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1000 anni di storia

Qui Sub Ingesta Iacuit Basiliscus Harena – Invictum Liber Protulit Ille Caput
Al centro della fertile pianura Campana, la Campania Felix dei romani, territorio dei Liburni (da Leuterni da cui Leboria o Liburnia), antica popolazione affine ai Cimmeri, i cui confini erano delimitati a sud dal Ducato di Napoli a est e a nord dal fiume Clanio e ad ovest dal mar Tirreno, sorse la città di Aversa che qualche studioso vuole di fondazione etrusca, ed altri, ancora più antica. Infatti, scavi nella zona ovest della città e nel comune limitrofo di Gricignano di Aversa, hanno riportato alla luce insediamenti del tardo Neolitico (fine IV millennio a.C.), ripartizioni agrarie e solchi di ruote di carri nonché fosse con scheletri rannicchiati della media età del Bronzo (fine del III inizio II millennio a. C.) e numerose tombe del IV-III sec. a.C.L’impianto della città si presenta perfettamente inserito in una probabile precedente suddivisione etrusca del territorio, il cui centro era costituito dall’area sacra della Cattedrale, sorta .sull’antica cappella Sanctu Paulu at Averze; era una cappella dedicata al Santo, diventato poi il patrono della città, in memoria del suo passaggio per la via Consolare Campana,nel suo viaggio verso Roma, nel 61 d. C. Il nome della città deriva sì dalla sua posizione geografica, ma la radice del suo toponimo richiama anche quello di Velsu, una delle dodici città estrusche campane non ancora individuata. Il nome, nel susseguirsi delle generazioni è stato poi corrotto in Verzelus (Verzulus)Versaro, ed infine in Averse. Dell’antica città rimarrebbero alcune suppellettili della necropoli della sua zona nord, presso Teverola, qualche scritta, rilievi di animali, vasellame nonché una rete di cunicoli sotterranei, in buona parte ancora percorribili, che collegavano tra loro le varie aree sacre 
Nel 1030 il territorio fu concesso ai Normanni dal Duca Sergio IV, Conte di Napoli, per l’aiuto prestatogli nel 1027 contro Pandolfo IV, principe longobardo di Capua. Il loro capo, Rainulfo Drengot, la cinse di mura e ne fece una contea indipendente (la prima contea normanna in Italia), riconosciuta dall’imperatore Corrado nel 1038. I Normanni riunirono i borghi già esistenti o di nuova formazione in quattro cinte murarie utilizzando le strutture già esistenti, ne crearono di nuove con un sistema di difese che comprendeva la primitiva area dal palazzo-fortezza e la cappella di San Paolo. Appena nacque la Contea, il borgo iniziale subì profonde trasformazioni. Il precedente insediamento fu racchiuso nei confini della neonata città, protetta inizialmente, come nei villaggi dell’Inghilterra e della Normandia, con grossi sbarramenti di terra circondati da fossatiRainulfo Drengot, sposa la sorella di Sergio IV, ed acquista maggior prestigio. Sotto il governo dei 12 Conti Normanni, che regnarono per 126 anni, la Contea di Aversa, estese il suo dominio su buona parte della Campania.a Alla sua morte, nel 1045, si succedono Raul, poi Trincanotte; quest’ultimo e Drogone, nel 1046, furono rispettivamente riconfermati capi di Aversa e delle Puglie. Nel 1048, dopo la morte di Trincanotte, Riccardo regna per trent’anni, anni tra i più decisivi del governo normanno per gli scontri con Leone IX e con Pandolfo IV e l’atto di vassallaggio al Papa che si concluse con la vittoria dei Normanni, nel 1053, nella battaglia presso il Fortore. Fu indubbiamente questo il periodo storico più importante della città normanna.Si ebbe un notevole sviluppo economico e culturale della città (che ebbe note scuole grammaticali) e l’istituzione della sede vescovile presso l’erigendo Duomo, costruzione iniziata dal principe capuano e conte Aversano Riccardo I, nel 1050.Così, grazie anche alla politica dei suoi Signori, la Contea ebbe una forte crescita demografica ed economica, ed il primo nucleo abitativo dimostratosi ben presto insufficiente fu protetto da una nuova e più ampia cinta muraria che contenesse anche i borghi di nuova formazione. Le nuove mura, in quanto ampliamento delle precedenti, avevano anche esse un perimetro ad anello, ed ancora oggi il loro andamento è riconoscibile nella sequenza delle vie Drengot, Golia, Cimarosa, Sant’Andrea, San Francesco da Paola e Santa Maria della Neve. Le cinque nuove porte della città furono aperte sui nuovi principali percorsi tracciati come continuazione di quelli del precedente nucleo. Avuta dunque la meglio su Pandolfo IV, Riccardo I diventa così Principe di Capua col figlio Giordano, e Signore di Gaeta che nel 1078 attirò su Aversa la scomunica di Gregorio VII, poiché cambiò alleanza. A Riccardo, nel 1090, successe il figlio Riccardo II detto il Calvo che già un anno dopo, sotto la reggenza della madre, dovette affrontare la rivolta dei capuani che lo estromisero, finché, nel 1098, rientrò in possesso del suo dominio.Nel frattempo trasportò ad Aversa la sede del principato. Alla morte di Riccardo, 1105, successe il fratello Roberto poi, nel 1120, Riccardo, quindi Giordano e, nel 1127, Roberto II che, con Rainulfo, conte di Avellino, parteggiò per il Papa Innocenzo II contro Ruggiero, duca di Puglia e Calabria e, dal 1130, re in Palermo. 
Nel 1132 Ruggiero sentendosi tradito muove contro Aversa, l’assedia e la incendia. Ma pentitosi dei danni provocati, ben presto ricostruì quanto aveva distrutto. Dopo la sottomissione e il ritorno nel 1156 di Roberto, conte di Aversa, questi non essendo più in grado di resistere ai continui attacchi perse per sempre, grazie anche ad un traditore, la Contea e la vita.
  Con lui finì la dinastia dei conti Normanni, e la città entrò a far parte della monarchia degli Altavilla. Con la fine della dinastia, la città visse momenti poco felici. Subì imposizioni, saccheggi e devastazioni. Le sue nuove mura cittadine furono distrutte proprio quell’anno per opera del vendicativo Ruggero II che intese punire gli Aversani ed il loro Conte che lo aveva ferocemente ostacolato nel suo progetto di unire in un unico regno Normanno tutta l’Italia meridionale. Con la morte di Ruggero e con i regni di Guglielmo il Malo e di Guglielmo il Buono tra i pretendenti nel 1189, si ebbero dure lotte finché Tancredi ne uscì vincitore ma si riaccesero le rivalità tra Napoli e Aversa: mentre Napoli parteggiava per Tancredi, Aversa era favorevole ai suoi contendenti, Costanza ed Enrico IV di Svevia, Federico II e i figli Manfredi, Corrado e Corradino. Poiché la città aveva sempre parteggiato per la casa Sveva, vinta da Carlo d’Angiò nel 1268, subì la devastazione dagli Angioini, ma subito dopo, nel 1285, con Carlo II e Roberto d’Angiò, iniziò per la città un un periodo florido: fu continuata la ricostruzione delle mura, furono concessi privilegi alla chiesa dell’Annunziata, fu eretta la chiesa di San Ludovico sull’antica chiesa di Sant’Antonino, furono accolti i Domenicani e i Celestini (a questi ultimi fu affidata la chiesa della Madonna di Casaluce, cappella palatina dell’attiguo castello) e si ampliò il convento di San Francesco d’Assisi. A sinistra: Porta San Giovanni – Cartoncino edito dal Comune di Aversa in occasione della ristampa di “Aversa Normanna” di Alfonso Gallo- Ediz. MacchioneA1382 risale la costruzione della terza cerchia muraria, con Carlo III d’Angiò, più ampia della precedente per le nuovamente aumentate dimensioni dell’abitato, soprattutto per la rapida crescita dei borghi di San Biagio e del Mercato Vecchio. E proprio in direzione di questi borghi che la nuova cinta si espande fino ad inglobarli nel suo perimetro. L’antico borgo di Savignano, di cui si hanno notizie già dal IX sec., verrà incorporato solo più tardi mentre quello di San Lorenzo rimarrà sempre fuori le mura.
