Scaglione, del Tufo, della Valle. A dette famiglie se ne aggiunsero altre con le aggregazioni avvenute nel 1575, 1589, 1678,1738. In quest’ultimo anno Sua Maestà Cattolica, con Real dispaccio per la segreteria di Grazia e Guistizia, in data 5 dicembre, confermava ai nobili di Aversa la facoltà della libera aggregazione al Seggio di altri cittadini. Detta facoltà venne, poi, confermata dalla Real Camera di S. Chiara, con sentenza dell’11 aprile 1766, approvata dalla Maestà del Re con Real Carta per la segreteria di Grazia e Giustizia il 4 luglio 1767. Per effetto delle suddette aggregazioni cresciuti di numero, i Nobili del Sedile di San Luigi nel 1784, erano i seguenti: Don Tommaso Orineti, don Ramiro Cappabianca, don Biagio Trenca,don Michele Forgione, il cav. Nicola Lucarelli, il cav. Alessandro d’Ausilio, don Francesco Maria del Tufo, il cav. Don Vincenzo Lucarelli, don Giovan Battista Merenda, don Giuseppe del Tufo, il duca di Vintignano (Parete), il cav. Francesco della Valle, il marchese di Ceppagatti, don Pietro di Mauro, don Nicola di Mauro, il marchese di Trentola, don Ottavio Pacifico, don Paolo Forgione, don Francesco Forgione, don Onofrio d’Ausilio.
Nel 1785 ai Nobili del Sedile, che abbiamo sopra elencati, furono aggregati questi altri: don Donato Martucci, don Antonio de Bernardis, don Nicola de Bernardis, don Giovanni Compagnone, don Bendetto di Mauro, don Nicola Biancolella, don Paolo Biancolella, don Filippo Trenca, don Giacomo e nipote di Fulgore, don Carlo Siniscalco e don Domenico Siniscalco.
I dodici cittadini aversani aggregati ai nobili, per essere iscritti al Seggio, avanzarono domanda agli eccellentissimi Deputati del Sedile, protestando ch’essi e le loro famiglie, da lunga serie di anni, vivevano nobilmente senza aver mai esercitato alcun vile mestiere, e che avevano anche avuto l’onore d’imparentarsi con famiglie nobili dello stesso Sedile.
Il giorno 10 ottobre 1785 dunque, previo avviso spedito dall’eccellentissimo marchese don Domenico Pacifico-Moccia, deputato, e dal portiere della città Francesco Orabona, consegnato a ciascun Nobile del Seggio, fu convocata la piazza del ripetuto Sedile di S. Luigi.
L’assemblea, che risultò composta di soli trentuno signori, deliberò l’aggregazione al Sedile di tutti i dodici cittadini, che ne avevano fatta richiesta, con la condizione però d’implorarsi all’uopo il real beneplacito.
Nello stesso giorno della votazione, i Nobili si riunirono di nuovo nel Sedile, per dare il possesso dell’aggregazione ai nuovi iscritti della nobiltà aversana. Questi, chiamati dal regio Notaio eccellente e segretario del Seggio, don Luigi Bascone, si presentarono riccamente vestiti. Il Notaio li fece entrare nel Sedile; ivi gli eccellenti signori ch’erano ad attenderli, li ricevettero, in piedi; poi sedettero tutti. Così, dunque, venivano aggregati i Nobili al Sedile di S. Luigi in Aversa; e a questo modo, forse, si procedeva negli altri Sedili del Regno, fino alla loro abolizione..

