Chiesa di San Domenico

La bella chiesa di San Domenico fu fondata da Carlo I d’Angiò nel 1278 su di un’altra antichissima, Sant’Antonino (poco dopo il re vi fondava anche il convento), e completata da suo figlio Carlo II. La parte trecentesca è visibile all’esterno dell’abside della chiesa ove si trova il grande finestrone tra due contrafforti quadrangolari e in alcuni ambienti terranei del convento con monofore lobate.
La chiesa in origine presentava uno schema di grande aula rettangolare, simile al Sant’Antonio nella stessa Aversa, fino a quando, nel 1742, l’Ordine monastico, pensò ad un suo radicale restauro incaricando, senza alcun dubbio, l’architetto beneventano Filippo Raguzzini. Questi, conterraneo del papa Benedetto XIII, lo seguiva nei suoi viaggi, e lo dovette seguire anche in una delle visite che il Papa fece all’amico cardinale Caracciolo, vescovo di Aversa, e ai confratelli di San Domenico, e utilizzò, per la facciata della chiesa, il progetto per il concorso di San Giovanni in Laterano in Roma, eliminando le ali laterali. All’architetto sono ascritte altre opere nella medesima Aversa. I Domenicani vi abitarono fino al 1808; nel 1813 il convento passò ai Minori Osservanti della Maddalena, che vi rimasero fino al 1911.
Ed il convento diventa la “Scuola elementare San Domenico“, le celle dei monaci tante aule. Il luogo ideale per le scolaresche della classica foto ricordo di fine anno diventa il cortile interno, dove i futuri giovani di belle speranze hanno posato impettiti (o quasi…) davanti al fotografo, appena consapevoli della storia che li circondava. Nessuna occhiata ai marmi alle loro spalle, agli stemmi nobiliari delle famiglie Aversane di cui adesso rimangono solo 12 buchi vuoti, solo qualche vano tentativo di leggere le astruse parole di una lingua che si sentiva solo durante la Messa.
“-“…e quanti cumpagnielli cà tenevo! Ciccio, Peppino, Tore e Carminiello…” (da una poesia napoletana)
Ed il convento diventa la “Scuola elementare San Domenico“, le celle dei monaci tante aule. Il luogo ideale per le scolaresche della classica foto ricordo di fine anno diventa il cortile interno, dove i futuri giovani di belle speranze hanno posato impettiti (o quasi…) davanti al fotografo, appena consapevoli della storia che li circondava. Nessuna occhiata ai marmi alle loro spalle, agli stemmi nobiliari delle famiglie Aversane di cui adesso rimangono solo 12 buchi vuoti, solo qualche vano tentativo di leggere le astruse parole di una lingua che si sentiva solo durante la Messa.
“-“…e quanti cumpagnielli cà tenevo! Ciccio, Peppino, Tore e Carminiello…” (da una poesia napoletana)

La mia biblioteca

Questi sono i libri e/o opuscoli che ho in biblioteca, libri che mi sono serviti o che mi serviranno come fonte e spunti d’idee per realizzare le pagine del Sito. Mi sono stati regalati da amici o dagli stessi Autori, altri li ho trovati per caso, altri acquistati in librerie, edicole o su internet. Dove trovare questi libri e/o opuscoli se ne foste interessati? Su questo non posso aiutarvi, molti sono fuori commercio, altri sono stati distribuiti gratuitamente dal Comune, e per i concittadini emigrati interessati dico loro di provare a contattare all’Assessore alla Cultura, tentar non nuoce… e magari sarete più fortunati di me!
E se qualcuno ha un libro da regalarmi per le mie ricerche, è sempre il benvenuto, e agli autori che mi inviano le loro opere, gliele pubblicizzo gratuitamente in home-page!

Un sincero grazie in a chi mi ha donato i libri, con la spereranza di aggiungere altri nomi: Ciro Stabile, Angelo Marino, Ing. Pasquale Fiorillo, Carlo Muccio, Ida Iorio, Dott. Domenico Ciaramella, Dott. Luigi Marino, Mons. Nicola Giallaurito, Dott. Nicola De Chiara, Dott. Stefano Montone, Dott. Carmine Tabarro, Matrona Cesaro, Giulio Santagata, Rachele Comparone
(Salvatore di Grazia)

La “polacca”

E’ un dolce tipico Aversano, ad Aversa si fa colazione con la Polacca, vera rielaborazione del cornetto, anzi si può dire che in questo caso l’allievo ha di gran lunga superato il maestro ed il più famoso allievo creativo resta “Franco Mungiguerra con la sua Polacca (Repubblica 27/02/07)”;
Ho iniziato questa presentazione con questo trafiletto tratto da “Repubblica” ed ho pensato che se ne parla questo giornale “furastiero” perché non possiamo farlo anche noi? E grazie al valido input del dott.Marino, ho rispolverato le foto e qualche appunto che ho integrato ai suoi, ed ecco quà.

Tra i tanti turisti che l’hanno assaggiata il più illustre resta sua Santità Giovanni Paolo II che durante il suo soggiorno nella diocesi di Aversa esclamò alla vista della polacca ”Oh un Papa polacco che mangia una Polacca!”. Da non dimenticare anche il grande cantante napoletano Roberto Murolo che non perdeva occasione di gustare la polacca/cornetto ogni volta che veniva ad Aversa. E Giovanni Leone, Presidente della Repubblica? La voleva ogni mattina a colazione. Repubblica ha parlato di Mungiguerra, e della sua “rielaborazione” del cornetto, e non penso che sia esatto. La ricetta fu data al Mungiguerra da una suora polacca, giacché era una ricetta per una torta che si faceva nella sua terra natale. Lui la rielaborò, adattandola ai nostri gusti e nacque così la “torta polacca” e la “polacca”, che è appunto diventata il “cornetto” mattutino di ogni Aversano. Si narra che da allora la famiglia Mungiguerra fornì per 50 anni, ogni domenica, una torta polacca alle suore. Adesso si producono tanti tipi di “polacche”, ogni pasticciere gli da il suo tocco, e questa è la rielaborazione della signora Luisa Croce, la suocera del dott. Marino. Ah stè suocere, se non ci fossero bisognerebbe inventarle!

3 Patate di media grandezza
100 g. di burro
Un pizzico di sale
Un cucchiaio di zucchero
25 g. di lievito di birra
Farina q.b.
Crema
4 Uova
½ litro di latte
200 g. di zucchero
4 cucchiai di farina
50 g. di amarene
A sinistra la torta polacca originale, cioè acquistata nella pasticceria Mungiguerra, e offerta a me e mia moglie dalla dott.Ida Iorio, (forse per farsi perdonare che risponde raramente ai messaggi?) A destra un particolare della stessa, con ben evidenziata l’amarena che dovrebbe essere presente, ma non lo è sempre, nel formato “cornetto”. Ma questo dipende dai vari pasticcieri. Sopra, la polacca del mattino, in una foto concessami anni fa dal Sito Aversano “viaOvidio.it.” Le foto della torta sono le mie.

Mettete la farina sulla spianatoia ed al centro mettete le patate schiacciate, il burro, il sale, lo zucchero, il lievito sciolto in pochissima acqua ed impastate il tutto fino a rendere l’impasto morbido e liscio.
Dividete in due l’impasto e stendete una parte per foderare la teglia precedentemente imburrata, lasciate lievitare per un’ora e dopo mettete la crema precedentemente preparata e raffreddata, aggiungete le amarene e coprite il tutto con l’altra metà dell’impasto.
Lasciate lievitare ancora per un’ora e infornate a 180° gradi per 30 minuti. La polacca deve assumere un bel colore bruno chiaro, ma attenzione che può bruciare facilmente!
Crema per la Polacca
In una tazza di latte sbattete i tuorli d’uovo con lo zucchero. Aggiungete un poco di latte e mettete la farina e lo zucchero (miscelate insieme), sbattete il tutto e passatelo al setaccio; poi aggiungete il resto del latte e cuocete il tutto a fuoco moderato, girando sempre con un cucchiaio di legno per evitare che la crema formi dei grumi.

Ma adesso parliamo della “polacca/cornetto“, quella che vedete nella prima foto, la colazione mattutina di tantissimi Aversani.e non, sempre con la ricetta della Sig.ra Croce. Ingredienti: 1 kg di farina, 100 grammi di zucchero, 20 grammi di sale, 4 uova, 300 grammi di burro, 2 pezzetti di lievito, 1 bustina di vanillina, acqua quanto basta

Fate un impasto con gli ingredienti e poi fate lievitare fino a che non raggiunge il doppio del volume. Spianate la pasta e tagliatela a rettangoli abbastanza grandi. Poi infarcitela con la crema fredda già preparata (è la stessa sia per la torta polacca che per la polacca) e avvolgetela a mò di fagottino. Fate lievitare il tutto per 1 ora, spennellate ogni fagottino con uova sbattute, una spolverata di zucchero a grani, e infornate nel forno a 180 gradi per 30 minuti.


© Ricette rielaborate da Luisa Croce e raccolte da Luigi Marino; integrazione immagini e testo di Salvatore di Grazia. Ogni riproduzione non autorizzata, e a qualsiasi titolo di questa pagina (testo e foto) verrà perseguita per vie legali, competente il Foro di Asti.