Con Giovanna I cominciarono i disordini. La regina amava risiedere con la corte ad Aversa nel Castello di Casaluce in parte già occupato dai Celestini; proprio lì, il 13 settembre 1345, fu ucciso il marito Andrea d’Ungheria a cui lei era andata in sposa diciassettenne. Andrea, di notte, fatto uscire con inganno dalla sua stanza, fu barbaramente strangolato; il suo corpo per tre giorni penzolò dal loggiato del castello attiguo all’abside della chiesa. Dopo tre anni Ludovico (o Luigi), re d’Ungheria e fratello di Andrea, portatosi ad Aversa, l’assediò, e una volta presa fece distruggere le mura. Poi invitò, a banchetto, come segno di pace e di riconciliazione quanti avevano preso parte all’assassinio del fratello, e li fece uccidere.
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La terza cinta muraria del 1382Aversa fu teatro di guerre anche sotto Carlo di Durazzo e di Ladislao d’Angiò e ancora con Giovanna II. Vi trovò rifugio nel ‘400 fra’ Moriale con alcuni ungheresi, che si arresero all’assedio di Andrea Malatesta di Rimini. Fu poi occupata da Attendolo Sforzaper Lodovico d’Angiò, e nel 1440 da Alfonso I d’Aragona; nel 1529 vi capitolò il marchese di Saluzzo comandante dei Francesi, assediatovi da Filiberto di Chalons-Orange. 
Con gli Aragonesi la città continuò a godere di alcuni privilegi ma la sua storia cominciò a declinare a partire dalla discesa di Carlo VIII di Francia, nel 1494, tanto che nel 1503 divenne un centro periferico sia per lo spopolamento dovuto all’epidemia di peste, che per la suddivisione del territorio, finché, nel 1536, non chiese a Carlo V di Spagna la concessione di alcuni capitoli e la cittadinanza per ripopolare e far rifiorire la città. Aversa era decaduta ulteriormente perché coinvolta in due fatti epocali: la rivolta di Masanielloa Napoli e portata alla “normalità” dal Poderico, e la peste del 1656. Il secondo avvenimento creò non pochi disagi agli Aversani per il contagio della malattia e la perdita di buona parte della popolazione.Fu realizzato un lazzaretto fuori porta San Nicola ed un altro presso la Chiesetta di Santa Maria dell’Oglio, mentre a Torre Bianca, in località “Purgatorio”, furono portati i convalescenti. Il calo demografico e le ristrettezze economiche, nonché la crisi delle attività per i notevoli contributi versati allo Stato, determinarono un freno dello sviluppo, ma la crisi ebbe breve durata. Ben presto l’incremento demografico fu così elevato che si dovette costruire, a sud della città, un nuovo quartiere che seguì un rigoroso impianto a scacchiera con vie ortogonali su antichi tracciati e con una unica diagonale. Da questo momento si cominciò ad abbandonare lo sviluppo radiale medioevale e, soprattutto, si iniziò a spostare verso sud, in direzione di Napoli, l’area di espansione della città. Anche per questo, il più importante intervento urbanistico realizzato nei primi anni del 1600 dagli Spagnoli, il quartiere “Lemitone”, fu realizzato nella parte sud-est della città, in direzione appunto di Napoli, fuori dal perimetro urbano. Il termine deriva dalla parola dialettale “Lemmeto” (Limite) che stava ad indicare un largo sentiero di campagna che conduceva dalla chiesa dell’Annunziata alla Porta Nova. Così, il quartiere che sorse intorno a questa via di campagna, oggi Via F. Orabona, prese il nome proprio da questo termine.“Aversa a volo d’uccello”….1650 
A sinistra il quartiere Lemitone —
Morto Carlo II d’Asburgo, nel 1700, i napoletani insorsero contro il viceré, ed Aversa visse quei momenti con distruzioni e sopraffazioni. Vennero assalite le carceri, distrutto l’archivio comunale mentre, per la posizione strategica, la città venne occupata dal generale Conte Daun. Ritornò nelle mani spagnole solo con l’arrivo di Carlo III, che sostò nella città tra l’aprile ed il maggio del 1734 e nel 1738. Altre vicende portarono nuovi danni: la città vide sottrarsi il magro raccolto dal Commissario di Campagna per destinarlo a Napoli. In quel tempo inoltre gli Aversani dovettero intervenire più volte per gli attacchi barbareschi a difesa della costa tirrenica proprio perché ancora custodi della Torre del lago di Patria. Dopo la breve Repubblica Partenopea del 1799, col ritorno dei Borbone, due furono le innovazioni maggiori, la fine del sistema feudale e la statalizzazione dei beni ecclesiastici. Nella città molti ordini scomparvero e i loro beni passarono allo Stato. Nel marzo del 1813 i frati Minori lasciarono il convento della Maddalena che fu occupato dall’Ospedale psichiatrico mentre il Convento di San Lorenzo fu trasformato in Orfanotrofio militare.Gioacchino Murat, che sostituì Giuseppe Bonaparte, ad Aversa ebbe le chiavi della città, vi fondò il Convitto delle Orfanelle di Sant’Agostino e l’istituzione del Banco dei Pegni. Nel 1805 rese autonomi tutti i casali dell’antica Contea, e il vasto territorio aversano si ridusse a quello attuale.Quando nel 1815 ritornò Ferdinando vi furono malcontenti che portarono a veri e propri moti. Aversa fu centro attivo della Carboneria. Nei tumulti si tentò di imprigionare il vescovo Tommasi, che fu poi ucciso nel 1821. I moti culminarono con la cattura di molti carbonari. Il 1 ottobre 1860, prima della battaglia del Volturno, Aversa divenne Quartier Generale di Garibaldi, che sostò nel Palazzo Golia. Col Regno d’Italia la città fu annessa alla provincia di Caserta, che fu abolita nel periodo fascista, e la città fece parte di quella di Napoli.
È stata gravemente danneggiata dai terremoti del 1805 e del novembre 1980  La città adesso si è estesa coprendo tutto il suo territorio, annullando e coprendo con nuovi fabbricati lo spazio che c’era tra essa ed i paesi limitrofi, già suoi ex-casali, gli ultimi dei quali staccatosi dopo la fine della II Guerra Mondiale, e riducendo il territorio cittadino a soli 8 km quadrati. (Aversa Città Normanna – Senza indicazioni dell’editore)