La festa della Madonna dell’Arco

Corrono, piangono, pregano, gridano, strisciano, implorano, imprecano, si gettano in ginocchio e avanzano fino all’altare. Lì, al cospetto della pietosa Madre dell’Arco culmina il concitato e drammatico pellegrinaggio che porta ogni anno, il lunedì di Pasqua, una fitta, interminabile schiera di devoti scalzi a ripercorrere un antico itinerario di dolore fino al santuario di Maria Santissima dell’Arco, a Sant’Anastasia, dodici chilometri ad est di Napoli.Sono i “fujenti”, detti anche “battenti”, i devoti dell’icona dolente, della Vergine dal volto ferito: forse la più antica fra le Madonne che sanguinano. E’ proprio la ferita, simbolo di un dolore antico, all’origine del primo miracolo di questa prodigiosa immagine.
I fujenti (il termine in napoletano indica appunto coloro che corrono) sono scalzi per voto e, sempre per voto, devono compiere di corsa almeno l’ultimo tratto del pellegrinaggio, forse in ricordo della corsa frenetica dello scellerato giocatore ed in espiazione del suo peccato.Questo è un evento unico per ampiezza, fede e folklore, la cui tradizione è trasmessa di padre in figlio da 500 anni   
Caratteristici sono i devoti a questa Madonna, chiamati fujenti (“coloro che corrono in atteggiamento di fuga” ), dal modo di procedere verso il Santuario.Vestono ritualmente una particolare divisa conservata nei secoli: camicia e pantaloni bianchi (il bianco, simbolo di purezza), e portano una fascia azzurra a tracolla con l’immagine della Madonna. L’azzurro è il colore della Madonna, chiamata spesso proprio “Mamma Celeste”. Hanno una fascia rossa alla vita, e fino a pochi anni fa partecipavano tutti a piedi nudi e ora in gran parte con scarpette bianche. Sono anche detti “battenti” per l’azione del battere costantemente i piedi a terra in modo ritmato e cadenzato 
Tutto iniziò così
Nel quattrocento sorgeva un’edicola dedicata alla Madonna sul margine della via che collegava a Napoli i vari comuni vesuviani, nel lato del Monte Somma. Tale edicola era a pochi chilometri dalla Capitale del Regno, in territorio del comune di Sant’Anastasia nella contrada che si chiamava “Arco” per la presenza di arcate di un antico acquedotto romano. Il Domenici parla di un arco “grande, antico di fabbrica che li faceva (all’immagine) ghirlanda e corona e la difendeva dalle piogge, grandine e tempeste… e che era rifugio degli uomini e degli animali”. Perciò l’immagine era detta “Madonna dell’Arco” .
L’edicola, come ci testimonia frate Ludovico Ayrola, in uno scritto della fine del seicento, era formata da “una piccola, povera ed antica conicella di fabbrica, in cui con semplici colori effigiata si vedeva la gloriosissima Vergine Maria con faccia grande e sovramodo venerabile”. Il lunedì di Pasqua del 1450, celebrandosi come di consuetudine ogni anno, dagli abitanti della contrada una festicciola in onore della Beata Vergine Maria, avvenne un prodigio che richiamò su qull’immagine l’attenzione di tutti i fedeli delle terre circonvicine.
Presso l’edicola tra le altre cose si giocava a palla-maglio; il gioco consisteva nel colpire una palla di legno con un maglio, e vinceva colui che faceva andare più lontano la propria palla.
Tirò il suo colpo il primo giocatore, poi l’altro, tirò il suo con più energia ed abilità tanto da poter esser certo della vittoria se questo tiro non fosse stato fermato dal tronco di un albero di tiglio, che era sulla direzione e vicino all’edicola della sacra immagine. Indispettito e fuor di sè dalla collera, questi bestemmiò ripetute volte la Santa Vergine, poi, raccattata la palla dal suolo, al colmo dell’ira, la scagliò contro l’effige, colpendola alla guancia sinistra, che subito, quasi fosse stata carne viva, rosseggiò e diede copioso sangue. Gli astanti che, attratti dal gioco, si erano fatti intorno ai due giocatori, ebbero un grido di orrore.

Riavutisi dallo stupore, i presenti presero il disgraziato, e gridando ad un tempo miracolo e giustizia, ne avrebbero fatto scempio, se non fosse giunto opportuno a liberarlo dalle loro mani il conte di Sarno, Gran Giustiziere del Regno, comandante la compagnia contro i banditi. Questi, trovandosi nella contrada, richiamato dal tumulto, accorse con i suoi uomini e s’impadroni del reo, cercando di calmare e trattenere la folla eccitata che chiedeva giustizia.
Sparsasi intorno la fama dell’accaduto, fu un accorrere quotidiano di fedeli. Per venire incontro a questi fedeli, proteggere la sacra Immagine e celebrare la liturgia fu costruito prima un tempietto, con un altare dinanzi, poi, più tardi, una chiesetta e due stanzette, una a pianterreno ed una superiore, per ospitare un custode. Nacque così il culto per questa Madonna che ben presto si estese a tutti i paese vicini, culto vivissimo ancora oggi.

Le associazioni, sparse in in Italia e in tutta la Campania hanno una organizzazione con sedi, presidenti, tesorieri, portabandiera, e soci. Tutti gli appartenenti all’Associazione fanno voto di correre al Santuario della Madonna il Lunedì in Albis, anche se quelli più lontani ci vanno il martedì. Ogni associazione organizza una squadra di fujenti, la cosiddetta paranza (parola derivata dal gergo marinaro, perché la squadra di devoti ricorda la disposizione in mare delle barche uscite per la “pesca di paranza”), ma nel territorio dell’antica Contea di Aversa si usano invece il termini “battenti” e “chietta” e visto che si parla di Aversa, useremo questi, com’è giusto che sia.
A partire dalla festa di Sant’Antonio Abate (17 gennaio) e per tutto il periodo che precede il lunedì in Albis, va in giro a fare ‘a cerca, cioè la questua, per portare un’offerta al Santuario. Oltre alla “cerca” ci si organizza anche in vere e proprie “aste” sui generis dove si fa a gare a chi offre di più per prodotti, anche casarecci, il tutto per la Madonna. Nella foto di sinistra, un’asta al Borgo di Aversa, nella cartolina di destra, in P.zza V. Emanuele.
 