Testamento

Mi ha ossessionato per tanto tempo e finalmente ce l’ho fatta! Chi? Il Dr. Luigi Marino che tra una visita ai suoi frugoletti (è un pediatra) e l’altra è appassionato come me di “Storia Patria”. Mi ha segnalato questa storia, mi ha detto che l’ha cantata anche Mina, mi ha invaso di links, di midi, di mp3 e tutte le volte che gli ho chiesto di scriverla lui mi ha sempre risposto che “nun tengo tiemp”. Già, come se io l’avessi. E alla fine, mi sono arreso, ed ecco il frutto della mia ricerca, di una famosa canzone militare nata praticamente ad Aversa.
(Salvatore di Grazia)
Il Testamento del Capitano
La più famosa canzone degli Alpini nata nel 1528 dopo l’assedio di Aversa.
« Sor Capitani ‘d Salusse, a l’ha tant mal ch’a morirà.
Manda a ciamé, sor Capitani, manda a ciamé ij sò soldà.
» (Canzone popolare)
« Il signor capitano di Saluzzo è tanto malato, e morirà.
Manda a chiamare, il signor Capitano, i suoi soldati. »
La più famosa della canzone degli Alpini “Il Testamento del Capitano” cantata sia dai cori degli Alpini che da Mina, ha radici lontane sia temporali che geografiche, è nata nel 1528 nella Napoli in balia di francesi e spagnoli, è cresciuta nel viaggio verso Saluzzo, è diventata la canzone degli Alpini sull’Adamello e su tutte le Alpi in guerra, per cui la si può ritenere una ballata italiana e non regionale.
Il 1528 è stato un anno decisivo per la storia della Penisola Italiana, di cui, l’episodio chiave fu l’assedio di Napoli, finito con la vittoria di Carlo V e la definitiva disfatta di Francesco I, con conseguente egemonia spagnola sull’intera Penisola, mentre la morte di Michele Antonio da Saluzzo e le nozze mancate con Margherita del Monferrato, di fatto, diede via libera ai Savoia per la conquista della intera Penisola. In questo contesto nacque la ballata originaria, di cui mostro i fatti.
Il 1° maggio il generale francese Lautrec assediò Napoli, accampandosi sui declivi di Poggioreale, mentre la flotta genovese di Filippino Doria conduceva l’assedio dal mare. Durante l’assedio, i francesi occupavano anche la zona pianeggiante detta “La Parùle” (la Palude), la zona tra la collina di Poggioreale ed il Sebeto, dove poi si è sviluppato il nodo ferroviario (S. Anna ‘e Parule), avendo il controllo sulle strade e l’acquedotto, che passava a mezza costa della collina di Poggioreale.
“A Parùle” era una piana coltivata ad ortaggi, per cui l’ortolano è detto “‘o parulane”, pur essendo acquitrinosa per la depressione della Volla, a centro della pianura, e l’ipotetico spagliamento del Sebeto.
Un luogotenente del Lautrec era Michele Antonio Del Vasto, (Saluzzo 26 marzo 1495-Napoli 18 ottobre 1528) Conte di Carmagnola fino al
1504 poi Marchese di Saluzzo che con propri soldati al seguito, aveva attraversato vittoriosamente l’Italia, da Pavia a Napoli. Il Lautrec, contro il parere del Marchese di Saluzzo, deviò l’acquedotto di Napoli, e fu una decisione peregrina, perché l’aria malsana, per la calura eccezionale dell’estate del 1528, favorì l’innesco della peste portata a Napoli dagli spagnoli di Ugo di Moncada e contratta, durante il Sacco di Roma, dal contatto con i Lanzichenecchi.
La fortuna abbandonò poi l’esercito francese: il 4 luglio Andrea Doria ordinò al nipote Filippino di togliere, in segreto, l’assedio e ritornare con la flotta a Genova, avendo preso accordi personali con Carlo V, senza il consenso del governo della Repubblica di Genova.
Intanto la peste procurò numerosi morti su entrambi i fronti, ed il 15 agosto morì anche il generale Lautrec. Preso il comando, il Marchese di Saluzzo, al corrente della disastrosa situazione, il 29 agosto tolse l’assedio, lasciando l’artiglieria pesante e incominciò il ritiro con le poche truppe ancora efficienti, ma fu bloccato in Aversa e qui assediato dagli spagnoli.
Dopo qualche settimana, il Marchese fu ferito ad una gamba da una scheggia di un muro (sembra in zona Cappuccini) colpito da una palla di cannone, e quindi costretto alla resa. Preso prigioniero, con i suoi soldati, fu portato a Napoli, dove fu ospite in casa del Duca di Tremoli, e stipulò la resa favorevole per i suoi soldati: una gran parte scelse l’arruolamento con gli spagnoli, il resto optò per il salvacondotto ed il rimpatrio con il Marchese. Nell’attesa furono accampati a nord dei quartieri delle truppe spagnole (i Quartieri Spagnoli), fuori Porta Medina (oggi Pignasecca). Ogni giorno sentivano i canti delle contadine e delle lavandaie (del Vomero), gli stessi ascoltati nella Parùle durante l’assedio. La ballata originaria “Ballata del Marchese di Saluzzo” è nata sicuramente da una di queste basi melodiche, modificandone solo il testo, poi ampliato nei bivacchi sulla via del ritorno e finito dopo l’arrivo nel Monferrato.
L’idea di dividere il corpo non è una fantasia di soldati, ma ha un fondamento storico.
Il Marchese voleva essere sepolto a Saluzzo, ma all’epoca era difficile trasportare un cadavere, salvo ricorrere alla bollitura, già vietata da Bonifacio VIII nel 1310. Il metodo consisteva nel bollire il corpo in un pentolone, stile cannibali, poi scarnificato. Lo scheletro e gli organi “vitali” erano recuperati e messi in una cassa, con i “vasi canopi” contenenti il cuore ed altri organi.
Da qui la divisione del corpo in quattro pezzi del testo originale, la testa per la madre, il tronco per “La Franza”, nome che non indica la Francia ma le valli occitane o la “Sallucia”, l’area romana del Saluzzese, il cuore per la fidanzata Margherita, il bacino al Monferrato, il Marchesato su cui avrebbe dovuto regnare con la sua Margherita. Un ricordo dei “franzesi” di questa storia lo si trova ancora a Napoli e dintorni, dove vivono vari “Franza, Franzese, ecc.” cognomi che ricordano i soldati piemontesi che preferirono restare in Campania.
Ovviamente non sapremo mai cosa fecero i “franzesi” dopo il 18 ottobre, alla morte del Marchese. E’ certo solo che, nel 1529, deposero la salma nella Basilica dell’Ara Coeli, a Roma, poi proseguirono, con i vasi “canopi” e la testa, ben celati, verso Saluzzo.
Durante il viaggio, nei bivacchi, la ballata prese corpo ed il testo fu steso definitivamente, come è avvenuto, nella Grande Guerra.
Commento alla “Ballata del Marchese di Saluzzo” poi “Il Testamento del Capitano”
L’inizio è immediato, il Marchese, o Capitano di Saluzzo, è ferito gravemente ed è in fin di vita Sur Capitani di Salüsse l’à tanta mal ch’n’a mürirà, manda ciamè li so soldà: chiama a rapporto i suoi soldati alla fine del turno di guardia ch’a l’avran muntà la guàrdia.
I soldati rispondono che devono passare in rivista l’àn l’arvista da passè, appena avran finito andranno a fargli visita. I turni di guardia e la rivista confermano l’ipotesi che i soldati non erano prigionieri, ma aggregati, in attesa di future decisioni, delle truppe spagnole. Giunti al capezzale del Capitano, chiedono “Coza comand-lo, capitani, ai so soldà?
Inizia così il testamento: “V’aricomand la vita mia Vi comando che il mio corpoChe di quat part na débie fa deve essere diviso in quattro parti. L’è d’üna part mandè-la an Franza e d’üna part sül Munferà portatene una parte nel Saluzzese ed una nel Monferrato.
Mandè la testa a la mia mama, ch’a s’aricorda d’ so prim fiöl. Mandè ‘l corìn a Margarita, ch’a s’aricorda dël so amur. Portate la testa alla mamma, sarà l’unico ricordo del suo primogenito tanto amato, portate il cuore a Margherita sarà l’unico ricordo del suo primo amore.
Versi incisivi, senza aggettivi, immediati.
La ballata termina con la riuscita dell’esecuzione testamentaria, assegnata dal Marchese ai suoi fedelissimi, La Margarita in sü la porta l’è cascà ‘n terra di dolur. La povera Margherita è svenuta dal dolore sulla soglia del suo palazzo di Casale Monferrato, alla consegna del ricordo del suo amato, e di sicuro il verso è stato composto a fine viaggio.
La versione della grande guerra modernizza soltanto la versione originale, portata al fronte dai coscritti del piemonte, solo “la guardia e la rivista” sono sostituite da “non han scarpe per camminar” che si commenta da sola. I soldati del Marchese avevano solo problemi squisitamente “militari”, gli Alpini del 1916 avevano i problemi di vestiario e di dotazione, come altri soldati italiani, altrove.
Del resto tutte le canzoni anonime dei soldati sono “contro la guerra”, nate nelle trincee e negli accampamenti, son diventate un patrimonio della musica popolare solo per la durata della guerra. Sono canzoni nostalgiche, come “Lilì Marleen”, una poesia scritta da Hans Leip nel 1914 in Bucovina, per ricordare la casa e gli affetti lontani, musicata nel 1936 da N.Schultze e, dopo la sua trasmissione dalla “Soldatensender Belgrad”, è diventata l’inno di tutti i soldati in guerra, su tutti i fronti, perché non istigava a combattere o ad uccidere, ma a ricordare la casa, la famiglia in ansia ed il loro mondo lontano, troppo lontano.
Conclusione
La ballata anonima è una fonte sicura, perché scritta da chi ha vissuto quella storia sulla propria pelle. I fatti sicuri, accertati da documenti o da riscontri incrociati sono:
– La vita del Marchese di Saluzzo, la cui morte è avvenuta a Napoli il 18.10.1528;
– I suoi soldati poterono scegliere tra tornare in patria o arruolarsi nelle truppe spagnole;
– Il Marchese fu ospitato, durante la “prigionia”, in casa del Conte di Tremoli;
– Le spoglie (o quel che ne restava) sono tumulate a Roma, nella Chiesa dell’Ara Coeli, navata di destra, pilastro esterno alla 7a Cappella, con busto scolpito nel 1575 da G.B. Dosio;
– Ovviamente il corpo non fu bollito, ma fu seppellito nella cripta di qualche chiesa e, come ancora oggi si usa a Napoli, fu riesumato dopo circa un anno, (a Napoli si dice “’o scave”), ripulito e consegnato ai suoi fedeli soldati. Questi ebbero il modo ed il tempo di separare dal feretro il capo ed il cuore, da portare alla madre ed a Margherita, con parti del corpo per esaudire le ultime volontà del Marchese. (Nel sito dell’Aracoeli è scritto “morto nel 1529”, anno dell’effettivo arrivo delle spoglie a Roma, quindi dopo la riesumazione.
– A Napoli non esistono tracce del Marchese di Saluzzo, ma molte del Lautrec: la collina dell’assedio è detta “Monte di Lotrecco”, la zona di prima sepoltura “o Trivece”; la stradina suburbana che scende da via Nuova del Campo, è denominata “Cupa Lautrec”, che gli abitanti della zona chiamano “a Cupa ‘e Lutrex”. Da questa dizione “lu Trex”, divenuta “lu Tricsi”, deriva il termine “Trivece”, si pronuncia ‘o Triv’c’ come in lingua francese, la cui grafia è la più idonea per avere la corretta pronuncia del napoletano (osco). Il nome “o Trivece” è stato tradotto in italiano, erroneamente, “il Tredici” dai cartografi savoiardi, interpretando male la fonetica popolare.