Bibliografia

Inizialmente ho assemblato testi ed immagini da vari articoli e/o siti e non essendomi più possibile andare nel dettaglio, cito per essi solo i dati essenziali. Sicuramente dimenticherò qualcuno, è fatale, e chiedo scusa in anticipo, Non è stato intenzionale, e se mi verrà segnalato, ovvierò subito alla mancanza o alla cancellazione del contenzioso, se richiesta… Ovviamente se intendete riportare pagine di questo Sito, o brani di esso, essendo questo Sito un lavoro a se stante, frutto di certosina ricerche e tanta pazienza, siete cortesemente pregati di chiedermene l’autorizzazione, che di certo non vi verrà negata se inserirete, come correttezza comanda, il riferimento a questo Sito, sia per le foto che per il testo. Grazie!
Il Basilisco – #1-#17/20 – Ediz. Pro-Loco di Aversa, articoli vari Aversa Normanna – di Alfonso Gallo Ediz. ITEA Napoli, 1938 Nerosubianco.net – Sito web Guida di Aversa -Art. di S.De Filippo – Ediz. Pro Loco di Aversa Origini e vicende ecclesiastiche della città di Aversa – di Gaetano Parente, 1865 Aversa, nella storia e nell’arte – Sito web Nerosubianco – Ediz. Ass. Cult. Nuovo Millennio – Aversa – Chiese e monumenti di Aversa – Lello Moscia, Associazione pro-Loco, Aversa
Capitoli
“1000 Anni di Storia” – Le mappe storiche delle cinte murarie ed il simbolo del Basilisco sono tratte da Aversa in CD dell’ing. P.Fiorillo e Pro-Loco di Aversa. Il testo è stato ripreso ed elaborato da molte fonti, compreso Aversa Web Page – di Aldo Cecere. L’immagine della Spada con la scritta “Aversa” è dovuta ad un suo ritrovamento
“La nostra cucina” “Mozzarella”: Caseificio Marcello Petrella – Aversa; La foto è di Salvatore di Grazia;“Gli struffoli di nonna Filumena” Testo di Carlo Muccio integrato da Salvatore di Grazia, immagini di Carlo Muccio; “La polacca” di Luisa Croce, Luigi Marino, Salvatore di Grazia: Foto di Salvatore di Grazia e www.viaOvidio.it; “Carcioffole” Testo di Luisa Croce, Luigi Marino, Salvatore di Grazia (con foto): “La pietra di San Girolamo” Testo di Luisa Croce e Luigi Marino, foto di Salvatore di Grazia; “Mela Annurca”: Testo di Luigi Marino;“Lo scarpariello” di Luisa Croce, Luigi Marino, foto di Salvatore di Grazia
Le nostre tradizioni” “La Madonna di Casaluce” testo di Salvatore di Grazia, foto di Gilda Marino, Carlo Muccio, NerosuBianco, Sito Comune di Casaluce, “l’Informazione” quindicinale di Aversa; “La Processione dell’Addolorata” da “Le tavolette dell’Addolorata” di Don Ernesto Rascato; da “Aversando Aversando” 2° volume; “Brevi cenni storici e tradizione” di Sac. Francesco Di Virgilio, 1 edizione non commerciabile, 1982 – Foto di Salvatore di Grazia, 1984; “La Festa della Madonna dell’Arco”: Impostazione di base: Marino Niola; SantuarioArco.it – Sito web; – Roberto De Simone : Canti e Tradizioni Popolari in Campania – Lato Side Editore (Roma, 1979); Claudio Canzanella : I Volti di Maria – Altrastampa Edizioni (Napoli, 2002); versione attuale di Salvatore di Grazia, testo e foto;
” I colori della città” Tutte le immagini furono inviate direttamente dall’Autore, che ne autorizzò l’inserimento.
” Le Chiese” “La chiesa di Sant’Antonio” – Il testo e le immagini sono stati concessi da Ciro Stabile, web-master; altre foto e adattamento di Salvatore di Grazia; “La Chiesa di San Rocco” Testo tratto da “Sancte Paule at Averze Le chiese nella Diocesi Aversana”, Ed. Grafica Anselmi, edizione fuori commercio; e da “Brevi cenni storici e tradizione del culto dell’Addolorata nella Chiesa di San Rocco in Aversa, 1982, Prima edizione, non in commercio. Entrambi i testi sono di don Francesco Di Virgilio. Le foto sono di Ciro Stabile e di Salvatore di Grazia
” I Francescani ad Aversa” Testo tratto ed adattato da Salvatore di Grazia da “Aversa Francescana” 2° volume, di Don Ernesto Rascato, immagini adattate dall’omonimo Sito di Ciro Stabile
“Le edicole votive” Testo: Salvatore di Grazia; Foto di Gilda Marino e Salvatore di Grazia
Nonna Niculina: Testo e foto di Luigi Marino, assemblati da Salvatore di Grazia
“Aversani Illustri” “Gaetano Andreozzi” F.Piovano, Notizie storico-bibliografiche sulle opere di P. C .Guglielmi, in RMI, 1909; A. Della Corte, L’opera comica italiana nel ‘700, Bari, 1923; U. Prota Giurleo, ” Jomellino ” e Signora, in ” Nostro tempo “, Napoli, 1955; R. Bonvicini, in DBI; F. Bussi, in GROVE, Wikipedia, L’Informazione; AMA Associazione Musicale Aversana; Alfonso Gallo: (1) – (2) commenti tratti da “Figure nel tempo” di Domenico Coppola; Luciano Orabona in NsB; Volume XIX dell’Archivio Storico di Terra di Lavoro, della Società Storia Patria di Terra di Lavoro; Wikipedia Italia; la spada con il nome Aversa è un ritrovamente dell’arch. Cecere; “Lennie Tristano” Siti web consultati:http://www.assmav.com, testo di Mario Francese – http://ciaoit.com senza l’autore della biografia, e altri Siti web USA. Integrazione testuale di Salvatore di Grazia, supporto alla ricerca dei links e delle immagini di Luigi Marino; “Padre Antonio Canduglia” “La mia vita non importa” di Mons. Giallasurito edizione Diocesi di Aversa Centro Missionario, Febbraio 2006; un grazie al dott. Luigi Marino per la ricerca e per le immagini; http://www.operemissionarie.it/pom/PopoliOnline/aprile/Popoli_8.htm a cura di MIELA FAGIOLO D’ATTILIA e Mons. NICOLA GIALLAURITO; http://www.vincenziani.com/servdoEMARTIRI.htm; pagina di Salvatore di Grazia “Gaspare Virgilio” Ricerche di Luigi Marino e Salvatore di Grazia; Fonti e Siti consultati: “La storia di Aversa” del prof. L. Santagata; www.museocriminologico.it/manicomi.htm; http://jhmas.oxfordjournals.org/cgi/reprint/XIII/4/504.pdf; L’immagine è tratta da http://www.opgaversa.it/
 “Tempus Fugit” “La triste fine del Capitano Marro” – Testo e foto di Carmine Tabarro; Commenti, integrazioni storiche, assemblaggio di Salvatore di Grazia. Le foto degli ufficiali sono riprese da “Cartes de visite, fotografi dell’800” di G. Parpiani in Rassegna di “Photo 90” Ed.2004 a cura Ass. Castello e Immagini di Castelsangiovanni (Pc); La foto “di gruppo”e ripresa dal web; Gli alamari della Brigata Cuneo sono tratti dal Sito “Regio Esercito Italiano”
“Lo sport” Il calcio ad Aversa” : www.aversacalcio.it; Wikipedia.it e adattato e ricordi personali di Salvatore di Grazia. Le foto sono prese dal free-press Radici e dal Sito www.aversacalcio.it; i simboli dal web.