Aversa ha tantissimi circoli “Associazione Cattolica Maria SS. dell’Arco”, in pratica non c’è strada, borgo o piazza che non ne abbia uno, e che non organizzi la questua prima e la festa poi, anche se a 100 metri c’è un’altra “associazione”, un’altra questa, un’altra festa. Ecco come funziona il tutto, grazie anche alle foto scattate quest’anno e negli anni scorsi alla “chietta” del Borgo di Aversa nel suo pellegrinaggio per partecipare a 18 e più esibizioni nei rioni, borghi o paesi dove ci si è iscritti. Queste associazioni sono aperte tutto l’anno ed è luogo di ritrovo per giovani ed anziani.

..A sinistra foto del gruppo dirigente dell’Associazione del Borgo di Aversa (la foto è la loro) di qualche anno fa, una delle ultime ad adottare le scarpette bianche. In primo piano, in completa tenuta bianca la voce storica della “chietta”, Antonio Raimondo, e alla sua sinistra il Presidente, Luigi Raimondo. A destra, l’interno dell’Associazione Maria SS dell’Arco del Borgo di Aversa.

-E il giorno dopo, Lunedì in Albis la grande festa inizia alle prime luci dell’alba coll’addobbare improvvisati palchi dopo prenderà posto “la valente commissione giudicatrice” (in pratica i dirigenti del Circolo ospitante), uno speaker, e dal quale “la voce” della chietta ospite canterà, a modo suo, la centenaria preghiera alla Madonna. Spesso c’è anche la recita di una poesia ad Essa dedicata, recitata invariabilmente da bambine. Intanto, in tutti i Circoli della città, tutti i battenti sono giù dal letto, ed indossato il tradizionale vestito, si radunano davanti alla sede della “chietta” per prendere posto poi sul camion che porta il “tosello” o il quadro con immagini religiose (i portatori), le bandiere dell’Associazione sul tettuccio di un furgone o su un’Ape e gli altri su mezzi dei soci o su un pulman affittato per l’occasione. Dipende dal numero dei battenti che partecipano

E’ una festa popolare, di quartiere. Bambini ed adulti tutti accumunati dalla voglia di far bella figura e di far fare bella figura alla “chietta”, in un frenetico girovagare per i vari concorsi cittadini a cui si è iscritti, o andando anche a gareggiare nei paesi vicini.

La “chietta” è preceduta da una o più bandiere che recano il nome dell’associazione, il luogo di provenienza e la data della fondazione.Ci sono premi e riconoscimenti per la miglior organizzazione, per la squadra più numerosa, per la “voce” (il cantante che intona la chiamata alla Madonna) più bella, e da non dimenticare, per il portabandiera che spesso fà spettacolo nello spettacolo.
La banda musicale che obbligatoriamente accompagna la chiette nel loro girovagare si sistema normalmente di fianco al palco, suonando musica religiosa o a tema, dando il tempo ai portatori del quadro o della bandiera nella loro esibizione.. La chietta si dispone in due file laterali, fascendo da cornice al ballo del quadro o del “trono” che spesso riproduce il Santuario di Madonna dell’Arco. Quella che vedete nelle due foto laterali è sempre la chietta del Borgo di Aversa nel costume tradizionale integrale ( a piedi scalzi) in due diverse manifestazioni, e anni diversi.

I battenti portano, in segno di penitenza simbolica, un “tosello”, detto anche “trono”, cioè un manufatto di legno o di ferro riproducente nei minimi particolari un edificio sacro, quasi sempre il Santuario della Madonna, e di peso non indifferente. Ma per “trono” si identifica anche il gigantesco quadro fatto dipingere apposta per la festa: eccone alkcuni esempi.

Come accennato in precedenza, il gonfalone (bandiera) dell’Associazione accompagna e precede la squadra in ogni manifestazione. Il ruolo del portabandiera è quello più importante, è il vero uomo-spettacolo della cerimonia, ed è ovvio che ogni portabandiera mostri la sua abilità nel maneggio della bandiera sociale. L’arte del maneggio della bandiera si tramanda normalmente di padre in figlio, che ancora neonato spesso partecipa alle cerimonie sulla spalle del padre, come nella prima foto a sinistra.
I fujenti ed il loro pellegrinaggio sono presenti anche negli ex-voto che riempiono intere pareti del Santuario della Madonna dell’Arco, oltre agli immancabili delle grazie ricevute per malattie o incidenti. Segno visibile dell’impetrazione e delle gratitudine dei fedeli sono le migliaia di ex voto, i più antichi dei quali datano gli ultimi anni del ‘500, che tappezzano le alte pareti del santuario. Si tratta di una delle maggiori raccolte di arte popolare esistente in Europa: una ricapitolazione enciclopedica della pietà popolare. Oltre che una preziosa testimonianza relativa a quattro secoli di storia “minore”.
C‘è una vera e propria gara a chi la canta meglio, e (a sinista) merita di essere ricordato una delle più belle “voci” che ha avuto la squadra del Borgo di Aversa, Antonio. Ma non si canta solo, e negli ultimi anni alla “voce” ci si è aggiunta anche la recita di una poesia, sempre dedicata alla Madonna, recitata perlopiù da bambini.