I testi conosciuti, raccolti da Costantino Nigra, sono in piemontese di metà ottocento e quindi modificati dalla trasmissione orale della ballata. Trascrisse ben 4 versioni del “Testamento del Capitani de Salussa”, raccolte in Piemonte, citando altre versioni, di cui aveva sentito parlare. Mancano comunque le versioni della Provincia Granda (Cuneo) e del Saluzzese.
Ed ecco una doppia versione “Alpina” del “Testamento del Capitani de Salussa” divenuto “Il testamento del Capitano” Nel testo di sei strofe, il terzo verso della 4a strofa ha avuto la variazione: “Il primo pezzo al Re d’Italia“, di ignoto, apparsa in seguito e cantata, ufficialmente, fino al 1944.
Versione di 6 strofe Il capitan de la compagnia
e l’è ferito, sta per morir,
e manda a dire ai suoi Alpini
perchè lo vengano a ritrovar.

I suoi Alpini ghe manda a dire
che non han scarpe per camminar.
“O con le scarpe o senza scarpe
i miei Alpini li voglio qua”.

E co’ fu stato a la mattina
i suoi Alpini sono arrivà.
“Cosa comàndelo sior Capitano
che noi adesso siamo arrivà?”.

“Ed io comando che il mio corpo
in cinque pezzi sia taglià:
Il primo pezzo alla mia Patria
che si ricordi del suo Alpin.

Secondo pezzo al Battaglione
che si ricordi del suo Capitan,
il terzo pezzo alla mia mamma
che si ricordi del suo figliol.

Il quarto pezzo alla mia bella
che si ricordi del suo primo amor,
l’ultimo pezzo alle montagne
che lo fioriscano di rose e fior”.

Versione di 5 strofe E il capitan della compagnia
e l’è ferito e stà per morir
e manda a dire ai suoi Alpini
perchè lo vengano a ritrovar.

E i suoi Alpini ghe manda a dire
che non han scarpe per camminar.
“O con le scarpe, o senza scarpe
i miei Alpini li voglio qua!”

Cosa comanda sior Capitano?
che noi adesso semo arrivà
“E io comando che il mio corpo
in cinque pezzi sia taglià”

“Il primo pezzo alla mia patria,
secondo pezzo al battaglion,
il terzo pezzo alla mia mamma
che si ricordi del suo figliol “

“Il quarto pezzo alla mia bella
che si ricordi del suo primo amor
l’ultimo pezzo alle montagne
che lo fioriscano di rose e fior
Cosa accadde dopo la morte del marchese
Il matrimonio da celebrare alla fine della guerra, in cui è nata la ballata, tra lo sfortunato Marchese e Margherita Paleologo del Monferrato, avrebbe fuso i due Marchesati a danno dei Savoia. Il mancato ritorno di Michele Antonio Del Vasto lasciò un vuoto politico nel Marchesato di Saluzzo, un centro di raffinata cultura in una parte d’Italia non particolarmente “Rinascimentale”, da ricordare il Castello di Manta, l’Abbazia di Staffarda, il Buco di Viso, ecc.
I successori non seppero gestire la situazione, sballottati tra il Re di Francia ed il Duca di Savoia, “affamati di terre” in una lunga guerra, di terrore e sangue, ai danni del Piemonte a sud del Po, che nell’Italia di Augusto era parte della IX Regione “Liguria”. Nel 1547 Saluzzo fu assorbito dalla Francia, nel 1601 fu dato ai Savoia, come protettorato, e, dopo alterne vicende, definitivamente, nel 1713 (trattato di Utrecht). E Margherita? Nel 1531, per volere di Carlo V, sposò Vincenzo Gonzaga, che divenne duca del Monferrato, alla cui famiglia restò fino al 1713, quando come detto fu assegnato ai Savoia.
Salvatore di Grazia
Fonte: Ing. Salvatore Bafurno su “ilportaledelsud.com”, wikipedia.it e da altre fonti; foto alpini di Salvatore di Grazia- Immagini: l’utima cartolina di saluti del 5° Alpini Edolo dalla raccolta di Salvatore di Grazia

San Nicola

Fonti documentarie del ‘700 fanno risalire la fondazione della Chiesa di S. Nicola al 1266 attribuendola a Carlo I d’Angiò, fratello del Re di Francia. Tuttavia un atto notarile, ritrovato nel Codice di S. Biagio testimonia dell’esistenza di una chiesa di S. Nicola fin dal 1132. Probabilmente, dunque, la chiesa fu riedificata da Carlo I d’Angiò dopo aver subito molti danni nell’incendio del 1135 e completata da Carlo II d’Angiò, del quale era riconosciuta la devozione al Santo, dopo la sua incoronazione a Re di Napoli nel 1289. Il riferimento all’epoca angioina è ulteriormente confermato dalla presenza dello scudo dei gigli di Francia, scolpito sotto la volta della navata centrale.
La chiesa a tre navate, originariamente di stile gotico, ha subito pesanti interventi barocchi nella navata centrale e nell’abside, con la realizzazione delle ricche decorazioni a stucco tipiche di questo stile. Uno degli ultimi restauri ha portato al recupero delle monofore dell’abside con tracce di affreschi del XIV secolo e delle pareti di fondo delle due navate. All’interno coesistono due stili. La prima metà delle navate è sorretta da pilastri cruciformi di tufo senza capitelli, culminanti in archi ogivali e volte a crociera. La seconda metà, con struttura di epoca posteriore, presenta pilastri sormontati da capitelli con archi a tutto sesto,e un soffitto a cassettoni decorato nel 1947.

Le cappelle laterali presentano 5 cappelle ognuna. Nella I cappella della navata di destra vi è l’Annunciazione, una pregevole tavola del pittore fiammingo Teodoro d’Errico (XVII secolo). Nella IV cappella vi è una tela raffigurante S. Nicola di Bari in abiti vescovili, risalente alla prima metà del XVII secolo.
Davanti al primo altare della navata di sinistra è posta una fonte battesimale, in marmo, risalente alla seconda metà del XVII secolo.
Sull’Altare maggiore vi è un Crocifisso ligneo degli inizi del XIV secolo, che si rifà all’iconografia romanica. Nella nicchia centrale della navata di sinistra vi è la statua lignea della Vergine Divina Pastora di fattura seicentesca.

A destra, la piazza vista dalla chiesa: forse è una cartolina degli anni ’20 o ’30. La piazza non è cambiata per nulla: la fontana, la farmacia, i negozi sulla destra ci sono ancora, tutto come nelle 2 immagini di questa pagina. Al centro cd’è un’aiuola perennemente assediata dalle auto…

Il complesso della Real Casa Santa della Santissima Annunziata

Non si conosce l’epoca della fondazione del complesso, l’esistenza della chiesa della SS. Annunziata è però attestata già nel 1320, in un documento della SS. Annunziata di Sulmona. Il 23 novembre 1423 la Regina Giovanna II donò alla Casa Santa i beni appartenenti all’ospedale di S. Eligio, con diritto di patronato regio. La regolare esistenza dell’istituto è documentata dalla serie di Governatori, eletti fin dal 1410 per amministrare la Real Casa Santa, il cui compito era quello di nutrire gli orfani, curare gli infermi ed educare le giovani al maritaggio.La struttura si articola in più corpi edilizi, eretti in diverse epoche e destinati a specifici utilizzi. L’ingresso principale è decorato con un arco a tutto sesto, risalente al 1518 e di incerta attribuzione commissionata, probabilmente, dalla famiglia Mormile, come si evince dall’iscrizione posta sulla trabeazione. L’arco è delimitato da due lesene binate poggianti su alti basamenti in piperno, che incorniciano due bassorilievi raffiguranti, sulla destra la Resurrezione e sulla sinistra la Creazione del mondo.
-Tutta la struttura dell’arco, in marmo, è arricchita da rilievi raffiguranti personaggi e scene allegoriche di incerta interpretazione riconducibile probabilmente a Rainulfo Drengot, fondatore della contea normanna. Le lesioni visibili sulle lastre marmoree sono riconducibili al disastroso crollo del campanile del 1667.
Lateralmente all’edificio della Real Casa si erge l’imponente campanile, edificato nel 1477 e crollato rovinosamente, come s’è detto, nel 1667 a causa di una “leggendaria” saetta, ricordata nei documenti dell’epoca.