San Biagio chiesa e convento

Il monastero di San Biagio pare sia stato fondato da Aloara, principessa normanna, ma la sua fondazione, secondo altri storici è da attribuire a DonnaRiccarda (1050), sorella di Riccardo I, Principe di Capua e Conte di Aversa, ma “secondo le “Platee dei Beni” del 1587 e 1757, Riccarda avrebbe dato solo una configurazione monastica alle donne già “ivi congregate” (1), e tenendo anche presente che il monastero era già menzionato nel “Codice di San Biagio” del 1043. Intorno al monastero, costruito forse accanto o al posto di un pre-esistente castello, e da quì l’aspetto di un fortilizio circondato da un fossato, poi ricoperto e diventato una strada, si sviluppò il Borgo di S. Biagio (S. Biase); il nuovo borgo si aggiunse agli altri 6 della città, rimanendone però fuori dalle mura fino al 1382, quando furono erette nuove mura perimetrali, inglobandolo. A supportare l’ipotesi che fosse stato anche un fortilizio, la tradizione vuole che sia stato costruito fortificato per rinchiudere o difendere dalle scorrerie nemiche, le donne Normanne quando i loro uomini erano lontani a guerreggiare. Il “Codice di San Biagio” riporta numerose donazioni di Pontefici, principi e privati, a partire dal 1050.
Il monastero, dipendente da quello di San Lorenzo Fuori Le Mura, crebbe di importanza, possedendo molti fondi e beni a seguito dell’incameramento dei patrimoni delle converse, o di lasciti e donazioni. Ebbe un privilegio di immunità dalla imperatice Costanza nel 1196, e fu posto sotto la diretta protezione di Papa Gregorio IX nel 1277. Anni bui e poco conosciuti quelli seguenti al periodo post-normanno, fno ad arrivare al 1597, periodo nel quale la chiesa fu anche Parrocchia. E quell’anno “…per decreto del vescovo Pietro Ursino, quando per decreto istituì la vicina parrocchia di S. Maria La Nova al Borgo San Lorenzo” (2). Nel corso dei secoli ha subito moltissime trasformazioni strutturali che ne hanno modificate, quasi in toto l’aspetto originale, e nel 1700 fu ampliato e arricchito di molte opere d’arte divenendo un centro religioso molto importante, meta di pellegrini anche da altre regioni. Lo stesso Carlo III di Borbone visitò S. Biagio nel 1734. 
Nel 1806 fu soppresso dal governo francese regnante a Napoli, e 54 anni dopo, nel 1860, ci pensarono i nuovi “padroni” del neonato Regno d’Italia a confiscarne i beni. Come tutti i monasteri, anche quello di S. Biagio subì un forte calo di vocazioni e anche di una cattiva gestione, tant’è che agli inizi del 1900, come ricorda il Rascato, le religiose, da 120 scesero ad una decina! (3). Quelle che rimasero non mollarono, e a partire dal 1932 fino al1954 sotto la direzione della badessa Maria Concetta De Pietro l’hanno ricostruito: al’incuria del tempo e degli uomini il monastero subì gravi danni anche durante l’ultima guerra mondiale con i crolli delle ali settentrionali del convento e dell’alta torre campanaria a terrazzo, non più ripristinati, e con la perdita di importanti dipinti nel soffitto della navata. Il 20 agosto 1943, i pregevoli dipinti di Malinconico e di Caracciolo, andarono distrutti a seguito di un bombardamento aereo “alleato”. 
Il monastero ha subito “obtorto collo” varie occupazioni: “…dai profughi nel 1915, poi dalla Guardia Regia, poi dal Consiglio della Canapa,ndalle Scuole Elementari, dai terremotari del 1980” (4) Le tenaci suore proseguono nella ricostruzione del convento anche se attualmente ne è utilizzato solo una parte, e “…forte della speciale protezione di S. Biagio e di San Benedetto, risorge“! (5) 
Il complesso monastico è costituito dal Chiostro vecchio in stile barocco, con resti delle primitive forme romaniche, il Chiostro piccolo, la Rettoria e la Foresteria.
Anche se il monastero non ha più niente dell’aspetto originario, se si esclude la struttura incorporata nei rifacimenti successivi, conserva tuttavia ancora un notevole interesse architettonico, in particolar modo, il pronao della chiesa (XI sec.) coperto da volte a crociera. 
L’interno è un’unica navata di vaste proporzioni: lunga 44 metri, larga 11, 22 conteggiando il metraggio delle cappelle laterali. Sei cappelle per lato, divise da pilastri con capitelli che presentano cherubini in stucco e che conferiscono all’insieme un’ampia spazialità.
All’esterno della chiesa emergono i bei portali del pronao (XVIII sec.) di tipo borrominiano: nell’arco centrale vi sono motivi floreali in stucco, mentre in quelli laterali, sempre in stucco, due medaglioni, di ignoto scultore del XVIII secolo, raffiguranti a destra S. Benedetto, e a sinistra, S. Biagio. Il tetto è nuovo, rifatto negli anni ’50 del secolo scorso, a seguito del crollo avvenuto sotto le bombe “alleate” del 1943.
La chiesa presenta tra i finestroni, diciotto tele centinate, con Storie di San Benedetto, di Pietro Martino (1701), allievo di Luca Giordano, mentre nella controfacciata vi sono cinque dipinti di Giovan Battista Lama, altro allievo di Luca Giordano: San Filippo battezza un eunuco, Santa Caterina d’Alessandria, San Benedetto da Norcia e Santa Scolastica, Santa Dorotea e Sant’Ambrogio e Teodosio.
Il pavimento è formato da maioliche dei primi del ‘700, della scuola napoletana dei Giustiniani. Nelle cappelle laterali vi sono altari in marmo policromo del 1757.