Nel 1712 sotto la direzione di Giuseppe Locchese iniziò la ricostruzione dell’attuale campanile, a pianta quadrangolare, con massiccio basamento in piperno bugnato e due ordini superiori con lesene doriche e ioniche. Nel 1776 Giacomo Gentile completò la struttutra con la costruzione dell’arco sormontato dall’orologio, realizzati con lo stesso materiale e stile della torre campanaria, che venne così, collegata all’ingresso dell’Annunziata. Il campanile con l’arco e l’orologio, noto come Porta Napoli, è il monumento con cui si identifica solitamente la città di Aversa.

Oltrepassato il cinquecentesco arco marmoreo si può osservare sul lato destro dell’androne lo scalone del XVII secolo che porta al piano superiore dell’antico ospedale. Oltrepassato l’atrio, si giunge in un primo cortile, alla cui sinistra si sviluppa una doppia rampa di scale, ornata da bassorilievi marmorei del XVI-XVII secolo, che culmina in un balconcino semi-ellittico, attraverso il quale si accedeva all’antica Cancelleria. Sul lato destro si apre l’ingresso ottocentesco al chiostro sul quale si affaccia la cosiddetta Sala delle colonne.

In fondo al cortile vi è la chiesa della SS. Annunziatapreceduta da un ampio pronao costituito da 4 colonne di marmo cipollino con capitello corinzio (foto a destra) provenienti da Atella, facenti già parte del Sedile di S. Luigi, che sorreggono archi a tutto sesto formanti tre campate coperte da volte a crociera riccamente decorate con motivi floreali e puttini in stucco realizzati da Pietro Scarola nel 1698 (foto a lato).
La chiesa fu eretta tra il XIV e il XV secolo originariamente priva di cappelle laterali,le quali furono costruite tra il 1612 e il 1621 sotto la direzione di Fra’ Giuseppe Nuvolo. Nel 1619 lo stesso architetto diede inizio, sul lato destro della navata, alla costruzione della Sacrestia, decorata con stipi lignei.
Nel 1674 una grande volta a botte sostituì l’originaria soffittatura in legno; mentre nel 1681 si cominciò la decorazione marmorea dell’interno, con la realizzazione del pavimento e dell’Altare Maggiore, in origine decorato da putti marmorei di Lorenzo Vaccaro. Agli inizi del XVIII secolo risale la costruzione della cupola, crollata nel 1823 e ricostruita in forma ridotta. L’interno a croce latina, è ad unica navata vasta e maestosa, di forme classiche. Sulla controfacciata, ai lati dell’ingresso sono posti i sepocri marmorei di Aloise Zurlo, del 154 e di Giovanni di Martuccio del 1615..
(Annunziata-Madonna delle Grazie (Scuola Romana del secolo XVI) – 9128 Ditta A.Ruta e F. Aversa)

Sui primi pilastri vi sono due acquasantiere in marmi policromi di Gaetano Sacco del 1710-11. Le cappelle sono ornate da dipinti del XVII-XVIII secolo tra cui si annoverano la tavola della Madonna delle Grazie e quella di S. Giovanni Evangelista entrambe di Angelillo Arcuccio. Nella VI cappella sinistra si trova un pregievole Crocifisso ligneo del XVI secolo.
Tra la navata ed il transetto sono posti due grandiosi e ricchi organi in legno dorato del 1687-88. Sulla parete del transetto destro è collocata la Deposizione di Cristo una tavola di Marco Pino da Siena del 1571; mentre su quella di sinistra si trovano l’Adorazione dei Pastori di Francesco Solimena del 1688 e la Strage degli Innocenti grande tela di Giuseppe Simonelli del XVIII secolo.
Al di sopra dell’altare maggiore si può ammirare la tavola dell’Annunciazione del XV secolo, attribuita a Ferrante Maglione.
Trasferito l’ospedale, attualmente il complesso ospita la Facoltà di Ingegneria della Seconda Università di Napoli (SUN).

Chiesa monumentale e monastero di San Francesco

Fondato tra il 1230 e il 1235 il complesso monastico di S. Francesco ha subito vari interventi nel corso dei secoli. La Chiesa, completamente ristrutturata a partire dal 1645, è preceduta da un pronao a pianta quadrata con arcate a tutto sesto e volte a scodella con pareti dipinte. Il pronao, come pure la parte inferiore del campanile appartengono alla costruzione originaria. Una porta lignea, risalente al XVII secolo, in cui sono intagliate le figure di S. Francesco e S. Chiara, introduce nell’interno della chiesa , a croce latina, con un’unica navata, sulla quale si aprono tre cappelle per ciascun lato. Sul lato sinistro, la III cappella è occupata dall’accesso alla sacrestia, sovrastato dall’organo del ‘700 in legno dorato. La chiesa è completamente rivestita in marmi policromi, realizzata tra la fine del ‘600 e gli inizi del ‘700. Sull’altare della I cappella a sinistra si può osservare la tela con Cristo deposto attribuita a Paolo de Majo, databile intorno alla metà del XVIII secolo. Nella II cappella a sinistra è posta l’Adorazione dei Pastori, dipinta da Pietro da Cortona intorno al 1650. Nel presbiterio si può ammirare una Pentecoste, datata 1754, probabilmente eseguita dal pittore napoletano Francesco Mura.

Fondato tra il 1230 e il 1235 il complesso monastico di S. Francesco ha subito vari interventi nel corso dei secoli. La Chiesa, completamente ristrutturata a partire dal 1645, è preceduta da un pronao a pianta quadrata con arcate a tutto sesto e volte a scodella con pareti dipinte. Il pronao, come pure la parte inferiore del campanile appartengono alla costruzione originaria. Una porta lignea, risalente al XVII secolo, in cui sono intagliate le figure di S. Francesco e S. Chiara, introduce nell’interno della chiesa , a croce latina, con un’unica navata, sulla quale si aprono tre cappelle per ciascun lato. Sul lato sinistro, la III cappella è occupata dall’accesso alla sacrestia, sovrastato dall’organo del ‘700 in legno dorato. La chiesa è completamente rivestita in marmi policromi, realizzata tra la fine del ‘600 e gli inizi del ‘700. Sull’altare della I cappella a sinistra si può osservare la tela con Cristo deposto attribuita a Paolo de Majo, databile intorno alla metà del XVIII secolo. Nella II cappella a sinistra è posta l’Adorazione dei Pastori, dipinta da Pietro da Cortona intorno al 1650. Nel presbiterio si può ammirare una Pentecoste, datata 1754, probabilmente eseguita dal pittore napoletano Francesco Mura.

L‘altare maggiore, ricoperto da tarsie in marmi policromi e madreperla, fu realizzato tra il 1697 e il 1699 dagli scultori carraresi Bartolomeo e Pietro Ghetti, attivi a Napoli dal 1663 al 1728.
Nell’abside è collocato il dipinto raffigurante S. Francesco in Gloria, opera di Jusepe de Ribera, detto “lo Spagnoletto”, datato 1642. Nel lato destro del presbiterio è posta la tela con S. Chiara che mette in fuga i Saraceni, attribuibile al De Mura.

Nel coro inferiore, cartolina a sinistra, è posta una rara icona bizantina raffigurante la Madonna Lactans databile al XIII secolo, che potete ammirare nella sua interezza nell’immagine a destra.
Il chiostro(cartolina in bassoa destra) rimane l’unica testimonianza dell’aspetto romanico originario del complesso. Decorato in alcune campate con affreschi risalenti a diverse fasi di intervento, il chiostro presenta archetti ogivali poggianti su colonnine binate.
Nella I campata una Madonna con Bambino e Santi, di forte impronta bizantina, rimane a testimonianza dell’originaria decorazione duecentesca. Nella II campata, l’affresco con Santa Chiara, databile al XVI secolo. Il paesaggio urbano, raffigurato sullo sfondo rappresenta, molto probabilmente, la città di Aversa nel XVIII secolo.

La chiesa è monumento nazionale.

ANTONIO BALSAMO

Originaria terra di avventurieri, saccheggiatori, mercenari, guerrafondai e voltagabbana, deposte le armi, Aversa ha avuto una “evoluzione” culturale impensabile nell’arte della cultura e sopratutto, della musica!
Dal Cimarosa in poi, la città ha visto nascere nei suoi vicoli tanti musicisti e compositori di innegabile talento, non ultimo Antonio Balsamo, “Tonino” per gli amici.
Antonio Balsamo nacque ad Aversa il 23 luglio del 1934 da Vincenzo e Filomena Iavazzo, già con la musica nel sangue, visto che il padre dirigeva la Banda Musicale di Aversa, e con tale esempio non poteva non amarla.
Dal nativo quartiere di Savignano andò a Napoli dove studiò al conservatorio di San Pietro a Majella, i cui corridoi in passato avevano già visto passare altri eccelsi musicisti e compositori aversani: si diplomò in “clarinetto” e “strumentazione per banda” pur essendo il sassofono il suo strumento preferito. E al sassofono dedicò tutta la sua vita suonandolo in varie sedi della RAI coi più importanti Direttori d’Orchestra del momento, in prestigiose orchestre teatrali napoletane, quali quella del “San Carlo” e della “Alessandro Scarlatti”, e come tutti i musicisti aversani suoi predecessori, girò l’Europa con esibizioni anche in Libano e Marocco (1966) allietando le serate nei più importanti alberghi del posto. A destra la locandina della sua esibizione di Beirut (Libano).
Ottimo sassofonista e amante dello jazz divenne in breve uno dei “grandi” nel suo campo e accompagnò, partecipando a molti festival del jazz, “star” mondiali come Duke Ellington, Maynard Ferguson, Hampton, e tanti altri realizzando anche incisioni discografiche.
Nel 1977 effettuò una lunga tournee in Giappone (foto in alto a sinistra) dove si esibì anche come Direttore d’Orchestra e suonando in varie jam-session con musicisti locali.
In Italia, oltre a collaborare con tanti musicisti italiani sia di jazz che rock, nonché una collaborazione con Vinicius De Moraes, indiscussa star della “bossa nova” brasiliana: ha accompagnato anche cantanti di musica leggera, e composto ed eseguito colonne sonore sia per la televisione che per il cinema. Un suo brano, eseguito con l’accompagnamento alla batteria di Alfredo Golino è stato inserito nella enciclopedia “I grandi del Jazz” edita dalla Fabbri Editori. A sinistra, la sua immagine al Festival Jazz di Clusone del 1988.
E’ stato dunque un tipo eclettico che ha spaziato in tutti i campi musicali sempre rimanendo ad un alto livello di composizione – esecuzione, insegnando la sua arte in vari Conservatori di Napoli, Avellino, Salerno e Campobasso. E fu grazie al suo impegno “scolastico” che infine lo studio del sassofono divenne ufficialmente materia di studio in tutti i Conservatori italiani.
Morì ad Aversa il 9 Aprile del 1998, nella suo quartiere natio.
Dal 2001, Campobasso lo ricorda con il concorso internazionale per sassofonisti “Tonino Balsamo”, e nel decennale della morte, nel corso della manifestazione “Omaggio ad Antonio Balsamo” tenutasi ad Aversa il 28 Dicembre 2008, l’A.M.A. (Associazione Musicisti Aversani) ha preso il suo nome, diventando “A.M.A.Antonio Balsamo”.

Padre Antonio Canduglia

Il 25 Settembre 2007, nella chiesa di San Lorenzo Fuori le Mura, Aversa e la sua Chiesa hanno ricordato uno dei suoi figli più illustri e poco conosciuto, Padre Antonio Canduglia, un missionario vincenziano martire in Cina durante quel bagno di sangue passato sotto il nome “rivolta dei boxers“, una vera caccia ai cristiani in particolare e agli occidentali in generale. Un famoso film ha parlato di questa rivolta, “55 giorni a Pechino“. Quel film finisce bene, arrivano “i nostri” (ci sono anche i bersaglieri) a salvarli, ma a Padre Antonio e a tantissimi come lui non finì bene, i nostri non arrivarono…

Confesso che di Padre Canduglia non sapevo proprio nulla, è grazie al dott. Luigi Marino che ho conosciuto la sua storia, il suo amore per il prossimo conclusosi con il martirio. Meglio di me a ricordarvelo, ecco un esaustivo testo che l’amico Luigi mi ha segnalato, tra i tanti, e che riporto integralmente. Il 25 Settembre sono stati celebrati i 100 anni dalla sua morte, ed è stato giusto ricordarlo degnamente con simposi e celebrazioni, e sono stato arcicontento che www.aversalenostreradici.com sia stato ancora una volta il primo a parlarne in ambito cittadino. E ancora primi in assoluto sappiamo che a Maggio 2009 i Padri Vincenziani nella persona del Postulatore delle cause dei Santi, P.Giuseppe Guerra, hanno incontrato il Vescovo di Aversa, tramite Mons. Giallaurito che ha assistito all’incontro: i Padri Vincenziani hanno chiesto di potersi muovere per la causa di Beatificazione del martire Canduglia.
Il Vescovo ha subito acconsentito formando una apposita Commissione composta dallo stesso Mons. Giallaurito, da don Ernesto Rascato e da Don Gerardo Sangiovanni che si dovranno occupare della cosa a livello diocesano.