Cappelle di destra partendo dall’ingresso:
– Nella prima cappella c’è una Adorazione dei Magi (XVI sec.), di Fabrizio Santafede;
– nella seconda, una bella tela di modi caravaggeschi, la Liberazione di San Pietro liberato dall’angelo;
-nella terza cappella, l‘Adorazione dei Pastori, di Andrea Starace (1767)
– nella quarta, c’è un Crocifisso ligneo in legno bianco della fine del ‘600;
– nel vano tra la quarta e la quinta cappella c’è l’organo meccanico racchiuso in una cassa cantoria lignea settecentesca;
– nella quinta cappella la notevole Assunzione di Maria coi SS. Secondino e Filippo Neri di Andrea Vaccaro (1604 – 1670), allievo di Girolamo Imparato.

In sacrestia si possono ammirare l’arredo ligneo con alcune sculture devozionali del settecento, ed altri dipinti: San Gaetano Thiene (XVII sec.), forse di Agostino Beltrano, e l’Incredulità di San Tommaso (Ignoto, XVI sec.).
Nel presbiterio, sul settecentesco altare maggiore, di indubbia derivazione vanvitelliana, c’è la pala del Martirio di San Biagio del 1588, attribuito dal Parente a Marco da Siena (1525 – 1587) ma il Rascato l‘attribuisce con assoluta certezza all’aversano Giovan Battista Graziano (6). L’altare è sormontato da un baldacchino ligneo dorato del XVIII secolo. L’altare contiene putti marmorei attribuiti a Paolo Persico, e nella parte superiore ci sono le finestre del coro esitivo delle monache.Sul lato sinistro, partendo dal Presbiterio:
– sull’altare della sesta cappella, un interessante San Benedetto con il libro della Regola, un corvo ai suoi piedi, e sullo sfondo l’abbazia di Montecassino (fine ‘500) di Giovan Vincenzo Forli;
– nella settima cappella, dedicata ai SS. Mauro e Placido, primi discepoli di S. Benedetto, si può ammirare San Mauro benedisce gli storpi, di Giovan Battista Lama;
– nella ottava cappella, dedicata a S. Biagio, ovviamente la più ricca della chiesa e interamente decorata di marmi policromi, si notano la Statua lignea di San Biagio del XVI secolo e affreschi con storie del Santo del XVIII secolo;
– nella nona cappella, una Deposizione del Cristo morto, di stile fiammingo (fine ‘500);
-nella successiva, la decima, la Madonna del Rosario (1623); – nell’undicesima cappella, troviamo la Pentecoste (tardo ‘500), attribuita a Marco Pino da Siena (e anche qui qualcuno l’attribuisce a Giovan Battista Graziano).

La Messa si celebra nei giorni feriali alle ore 7,30 e in quelli festivi alle ore 8,30 (Messa cantata). Si tengono celebrazioni speciali in onore di San Biagio, patrono del Monastero, di San Benedetto il 21 marzo e l’11 luglio e di Santa Maria delle Grazie il 30 maggio.
Le Suore Benedettine si dedicano al ricamo e alla confezione di cuscini da salotto, oltre a dipingere suggestivi paesaggi.
Nei depositi del convento si trovava anche la “Carrozza di Città” (XVIII sec.) decorata con gustose scene agresti e civettuole figure nei pannelli perimetrali; è stata restaurata, ma è priva dei pannelli decorativi originari, e si trova nei locali della scuola di Polizia Penitenziaria di Aversa, nel Castello Aragonese…

San Biagio chiesa e convento

Il monastero di San Biagio pare sia stato fondato da Aloara, principessa normanna, ma la sua fondazione, secondo altri storici è da attribuire a DonnaRiccarda (1050), sorella di Riccardo I, Principe di Capua e Conte di Aversa, ma “secondo le “Platee dei Beni” del 1587 e 1757, Riccarda avrebbe dato solo una configurazione monastica alle donne già “ivi congregate” (1), e tenendo anche presente che il monastero era già menzionato nel “Codice di San Biagio” del 1043. Intorno al monastero, costruito forse accanto o al posto di un pre-esistente castello, e da quì l’aspetto di un fortilizio circondato da un fossato, poi ricoperto e diventato una strada, si sviluppò il Borgo di S. Biagio (S. Biase); il nuovo borgo si aggiunse agli altri 6 della città, rimanendone però fuori dalle mura fino al 1382, quando furono erette nuove mura perimetrali, inglobandolo. A supportare l’ipotesi che fosse stato anche un fortilizio, la tradizione vuole che sia stato costruito fortificato per rinchiudere o difendere dalle scorrerie nemiche, le donne Normanne quando i loro uomini erano lontani a guerreggiare. Il “Codice di San Biagio” riporta numerose donazioni di Pontefici, principi e privati, a partire dal 1050.
Il monastero, dipendente da quello di San Lorenzo Fuori Le Mura, crebbe di importanza, possedendo molti fondi e beni a seguito dell’incameramento dei patrimoni delle converse, o di lasciti e donazioni. Ebbe un privilegio di immunità dalla imperatice Costanza nel 1196, e fu posto sotto la diretta protezione di Papa Gregorio IX nel 1277. Anni bui e poco conosciuti quelli seguenti al periodo post-normanno, fno ad arrivare al 1597, periodo nel quale la chiesa fu anche Parrocchia. E quell’anno “…per decreto del vescovo Pietro Ursino, quando per decreto istituì la vicina parrocchia di S. Maria La Nova al Borgo San Lorenzo” (2). Nel corso dei secoli ha subito moltissime trasformazioni strutturali che ne hanno modificate, quasi in toto l’aspetto originale, e nel 1700 fu ampliato e arricchito di molte opere d’arte divenendo un centro religioso molto importante, meta di pellegrini anche da altre regioni. Lo stesso Carlo III di Borbone visitò S. Biagio nel 1734. 
Nel 1806 fu soppresso dal governo francese regnante a Napoli, e 54 anni dopo, nel 1860, ci pensarono i nuovi “padroni” del neonato Regno d’Italia a confiscarne i beni. Come tutti i monasteri, anche quello di S. Biagio subì un forte calo di vocazioni e anche di una cattiva gestione, tant’è che agli inizi del 1900, come ricorda il Rascato, le religiose, da 120 scesero ad una decina! (3). Quelle che rimasero non mollarono, e a partire dal 1932 fino al1954 sotto la direzione della badessa Maria Concetta De Pietro l’hanno ricostruito: al’incuria del tempo e degli uomini il monastero subì gravi danni anche durante l’ultima guerra mondiale con i crolli delle ali settentrionali del convento e dell’alta torre campanaria a terrazzo, non più ripristinati, e con la perdita di importanti dipinti nel soffitto della navata. Il 20 agosto 1943, i pregevoli dipinti di Malinconico e di Caracciolo, andarono distrutti a seguito di un bombardamento aereo “alleato”. 
Il monastero ha subito “obtorto collo” varie occupazioni: “…dai profughi nel 1915, poi dalla Guardia Regia, poi dal Consiglio della Canapa,ndalle Scuole Elementari, dai terremotari del 1980” (4) Le tenaci suore proseguono nella ricostruzione del convento anche se attualmente ne è utilizzato solo una parte, e “…forte della speciale protezione di S. Biagio e di San Benedetto, risorge“! (5) 
Il complesso monastico è costituito dal Chiostro vecchio in stile barocco, con resti delle primitive forme romaniche, il Chiostro piccolo, la Rettoria e la Foresteria.
Anche se il monastero non ha più niente dell’aspetto originario, se si esclude la struttura incorporata nei rifacimenti successivi, conserva tuttavia ancora un notevole interesse architettonico, in particolar modo, il pronao della chiesa (XI sec.) coperto da volte a crociera. 
L’interno è un’unica navata di vaste proporzioni: lunga 44 metri, larga 11, 22 conteggiando il metraggio delle cappelle laterali. Sei cappelle per lato, divise da pilastri con capitelli che presentano cherubini in stucco e che conferiscono all’insieme un’ampia spazialità.
All’esterno della chiesa emergono i bei portali del pronao (XVIII sec.) di tipo borrominiano: nell’arco centrale vi sono motivi floreali in stucco, mentre in quelli laterali, sempre in stucco, due medaglioni, di ignoto scultore del XVIII secolo, raffiguranti a destra S. Benedetto, e a sinistra, S. Biagio. Il tetto è nuovo, rifatto negli anni ’50 del secolo scorso, a seguito del crollo avvenuto sotto le bombe “alleate” del 1943.
La chiesa presenta tra i finestroni, diciotto tele centinate, con Storie di San Benedetto, di Pietro Martino (1701), allievo di Luca Giordano, mentre nella controfacciata vi sono cinque dipinti di Giovan Battista Lama, altro allievo di Luca Giordano: San Filippo battezza un eunuco, Santa Caterina d’Alessandria, San Benedetto da Norcia e Santa Scolastica, Santa Dorotea e Sant’Ambrogio e Teodosio.
Il pavimento è formato da maioliche dei primi del ‘700, della scuola napoletana dei Giustiniani. Nelle cappelle laterali vi sono altari in marmo policromo del 1757.