Salvatore di Grazia

Al centro della pianura campana sorge Aversa. In una di quelle strade che si addossavano alla Cattedrale, il 13 giugno 1861 nacque Antonio Liberatore Canduglia, da Michele, impiegato nelle prigioni, e da Giuseppa De Chiara. Il giorno dopo gli fu amministrato il Battesimo nella parrocchia dei SS. Filippo e Giacomo. Antonio, secondogenito di tre figli (lo precedeva, in età, la sorella Marianna, che lo seguirà a Parigi nella stessa Congregazione di S. Vincenzo de’ Paoli), conobbe ben presto la sofferenza, il sacrificio e il lutto. Provò subito la tristezza per il distacco del fratellino minore, che il Signore chiamò a sé all’età di tre anni. Ancora piccolissimo stupiva tutti recitando il rosario in parrocchia. «Era docile per natura», scriveva di lui Suor Canduglia, «non ricordo d’avergli visto fare mai quelle bizze che sogliono fare i bambini quando sono contraddetti nella loro volontà; facilmente, si persuadeva e si contentava di tutto». Rimasto presto orfano dei genitori, i nonni materni pensarono alla sua educazione e gli fecero frequentare un istituto privato, forse nella stessa città di Aversa, dove fece le classi elementari e ginnasiali.
TRA PARROCCHIA E SEMINARIO: Conseguita la licenza ginnasiale, ottenne dai nonni materni quello che da tempo desiderava: indossare l’abito talare. All’età di 18 anni Antonio non aveva alcuna idea del mondo, ma aveva in animo di farsi missionario. Suor Canduglia, la sorella: «Credo che da qualche tempo vagheggiasse il desiderio di farsi missionario e non osasse farmene parola, temendo di contristarmi, perché un giorno, avendo fra le mani un’immaginetta della Santa Infanzia, ov’era rappresentato un missionario che battezzava un bambino tra le braccia di una figlia della Carità, egli, con un sorriso significativo, mi disse: “Così saremo un giorno tu ed io!”». Questo desiderio crebbe con la frequenza al Seminario di Aversa, dove ebbe modo di conoscere – attraverso immaginette e stampati – l’Opera della Propagazione della Fede, realizzata a Lione, da Paolina Maria Jaricot. Il futuro beato P. Paolo Manna, al suo arrivo in diocesi, il 23 agosto 1921, poté vedere già cinque suoi figli martiri per la fede e così scrisse sul bollettino annuale delle Pie Opere “La Santa Infanzia e la Propagazione della Fede”: «Se tutte le diocesi fossero state così ordinate, non sarebbe sorta l’Unione Missionaria del Clero». Lì ad Aversa, infatti, lo spirito missionario aveva radici che risalivano al 1822, anno dell’Istituzione dell’Opera per la Propagazione della Fede.
SULL’ALTARE DUE MARTIRI… Antonio aveva coltivato a lungo il sogno di partire missionario, tanto più che da Parigi arrivavano voci sulla necessità di preti in Estremo Oriente. Nel 1880, all’età di 19 anni, lasciò Aversa per trasferirsi nella Casa madre dei Padri Lazzaristi di Parigi. Il Signore lo invitava a camminare con lui «senza guardare indietro». Capì subito la frase evangelica: «Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me». Chi, in quel tempo, avesse avuto desiderio di abbracciare la vita missionaria, purtroppo, doveva trasferirsi al Nord, o, addirittura, all’estero. Sarà il Padre Manna a ravvisare la necessità di istituire un luogo di formazione missionaria nel meridione d’Italia negli anni ’20, con la disponibilità della stessa diocesi di Aversa, che depose nelle sue mani il palazzo padronale in Trentola Ducenta, tuttora centro di formazione e animazione missionaria per tutto il Sud d’Italia.
Al termine del noviziato, con la professione religiosa del 3 maggio 1882, entrava definitivamente nella Congregazione di S. Vincenzo de’ Paoli e già il successivo 3 giugno riceveva la sacra tonsura e gli Ordini Minori. Il 7 giugno 1884 fu ordinato, a Parigi, sacerdote missionario della Congregazione dei Padri Lazzaristi.
CINESE TRA I CINESI: Il 5 luglio lasciava Parigi per l’Estremo Oriente. Lo attendeva la Cina, la terra dei suoi sogni. Quando Padre Antonio arrivò a destinazione, fu subito associato al lavoro degli altri Padri Lazzaristi nel Kiang-si meridionale. Furono essi i primi maestri di pastorale missionaria. Ma bisognava apprendere la lingua e i non pochi e difficili dialetti cinesi, in particolare il mandarino. Più di due terzi della popolazione lo parlava. Bisognava inoltre conoscere i quattro toni del cinese, corrispondente agli effetti della voce: scendenti, discendenti piatti o modulati. I caratteri della lingua cinese erano moltissimi e avevano pronunce a volte simili, ma con significati diversi secondo la tonalità; che se la pronuncia non era esatta poteva succedere che si chiedesse da bere e gli venisse portata, ad esempio, una manciata… di fieno.
Da qui in poi per i cinesi egli sarà I-Kiang. Antonio capì che non sarebbe giunto lontano, se non si fosse totalmente inserito nella vita cinese. Conosceva bene l’istruzione del 1659, la Magna Charta di Propaganda Fide, diretta ai Vicari apostolici in Cina e in Indocina, contenente direttive per i missionari. Di esse, alcune erano degne di una particolare attenzione: l’invito a promuovere il clero locale e l’impegno per l’inculturazione, con la proibizione di combattere i costumi e le tradizioni del Paese, eccetto quelli in contrasto con la fede e la morale. Insomma era necessario farsi “tutto a tutti”. Aveva cambiato i vestiti, lo stesso nome, s’era vestito alla cinese e ora bisognava cambiare anche i costumi. «Vuoi farti un’idea dei costumi di questa gente? Fanno tutto il contrario degli europei: mangiano al mattino e fanno colazione la sera; se fanno il calcolo con le dita, incominciano dal dito mignolo e finiscono col pollice; gli uomini portano una lunga veste e le donne vanno con i calzoni ed una blusa che arriva al ginocchio; in Europa si scoprono la testa in segno di rispetto, qui si coprono: è una grande ineducazione il presentarsi a un personaggio con la testa scoperta; sicché anche noi celebriamo la Messa con la testa coperta, con un berretto di seta tutto lavorato, con due larghe sciarpe che scendono di dietro e con una piccola mitra».
E poi che letti, che viaggi, che sporcizia…, che cibi!
«I cinesi sanno ben salare, salano tutto, salano la carne porcina, quella di bue o di cane, salano i pesci, salano le uova, gli erbaggi, le frutta, le carote, le melanzane, le anitre, gli uccelli, salano… le zucche (non vale più il detto «non c’è sale in zucca!»)… il riso è il loro cibo quotidiano: riso al mattino, riso a mezzogiorno e riso alla sera». Giorno dopo giorno Padre Antonio diventava cinese tra i cinesi.
UN INCENSIERE… “MARTIRE” NEL KIANG-SI MERIDIONALE: Terminato lo studio della lingua, al giovane missionario fu assegnato il distretto che abbracciava tutto il dipartimento di Nanhag-Fou e che comprendeva le città di Tayu-Hien, Nan-Ngan-Hien, San-Yu-Hien, Tsuen-Yu-Hien. Attorno a queste città, migliaia di villaggi, tra i quali, quello di Ta-wo-li (dove Padre Antonio risiederà e incontrerà il martirio), l’uno vicino all’altro, con 6/700 abitanti. La sua dimora: una misera capanna che era chiesa, sacrestia, studio, camera da letto: «Non c’è neppure una cucinetta; se non fosse per la Salome, vecchia mia vicina, la quale mi prepara il pranzo in casa sua… Per volersi edificare una casa bisognerà avere pazienza e aspettare il tempo designato dalla divina Provvidenza». «Io faccio una vita errante; non mi ritrovo mai nel medesimo luogo… simile ad uno zingaro… vado girovagando per ogni dove. Sono venuto in queste contrade lontane per additare agli altri il cammino della vita eterna… bramerei spendere un quarto d’ora innanzi al SS. Sacramento… sono solo e in tutto il mio distretto non vi sono altri missionari. Ho uno svegliarino che mi fa alzare alle quattro; ecco la sola pratica che mi resta, vera reliquia di comunità: se si guasta, addio regola di San Vincenzo».
In genere, impiegava cinque o sei mesi a percorrere o visitare le comunità cristiane. Se il luogo si trovava sul fiume, prendeva la barca; diversamente non gli restava che andare a piedi o servirsi di un palanchino (in una delle corrispondenze confidava: «È meglio andare a piedi che rompersi le ossa in simile veicolo»). «Ho, poi, un bel mulo che mi porta sulla sua schiena quando vado a Nan-Ngan-Fou o altrove; se vedessi, che animale intelligente! Gli manca solamente la parola e come conosce il padrone! In viaggio, valica monti e attraversa fiumi e, nei luoghi scabrosi, cammina con attenzione per non farmi cadere. Ma se è un altro che gli s’avvicina? Si volta subito dalla parte della groppa e l’invita a guardare i suoi piedi». Nelle sue peregrinazioni apostoliche, tra le cose necessarie era solito portare con sé un incensiere, «perché i cristiani amano vedere bruciare dell’incenso». Un incensiere “martire” con una storia degna di essere raccontata.
«A quanti e quali missionari, scriveva, sia appartenuto, non lo so. Ultimamente era nelle mani di Padre Angelo Fusco, italiano, aversano, il quale ha fatto i suoi studi nel Seminario di Aversa; lo conobbi a Parigi durante il mio Seminario e un anno durante gli studi. Quando io ricevevo gli Ordini Minori, il 3 giugno 1882, egli prendeva Messa e partiva per il Kiang-si meridionale». I due futuri martiri si rincontrarono quell’8 settembre 1884 a Shangai: l’uno arrivava e l’altro ripartiva per l’Europa per cattiva salute. «Ritrovai tutti gli arredi sacri dei quali egli si serviva e li ottenni per il mio uso, fra gli altri oggetti c’era pure quell’incensiere. Era un vero ricordo: ricordo di un paesano, ricordo di un confratello che avevo conosciuto a Parigi, ricordo di un missionario che avevo conosciuto in Cina e, guarda caso, proprio nel Kiang-si meridionale». Un incensiere destinato a segnare un passaggio di consegne nel vincolo della stessa fede. Quell’incensiere fu anch’esso vittima di un saccheggio voluto, nel 1886, da un mandarino nemico giurato dei cristiani. Ma un giorno Padre Canduglia venne a sapere che quell’incensiere si trovava al Monte di pietà e riuscì a riscattarlo.