Cappelle di destra partendo dall’ingresso:
– Nella prima cappella c’è una Adorazione dei Magi (XVI sec.), di Fabrizio Santafede;
– nella seconda, una bella tela di modi caravaggeschi, la Liberazione di San Pietro liberato dall’angelo;
-nella terza cappella, l‘Adorazione dei Pastori, di Andrea Starace (1767)
– nella quarta, c’è un Crocifisso ligneo in legno bianco della fine del ‘600;
– nel vano tra la quarta e la quinta cappella c’è l’organo meccanico racchiuso in una cassa cantoria lignea settecentesca;
– nella quinta cappella la notevole Assunzione di Maria coi SS. Secondino e Filippo Neri di Andrea Vaccaro (1604 – 1670), allievo di Girolamo Imparato.

In sacrestia si possono ammirare l’arredo ligneo con alcune sculture devozionali del settecento, ed altri dipinti: San Gaetano Thiene (XVII sec.), forse di Agostino Beltrano, e l’Incredulità di San Tommaso (Ignoto, XVI sec.).
Nel presbiterio, sul settecentesco altare maggiore, di indubbia derivazione vanvitelliana, c’è la pala del Martirio di San Biagio del 1588, attribuito dal Parente a Marco da Siena (1525 – 1587) ma il Rascato l‘attribuisce con assoluta certezza all’aversano Giovan Battista Graziano (6). L’altare è sormontato da un baldacchino ligneo dorato del XVIII secolo. L’altare contiene putti marmorei attribuiti a Paolo Persico, e nella parte superiore ci sono le finestre del coro esitivo delle monache.

Sul lato sinistro, partendo dal Presbiterio:
– sull’altare della sesta cappella, un interessante San Benedetto con il libro della Regola, un corvo ai suoi piedi, e sullo sfondo l’abbazia di Montecassino (fine ‘500) di Giovan Vincenzo Forli;
– nella settima cappella, dedicata ai SS. Mauro e Placido, primi discepoli di S. Benedetto, si può ammirare San Mauro benedisce gli storpi, di Giovan Battista Lama;
– nella ottava cappella, dedicata a S. Biagio, ovviamente la più ricca della chiesa e interamente decorata di marmi policromi, si notano la Statua lignea di San Biagio del XVI secolo e affreschi con storie del Santo del XVIII secolo;
– nella nona cappella, una Deposizione del Cristo morto, di stile fiammingo (fine ‘500);
-nella successiva, la decima, la Madonna del Rosario (1623); – nell’undicesima cappella, troviamo la Pentecoste (tardo ‘500), attribuita a Marco Pino da Siena (e anche qui qualcuno l’attribuisce a Giovan Battista Graziano).

La Messa si celebra nei giorni feriali alle ore 7,30 e in quelli festivi alle ore 8,30 (Messa cantata). Si tengono celebrazioni speciali in onore di San Biagio, patrono del Monastero, di San Benedetto il 21 marzo e l’11 luglio e di Santa Maria delle Grazie il 30 maggio.
Le Suore Benedettine si dedicano al ricamo e alla confezione di cuscini da salotto, oltre a dipingere suggestivi paesaggi.
Nei depositi del convento si trovava anche la “Carrozza di Città” (XVIII sec.) decorata con gustose scene agresti e civettuole figure nei pannelli perimetrali; è stata restaurata, ma è priva dei pannelli decorativi originari, e si trova nei locali della scuola di Polizia Penitenziaria di Aversa, nel Castello Aragonese…

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S. MARIA A PIAZZA

Parlare della costruzione e dell’estensione temporale – storica della Chiesa di S. Maria a Piazza significa toccare il cuore stesso della Città di Aversa. Infatti questo Tempio, monumento nazionale, fu il nucleo primordiale intorno a cui si sviluppò la vita sociale, economica, politica e religiosa della nascente comunità cittadina. Anche se sommariamente, si può dire che la Chiesa di S. Maria a Piazza confonde le sue origini con quelle della città di Aversa, anzi la precede!
La scarsità della documentazione non permette di fissare l’origine della Chiesa ad una data precisa, ma certamente essa ha vissuto intensamente le ansie e le attese dell’anno Mille. La comunità attorno ad essa, anche se non organicamente composta, aveva una sua laboriosa vitalità che svolgeva nella zona “in octabo” (situata presso il XIII miliario da Pozzuoli) ad un miglio dalla Cassinese Badia di S. Lorenzo “ad septimum“.
Ne consegue che all’arrivo dei Normanni, il casale di S. Paolo at Averse non era certamente un’aperta campagna disabitata e palustre, ma “un’entroterra“, come sostenuto da un manoscritto della biblioteca comunale, in cui ferveva tutta una vita sociale, politica e religiosa intorno alla “Platea di S. Maria“. In effetti era un entroterra dove potevano trovare rifugio sicuro esiliati o fuggiaschi sia giudei, sia greci, sia bizantini, sia longobardi, sia gli stessi superstiti dell’incendiò di Atella. Questa comunità, sebbene eterogenea, si presentava ai Normanni, nuovi padroni, con una propria struttura organizzata su tutto, eccetto a livello militare: economicamente, socialmente, giuridicamente e religiosamente. Fatto sta che gli storici tengono a sottolineare che i Normanni dovettero adattarsi, rozzi com’erano, alle usanze e consuetudini vigenti in questa comunità. Come detto, fra i fuggiaschi vi erano anche bizantini e greci, e probabilmente furono proprio costoro, devotissimi alla Madonna, a volere innalzare come segno di grande