Certo è che la sua fu una vita continuamente a rischio. Erano tempi in cui la guerra in Cina era di casa. Per di più, prendeva sempre più corpo il brigantaggio. Mentre a Nord i Boxer dominavano incontrastati, al Sud squadroni di briganti e per giunta fanatici, con un misto di magia e spiritismo. Spesso riaffioravano gruppi nazionalistici con forti sentimenti xenofobi. Padre Antonio si era messo nelle mani del Signore.
UNA PERSECUZIONE TERRIBILE: Agli inizi del 1900 era scoppiata la rivoluzione dei Boxer, sorta in reazione all’occupazione di alcuni porti cinesi da parte di nazioni europee e alla creazione di zone di influenza straniera all’interno del Paese. Nel movimento xenofobo furono coinvolti anche i missionari perché il protettorato francese li faceva apparire più cittadini di un potere straniero che non inviati di una religione. Da questo malcontento, nacque lo slogan della “società dei Pugni Armoniosi” (Boxer): «Sterminate gli stranieri». Ed inoltre: «Popoli, alzatevi: abbiate un cuore solo e un’anima sola per uccidere i diavoli d’Occidente. Dai tempi antichi, i Cinesi dell’Impero del Mezzo si distinguevano dai barbari stranieri: ora i popoli sono confusi. A chi appartiene l’Impero? Confucio e Mengtsen non fanno che piangere e i loro petti sono inondati di lacrime». Questo movimento era chiaramente diretto contro i cristiani e gli europei. Più d’una volta, i cristiani indigeni sentirono questa minaccia: «Vi uccideremo e non vi permetteremo di ritornare».
La rivoluzione incominciò a Nord della Cina non risparmiando né uomini né cose. Padre Antonio, scrivendo alla Superiora delle Figlie della Carità con animo triste e amareggiato, diceva: «Una persecuzione terribile è venuta a sorprenderci nel momento che non ce lo aspettavamo, la quale ha raso tutto al suolo, tutto ha distrutto ovunque è passata». In tutte le province del Kiang-si, chiese, cappelle, residenze, tutto fu saccheggiato ed incendiato. I villaggi cristiani ebbero la stessa sorte: spogliati, depredati, bruciati e abbandonati privi di tutto. Nella Missione del Padre Canduglia, la situazione fu ancora peggiore: gli incendiari intendevano massacrare tutti i cristiani. Molti riuscirono a fuggire, ma «quelli che non hanno voluto o potuto fuggire sono stati assassinati senza pietà». Non rispettavano né vecchi, né donne, né fanciulli. Tra le prime vittime vi furono tre giovani vergini cristiane, piissime, tutte sorelle di un prete cinese. Un giorno presero più di venti cristiani e due suore, li gettarono in terra e, dopo averli coperti di paglia e di sarmenti, vi appiccarono il fuoco, facendoli morire tra sofferenze atroci.
L’ORA DEL TRAMONTO: Dopo le sanguinose scorribande nella Cina del Nord, nei primissimi anni del 1900, i Boxer, inarrestabili nella loro furia sanguinaria, dirottarono verso il Sud, dove trovarono terreno fertile. Padre Canduglia, all’avvicinarsi della furia xenofoba e antireligiosa, sapeva bene che ogni buon pastore non fugge se vede venire il lupo. La nuova setta, chiamata “Chen-Ta-Hoei”, ossia “Società degli Spiriti Battitori”, o “Della lotta per gli Spiriti” si poneva anch’essa in opposizione agli europei e ai cristiani.
Non si facevano scrupolo di calunnie e menzogne. Persino il Prefetto di Kanchow fece affiggere un proclama che dimostrava quanto fossero ridicole le accuse. I Padri missionari incaricarono Padre King (un prete indigeno) perché sollecitasse il Taotai (il Prefetto) a prendere provvedimenti che, in parte, rasserenarono i cristiani. Non così a Ta-wo-li, centro di Padre Antonio. Il Sottoprefetto fu poco sollecito a porre freno alla setta che ebbe via libera e, cosa ancor più vergognosa, tutti i fabbri dei dintorni furono requisiti per fabbricare armi.
Il 21 settembre 1907 quattrocento Boxer si portarono a Ta-wo-li per mettere a soqquadro l’intero villaggio. Trepidazione, paura, angoscia invasero ogni casa. Padre Canduglia inviò a Kanchow due corrieri a chiedere soccorsi, mentre il Padre Lecaille dava rifugio a tutti nella chiesa. Il Padre Scottey espose la situazione al Prefetto che inviò sessanta soldati, di cui, però, venti mandati al villaggio ad Ovest di Kanchow. Il 22 settembre 1907 e il giorno successivo, si ebbe l’impressione che l’allarme fosse rientrato. Ma era un tranello ben architettato. Il Prefetto stava vendendo la vita dei missionari.
Nel pomeriggio del 24 settembre, Ta-wo-li era completamente circondata da centinaia di Boxer. Ormai non c’era scampo. Verso le ore 17 veniva ucciso un primo cristiano.
«SINITE HOS ABIRE!»: Inutilmente Padre Antonio si era rivolto al mandarino; in risposta gli fu proposto di abbandonare tutto e tutti e fuggire. La sua preoccupazione non era il salvarsi, ma il salvare.
Si ripeteva la scena di Gesù nell’orto degli ulivi: «Sinite hos abire!». Andava ripetendo spesso: «La mia vita non importa; prima di tutto proteggete i miei cristiani. Avete dimenticato che un pastore dovrebbe dare la vita per le sue pecore? Noi non siamo degni del martirio; ma ecco quale grazia Dio può farci nel compiere il suo dovere in ogni cosa».
Nella notte del 25 settembre i Boxer erano diventati circa diecimila e incominciarono ad appiccare fuoco dappertutto. I cristiani furono invitati tutti a rinchiudersi nella chiesa per mettersi al sicuro. Durante l’assedio perirono molti cristiani.
«Quel mattino – così scrive al Padre Superiore Generale – fu bruciato vivo un medico cristiano, Simone Tcheng, di 83 anni; non miglior sorte ebbe Alessandro Tcheng, padre di una suora di S. Anna, che fu arrestato e interrogato sulla sua religione. Avendo coraggiosamente confessato la propria fede, fu subito legato, trascinato e decapitato, mentre invocava il nome di Gesù, di Maria e di Giuseppe. Sulla pubblica piazza, un gruppo di sette-otto fanciulli venivano infilzati e sollevati in aria con lunghe pertiche e poi rigettati a terra per essere infilzati di nuovo. Una dozzina di giovani cristiane, poi, prima di essere uccise ebbero troncati il naso, le orecchie e il seno. Una di esse, come l’apostolo S. Andrea, fu messa in croce con le braccia e le gambe divaricate e il corpo trapassato con un coltello di bambù e, per ben due giorni, sopportò quell’atroce supplizio. Era soltanto l’inizio; l’epilogo sarebbe accaduto nel pomeriggio, quando i nuovi Boxer strariparono a migliaia.
Erano giunti, frattanto, alla residenza del missionario, mandati dal mandarino, un ufficiale con dieci uomini e quattro cavalli, con l’ordine di prelevare con la forza il Padre Canduglia e «portarlo in salvo».
MERCOLEDÌ 25 SETTEMBRE 1907: A chi lo invitava a salvare la propria vita, rispondeva: «Avete dimenticato che un pastore dovrebbe dare la vita per le sue pecore?». All’ultimo appello di Padre Antonio il mandarino gli consigliò di abbandonare tutto e tutti e salvare la vita. Puntualmente la risposta fu: «La mia vita poco importa, prima di tutto proteggete i miei cristiani». Allora, fattolo salire su un cavallo, lo prelevarono con forza con l’intento apparente di portarlo in salvo con i suoi cristiani. Uscito dal villaggio lo attendeva un feroce gruppo di rivoluzionari. Il primo bersaglio fu il cavallo del padre. Appena la bestia stramazzò al suolo, ben due colpi di picca ferirono il missionario. Il cadavere fu allora decapitato e aperto. Il cuore e le viscere strappate e il corpo crivellato con arma tagliente; nella serata, poi, il cuore fu divorato da quei banditi, mentre le viscere furono sospese agli alberi per essere mangiate dagli uccelli. Nei giorni seguenti la testa fu portata in giro sopra una picca per i vicini villaggi e poi gettata in uno stagno. Sta di fatto che, uccidendo lui, furono salvi quasi tutti i suoi cristiani, rinchiusi nella sua chiesa e lo stesso Padre Lecaille, che con lui aveva condiviso gli ultimi tempi nel lavoro apostolico. Consegnandosi come agnello condotto al macello, aveva già ottenuto salva la vita per i suoi cristiani e per lo stesso Padre Lecaille, mentre ora per sé aveva ripetuto definitivamente: «La mia vita non importa!».
Ai Cinesi aveva voluto non soltanto dare il Vangelo di Dio, ma tutto se stesso. Aversa gli ha dedicato una strada, in uno dei vecchi quartieri della città: “Via Antonio Canduglia, martire missionario”.
DALLE LETTERE DI Padre ANTONIO ALLA SORELLA «COM’È DIFFICILE DIVENTARE CINESE»
«Da che sono arrivato in questo Paese, non ho fatto altro che studiare la lingua cinese. La lingua non si apprende facilmente; è da sette mesi che lavoro ed appena ne so qualche parola. Per parlare questa benedetta lingua dei codini ci vogliono più anni; per saper leggere e scrivere ci vuole una decina di anni… ogni parola ha un segno nella scrittura; sicché quante sono le parole, altrettanti sono i segni che differiscono l’uno dall’altro; se ne contano da tredici a quattordicimila».
«Se vedessi come sono vestito, ti metteresti a ridere! Una lunga veste che scende sino ai calcagni, aperta ai due lati come una camicia; cambia di colore secondo le stagioni: bianca nell’estate, blu nei mezzi tempi, nell’inverno foderata di pelle: una lunga casacca con larghe maniche, che chiudesi mediante 5 bottoni di ottone (5, sai, e non più, che l’abito sia piccolo o grande non ne abbia più di 5: metterne uno di più sarebbe violare le regole), un paio di scarpine di stoffa e delle calze bianche cucite con l’ago».
«Ogni otto giorni viene il Ti-Ten (barbiere), per radermi la testa, me la mette in un bacile di acqua calda e me la stropiccia ben bene, poi si arma di un rasoio, che taglia come il vento, me la fa pulita pulita, eccetto al cocuzzolo; dopo mi pettina ed intreccia il codino e vi mette dei laccetti di seta che scendono quasi fino ai piedi. Se sapessi che mi fa passare questo benedetto codino! Afferra dappertutto; un giorno sentii strapparmelo fortemente di dietro. Che cosa era successo? Uscendo di fretta si era chiuso nella porta».