devozione un tempio alla Madre di Dio, attiguo alla piazza dove svolgevano le loro attività. E ciò avveniva sicuramente prima dell’anno Mille. Ne consegue che, unitamente alla comunità organizzata, i Normanni, al loro arrivo, trovarono già il Tempio di “Sancta Maria de Platea“, che poi vollero ingrandire ed abbellire con qualche sovrastruttura molto originale.
L’antichità di questo borgo di S. Maria “de platea“, centro di vita. è testimoniata anche da due cippi lapidari, rinvenuti in Via Cedrangolelle (a pochi passi dalla Chiesa) con leggende, i quali sono incastrati l’uno dì fronte all’altro, ai due lati del portone di entrata. In una si legge: “Ampellium – Liberta – Patrono – L. Naevo L .L. -Antioco – Speculano – Ossa hic sita sunt“. Nell’altro è scritto: “Have – Arniae O. L. Agathae – Ossa heic sita sunt“, Tali cippi sono sicuramente di epoca romana, e quindi anteriori alla venuta dei Normanni. Un’altra testimonianza dell’antichità della Chiesa ci viene offerta dallo stesso Parente che osserva che Intanto io dico se nel 1053 è stato fondato l’episcopato aversano dal papa Leone IX, nominando vescovo un certo Azzolino, in quale Chiesa si è appoggiato tale episcopato? Certamente S. Paolo non v’era ancora, io credo nella Chiesa più antica che era S. Maria a Piazza“.
Come per l’origine così per la stessa denominazione S. Maria “de Platea” vi è abbastanza discordanza tra le fonti. Tale discordanza è in funzione dell’ubicazione del castello donato ai Normanni, e, quindi, dalla stessa posizione locale o spaziale che la Chiesa occupava rispetto a quello. Molti storici, tra cui il Parente, non hanno dubbi che S. Maria “de Platea è detta così perché in prossimità del Castello“. Il Vetta, poi, rifacendosi al Padre Costa sostiene che in Aversa vi era un antichissimo Castello, della cui fondazione non si trova memoria e lo colloca alle spalle della Chiesa di S.Maria a Piazza. Dice che il Castello aveva una piazza d’armi che stava proprio alle porte di Aversa per difenderla dagli attacchi dei nemici, aveva fortificazioni e fossati che erano certamente inutili al centro della città.
Non così però il Gallo il quale fra l’altro scrive: “prospiciente su la pubblica platea“, cioè sul mercato, centro della vita commerciale della città, “la Chiesa di S. Maria a Piazza occupava su per giù l’area attuale“. Il Pagliuca invece, sostiene che il Castello Normanno non era alle spalle della Chiesa ma era ubicato dove poi vi fu il Conservatorio delle Vergini di S. Gennaro, quindi non presso la Chiesa di S. Maria a Piazza ma presso il Duomo, basandosi su alcune pergamene

conservate nell’archivio Capitolare:
– La XIII intitolata, “privatorum rationes“: “nel marzo del 1151 Riccardo Corveserio abitante di Caserta pel pezzo di 240 tari di Amalfi vende a Guiscardo Arcidiacono della Chiesa di S. Paolo a Aversa, una casa fabbricata nella piazza pubblica, la quale chiamasi Santa Maria“;
– La III intitolata “emptiones“: nell’aprile del 1168 Roberto “de S. Paulo” vendette al Capitolo due botteghe contigue situate in Aversa in publica platea, le quali avevano come confine la casa di Pietro Mauro ed il pozzo pubblico della piazza (et pluteum publicum platae);
– La IV intitolata “emptiones“: “Nel dicembre 1178 Nicolina, moglie di Adamo Felerino, vende al Capitolo una bottega situata in Aversa nella piazza pubblica al luogo chiamata la Beccheria“. Da tutto ciò, conclude il Pagliuca, risulta chiaro che “de platea” non sta per “arx munita” ma solo come piazza pubblica. Dunque il Castello non era dove si vuole che fosse dal Parente e da altri storici di cose aversane.
Una conferma potrebbe venire da una pergamena del 1189 in cui un certo Idventino, figlio di un conte, diede in permuta alla Congregazione del Vescovo della città di Aversa “una presa di terra ereditaria” situata in “ruga castello” (in via Castello), dove un tempo vi era la Giudaica, non lontano dallo stesso episcopio”.
L’origine del nome è, e rimane controversa, comunque resta il fatto che la Chiesa sorgeva al lato est della piazza e quindi nel suo iniziale “de“, per cui potrebbe anche significare “la Chiesa posta al lato est della piazza“.
L’ antichità della Chiesa di S. Maria a Piazza ci viene attestata anche dalla sua strutturazione artistica.
Il Parente così scrive: “antichissima Chiesa di stile longobardo, con l’arco acuto, sì sfigurata dai successivi restauri ch’è una pietà a vedere“. Ed inoltre: “in mancanza di primitivi documenti storici, abbiamo queste pruove dell’antichità sue: 1) lo stile longobardo, con arco acuto, certi capitelli eleganti chissà donde portati, forse dalla vicina Atella, accanto ad altri rozzi,