A destra la copertina del libro che Mons. Nicola Giallaurito ha pubblicato sulla vita ed il mrtirio di Padre Antonio Canduglia

GAETANO ANDREOZZI

Gaetano Andreozzi, nato ad Aversa il 22 Maggio 1755 è il terzo, grande musicista che annovera la nostra città, città che aveva già dato i natali ai due grandi musicisti Domenico Cimarosa e Niccolò Jommelli. E fu proprio quest’ultimo, in quanto zio dell’Andreozzi per parte di madre, che avviò il nipote all’arte della musica e questa illustre parentela gli valse l’appellativo di “Jommellino”, con cui verrà conosciuto in tutta Europa. Gaetano fu ammesso giovanissimo al Conservatorio della Pietà dei Turchini ove iniziò gli studi di canto, armonia e contrappunto sotto la direzione di valenti maestri. Le sue prime composizioni furono delle cantate per una sola voce e dei duetti per due soprani col solo basso. Aveva solo sedici anni quando uscì dal Conservatorio e si recò a Roma dove compose, per il teatro Argentina, la sua prima opera seria in due atti, La morte di Cesare, che ebbe molto successo, e con un componimento sacro, Giefte. Qualche anno dopo, a Firenze, scrisse per il teatro Ducale, l’opera Bajazet e, per quello di Livorno nel medesimo anno, l’Olimpiade. Per il teatro San Benedetto di Venezia scrisse Agesilao e per il Regio di Torino, Teodolinda. Nel 1782 compose Catone ín Utica, il Trionfo di Arsace, La Vergine del Sole ed infine Angelica e Melidoro per il teatro di Venezia, nel 1783. Il successo ottenuto da queste sue opere gli fece acquistare una certa fama tant’è che nel 1784 fu invitato in Russia, presso il teatro di San Pietroburgo, per comporre la Didone abbandonata e Giasone e Medea, che incontrarono il gusto di quella Corte e di quel pubblico freddo e piuttosto severo. Ritornato in Italia nel 1786, proprio mentre il suo conterraneo Cimarosa si recava presso la corte russa, sposò una cantante, Anna de Santi, rampolla di una distinta famiglia fiorentina, che divenne la principale interprete delle opere che andò via via componendo che fece esordire, come primadonna, nel teatro della Pergola nel 1791. L’Andreozzi fece pubblicare a Firenze le partiture di sei Quartetti per due violini, viola e basso. Nell’anno seguente, 1787, scrisse per il teatro Argentina di Roma, La Vírginia, opera che fu un fiasco totale. Nonostante tale insuccesso venne invitato al teatro San Carlo di Napoli per comporre l’opera Sofronía e Olindo e nell’autunno dello stesso anno, Sesostri. Nel 1790 scrisse per il teatro del Fondo, la Principessa filosofa e nel 1791 Il finto cieco. Nel 1793 scrisse per il San Carlo di Napoli l’oratorio Saulle (considerata la sua composizione più riuscita e giustamente ricordata in una delle cartoline edite dal Comune di Aversa nel 2005) e l’opera in due atti Arsinoe. Fu poi invitato in Spagna, a Madrid, dove compose il Gustavo Re di Svezia che ebbe molto successo. Al suo ritorno a Napoli, fece rappresentare per il San Carlo l’oratorio La Passione di Gesù Cristo e le opere Armida e Rinaldo e Priamo e Tisbe. Nel 1805 scrisse per il teatro La Fenice di Venezia l’ultima sua opera, Giovanna d’Arco, che meritò unanimi e generali consensi. Benché ancora giovane, a causa di vari problemi e vicende di natura personale, abbandonò il teatro e si dedicò esclusivamente all’insegnamento del canto. Ricercato da tutta la nobiltà napoletana, venne anche invitato alla Corte borbonica per dar lezione alle reali principesse, dove mostrò particolare attenzione alla futura Duchessa di Berry, Maria Carolina, (figlia del re di Napoli Francesco I) che mostrava più attitudine e buon volere di apprendere. Data la sua professione che la costringeva a spostarsi di città in città, la moglie Anna viveva quasi sempre da sola e, se non legalmente, era di fatto separata dal marito, il quale facendo appunto l’insegnate di musica e ristabilitosi nella natia Aversa, non poteva seguirla. Nell’anno 1811, Anna de Santi, non proprio sposa fedele, rimase uccisa con il suo amante in un incidente con la carrozza, nei pressi di Pilmitz (Dresda). Rimasto vedovo, Andreozzi sposò una giovinetta di basso ceto sociale che gli diede due figli e abbandonò quasi completamente il teatro come compositore tentando la strada dell’impresario (1806), ma le vicende politiche mandarono a monte il suo progetto. Come maestro di canto non era più richiesto come prima e pertanto le sue condizioni economiche iniziarono lentamente a peggiorare fino a ridurlo ad una vera e propria condizione di indigenza. Sommerso dalla miseria più nera, decise di recarsi a Parigi nel 1825 con la speranza di ottenere aiuto della sua antica allieva, la Duchessa di Berry. La nobildonna, infatti lo ricevette affabilmente e lo protesse, garantendogli sia degli appannaggi economici sia lezioni di canto a tutte le dame di Corte. Con tali guadagni Andreozzi riuscì a mantenere la moglie e i due figlioli lasciati ad Aversa, ma la sua malandata salute non gli consentiva di sopportare il rigido clima di Parigi e per tal motivo pensò di ritornare nel Regno di Napoli. La stessa Duchessa di Berry si preoccupò allora di raccomandarlo a suo padre, Francesco I di Borbone, perchè una volta giunto a Napoli gli concedesse un occupazione ben retribuita. Ma proprio mentre si accingeva a lasciare Parigi, nel mese di dicembre del 1826, il musicista moriva all’età di sessantatré anni: era il 21 dicembre del 1826, ma la data della sua morte non è certa, perché altre fonti riportano la sua morte il 24 dicembre.

Hanno detto di lui: Lo sfortunato musicista aversano non era mai stato, in verità, un maestro di genio e di originalità, ma come la maggior parte dei compositori della Scuola napoletana, possedeva una certa vena melodica ed una facilità di scrittura che rendevano gradevoli le sue opere, almeno per la voga di quei tempi. La fama di Andreozzi. risulta da numerose testimonianze. Fra l’altro, il contemporaneo Paisiello (secondo Agostino Gervasio, Osservazioni musicali intorno ai compositori napolitani, ricavate dalla conversazione col sig. Paisiello, MS all Arch. dei Filippini di Napoli) affermò che egli godeva ai suoi tempi di una reputazione straordinaria. Leandro F. de Moratin, poeta drammatico spagnolo. (1760- 1828), trattando dell’opera comica a Napoli nel suo Viaje en Italia, notò che fra i maestri di cappella italiani allora viventi almeno un terzo era napoletano, emergendo, emergendo fra i più noti Cimarosa, Paisiello, Tarchi, Traetta, Guglielmi, Fioravanti e Andreozzi. A detta di Florimo, Andreozzi “non era un maestro di genio né di molta scienza musicale, ma, come la maggior parte dei compositori napoletani, possedeva una certa facilità e naturalezza di melodie più che sufficienti per rendere gradite e piacevoli le sue opere che certo non erano destinate a sopravvivergli…”. In realtà, la copiosa produzioni di Andreozzi, devota ad un vacuo virtuosismo canoro, appare genericamente fedele, in campo serio buffo e sacro, alle più ovvie direttive stilistiche napoletane, pur avvivata da qualche sapido tratto strumentale. Si rilevi pure che Andreozzi appartenne alla schiera degli operisti che si dedicarono alla voga dei drammi sacri di impianto grandioso; né meraviglia, allora, che il suo oratorio Saulle sia apparso su scene teatrali. Quanto alla musica strumentale ed in particolare ai quartetti, che lo collocherebbero nella scia di Sammartini, si può condividere l’opinione di A. Capri, secondo il quale Andreozzi. trattò la forma quartettistica con una perizia, una ricchezza inventiva e una equilibrio degni di Haydn nell’elaborare le parti e nel congegnare ognuna di esse con autonoma scioltezza dialogica entro la complessiva compagine sonora.

Le Opere: Comp.: Op. teatr.: L’equivoco (Firenze, 1781); L’Arbace (Livorno, 1781); I pazzi per disimpegno (libr. A. Bagliacca; Venezia, 1782);L’Olimpiade (Pisa,1782); Bajazet (Firenze, 1783); La Vergine del Sole (F. Casoli; Genova, 1783, o Palermo, 1797); Amore industrioso (Firenze, 1783); Quello che può accadere (Venezia, 1784); Le tre fanatiche (G. Palomba; Napoli 1785); Didone abbandonata (Metastasio; Pisa, 1785); Partenope sul lido etrusco (C. Boccella; Lucca,1785); Catone in utica (Metastasio; Cremona 1786); Virginia (Genova, 1786); La pace tra Amore e Imeneo (Firenze, 1787); Arminio (Venezia, 1788); Agesilao (Ballani e altri; ivi, 1788); Teodolinda (G. D. Boggio; Torino, 1789); Sesostri (Zeno; Napoli, 1789); Giovanna D’arcoo sia La Pulcella d’Orléans (A. S. Sografi; Vicenza, 1789); Artaserse (Metastasio; Livorno, 1789); La morte di Giulio Cesare (Roma, 1789); Il finto cieco (Napoli, 1791); Angelica e Medoro (G. Sertor; Venezia, 1791); Amleto ( G. Foppa; Padova, 1792); Gli amanti in Tempe (G. De Gamerra; Firenze,1792); Sofronia ed Olindo (C. Sernicola; Napoli, 1793; col tit. Amelia ed Ottiero, Trieste, 1797); Giasone e Medea (Napoli, 1793); Le nozze inaspettate (ivi, 1793); Ines de Castro (C. Giotti; Firenze, 1793); La principessa filosofa, o sia Il contraveleno (A. S. Sografi; Venezia, 1794); Arsinoe (M. Rispoli; Napoli 1795); Il trionfo di Arsace (F. Ballani; Roma 1795); La morte di Cleopatra (Palermo, 1797); Argea (G.D. Boggio; Torino 1799); Pamela nubile (Parma, 1800); Armida e Rinaldo (Napoli, 1802); Il ritorno dei Numi (F. M. Villani; ivi, 1802); Il trionfo di Alessandoro (A. Passaro; ivi 1803); Pirami e Tisbe (G. Schmidt; ivi, 1803); Il trionfo di Claudia (Firenze, 1803); Sedesclavo (M. Prunetti; Roma, 1805); Il trionfo di Tomiri (F. Cammarano; Napoli, 1807); Tutti i torti son dei martiri (Firenze, 1814); Il trionfo di Alessandro Magno il Macedone (Roma, 1815). Oratorî: Giefte (Roma, 1779); Isaccofigura del Redentore (Jesi, 1785); La Passione di Gesù Cristo (Napoli, 1789); Saulle (ivi,1794); Assuero ossia la regina Ester (Palermo, 1798); 3 quint. per ob. e archi (MS); 6 quart. op. 1 (Firenze,1786).


Testo di Salvatore di Grazia
Fonti consultate: F.Piovano, Notizie storico-bibliografiche sulle opere di P. C .Guglielmi, in RMI, 1909; A. Della Corte, L’opera comica italiana nel ‘700, Bari, 1923; U. Prota Giurleo, ” Jomellino ” e Signora, in ” Nostro tempo “, Napoli, 1955; R. Bonvicini, in DBI; F. Bussi, in GROVE; Wikipedia; L’Informazione; AMA Associazione Musicale Aversana