qual lo scalpello di quei tempi seppe fare. 2) Certe antiche dipinture. 3) La precedenza dei suoi parrochi sopra tutti gli altri, alle pubbliche processioni. 4) la denominazione di S. Maria “de platea”.
Dell’antica sua struttura sopravvivono l’ampia abside, che abbraccia le tre navate, recante tuttora le finestre a strombo di stile romanico, le quali rappresentavano una tecnica costruttiva diversa da quella della Cattedrale e di S. Lorenzo, dove gli archi hanno una più ampia curva ed una maggiore possibilità di consentire rifiniture ed ornamentazioni.
Riguardo ai dipinti che attestano l’antichità della Chiesa, uno è l’affresco situato sulla parete della navata sinistra nei pressi della porta secondaria, raffigurante Maria Vergine col Bambino, in trono, l’altro è la tavola, documento preziosissimo, di stile bizantino, attribuita ad un pittore locale raffigurante la Vergine bruna col Bambino del XII sec.La Cupola, è di epoca tarda e balza subito agli occhi la giustapposizione della cupola alla primitiva struttura della Chiesa. Il Gallo così scrive: “Due sono le cupole a calotta, inserite su di un tamburo a sezione quadrata in un primo ed ottagono in un secondo piano, rimontano sicuramente a tempi posteriori e come si vede dalle finestre ogivali che si aprono in esse, in origine dovevano essere tre, una per ciascuna navata”.
Del periodo gotico è l’arco acuto, cioè l’arco trionfale, che si eleva all’inizia dell’altare maggiore.
Molto più antico invece è il campanile, il quale è sicuramente contemporanea alla costruzione della Chiesa stessa. Esso è incompiuto, ma è una caratteristica stilistica organicamente inserita nella struttura generale. La Chiesa è caratterizzata da molti stili: longobardo, normanno, gotico, romanico, bizantino e arabo, con la prevalenza di quello longobardo. Anche la planimetria è abbastanza asimmetrica. E’ a croce latina, con apertura verso Ovest. E’ a tre navate e l’uniforme nudità dei suoi pilastri massicci e lineari, delle pareti e delle volte a vele delle navate laterali rappresentano un pregevole modello di solenne semplicità, resa più marcata dalla fioca luce riflessa dei suoi vetri, che originariamente erano colorati ed istoriati. La navata centrale è costituita da muri alti poggianti su archi e colonne di tufo coperta da impalcatura a capriate. Questa volta è fatta di legno, completamente rifatta durante l’ultimo restauro (1945-65). Si volle riportarla allo stile originario poichè durante il XVIII sec. la soffittatura era a cassettoni di stile barocco. Di epoca posteriore è l’arco trionfale, gotico, necessario per dividere la navata dal presbiterio e per essere di sostegno alla cupola. Al centro del presbiterio vi è l’altare basilicale, ricostruito sul fondamento dell’antico, con monoblocco di pietra sormontato da una tavola di marmo ampia e pesante. L’altare è al centro della Cupola ottagonale, molto ampia, originale sia per la forma sia per i motivi architettonici posti a mo’ di sostegno ai quattro lati di essa. Sono quattro pennacchi che oltre ad essere motivi architettonici sono anche ornamentali ed unici nel loro stile. L’abside, non molto ampio, è abbellito da due archi di cui uno delimita la parte posteriore del presbiterio ed è formato da colonne romane giustapposte, diverse, asportate sicuramente dalla vicina Atella, dopo la sua distruzione per incendio. Le navate laterali hanno la volta a crociera, sempre in tufo, mentre esternaménte presentano un andamento sinusoidale di stile arabesco. Le navate terminano con due calotte che forse originariamente dovevano essere cupole intere con una terza al centro, poi ridotte nella forma attuale per ottenere la cupola centrale ottagonale.
La navata di sinistra incorpora il campanile nel suo inizio ed era molto più lunga dell’attuale essendo stata chiusa l’ultima

arcata per ottenere una sacrestia.Anche la facciata è asimmetrica ed è costituita da un rosone, che illumina la navata centrale e da tre porte, molto diverse tra loro.Sulla porta centrale poggia un architrave sormontato da un arco acuto sul quale fa bella mostra un Agnus Dei, simbolo marmoreo; sulle altre porte, come sulla centrale vi sono lunette in cui fino a poco tempo fa si potevano ammirare degli affreschi, ora quasi completamente distrutti.
Entrando dalla porta centrale si nota, subito sulla destra, una “Crocifisione” di Anonimo del XII Sec. di stile giottesco: con la Madonna ci sono San Giovanni Evangelista, San Giovanni Battista, il primo a sinistra, e (forse) San Gregorio Magno l’ultimo a destra. Don Salvatore De Filippo, parroco, sostiene che l’autore volle esprimere l’idea della continuità del Vecchio col Nuovo Testamento mediante le figure di San Giovanni Battista, ultimo rappresentante del Vecchio Testamento, e tramite Cristo, nato da Maria Vergine, Crocifisso, che attraverso Giovanni Evangelista, perpetua il suo messaggio nella Chiesa, rappresentata dal Pontefice e dal Sacerdozio perenne. La sovrintendenza nel suo catalogo-inventario lo attribuisce ad un anonimo del XIII sec. Sullo stesso lato vi è l’affresco dell’ “Adorazione dei pastori” di cultura pinturicchiesca (XV – XVI). In esso si scorge la calata dei magi a destra, e a sinistra, in alto, Betlemme. Importante

dell’affresco è la struttura architettonica dell’epoca e i costumi. Ancora sul lato destro, sotto la semicupola, vi è il discusso affresco della “Dormitio Virginia”, scuola di Giotto, XII sec, (a destra, part.) molto deteriorato dal tempo e dall’uomo (si notano infatti impietosi colpi di piccone). Il Parente non ne fa menzione esplicitamente, in quanto al suo tempo questo affresco era ricoperto da intonaco,ma lo suppone quando scrive: “Affreschì ve n’ha di molti eziando e buoni, vuoi del Giotto o del Ferrata”. Ma se il Parente parla di Giotto, inequivocabilmente, e non della scuola di Giotto, la questione rimane ancora aperta. Gli studiosi di arte o di storia dell’arte non sono unanimi nei loro giudizi: alcuni propendono per Giotto, altri per la sua Scuola, altri addirittura lo attribuiscono al Cavallino.L’affresco ha forma semicircolare, diviso in tre piani sovrastanti o tre emisferi: nel primo, in basso, è rappresentata la morte della Vergine, attorniata da Apostoli e discepoli tra cui spicca San Giovanni Evangelista (da notare la sua mano di stile giottesco); nel secondo, più in alto molti altri Santi appartenenti a diversi ordini religiosi; infine, in alto, gli angeli con la SS. Trinità. Se la notizia della matrice giottesca dell’affresco, ad un più approfondito esame, risultasse esatta sarebbe uno dei pochi affreschi del grande maestro ancora esistenti nell’Italia meridionale. Comunque la Sovrintendenza lo attribuisce alla Scuola di Giotto del XIII sec.
Accanto ad esso si apre un bugigattolo, recuperato anche esso durante il restauro, interamente affrescato. Vi è una Natività di stile molto primitivo; una immagine di S. Pietro Celestino, seduto in trono, con accanto a destra due riquadri, a sinistra tre, raffiguranti la fondazione dell’ordine dei Celestini e il monastero di Casaluce; due Santi di cui uno con la ruota della vita e l’altro reggente un cuore sul petto;il Collegio dei dodici Apostoli con Cristo al centro; una Crocefissione con la Madonna ai piedi della Croce; S. Michele Arcangelo; una Annunciazione che ripete molto lo stile del Beato Angelico; una Madonna bruna, molto bella. Una Natività di S. Giovanni Battista, di buono stile, del XV sec., su tavola.

Nell’abside, poi, si conservano due affreschi: uno di S. Lorenzo (accanto alla porta della sacrestia) e l’altro di Santa Lucia (di fronte ad esso) di un certo Tommaso Cardifio di Aversa. Nella navata centrale, sulla seconda colonna, un affresco di gusto senese: la Madonna col Bambino con a destra Papa Innocenzo III e a sinistra San Francesco d’Assisi, in alto la SS. Trinità con gli Angeli. E’ attribuito a Cicino da Caiazzo intorno al 1480. Infine, l’affresco che si trova accanto all’ingresso secondario in cui scorgiamo la “Vergine col Bambino in trono(1480 circa)”di gusto senese. Un tempo, come già detto, secondo le testimonianze, figuravano in basso due scritte in greco, Theotocos (Madre di Dio) e Cristotocos (Madre di Cristo), segno indiscusso della devozione dei bizantini, ora scomparse per i continui rifacimenti, per l’usura del tempo e per il cattivo servizio ad essa reso dalla copertura con intonaco nel XVIII sec. L’affresco, infatti, è stato recuperato durante i restauri terminati nel 1965.

Ci sono anche quadri e tele di varie epoche. Una Madonna, detta di “Santa Lucia” (Part. a destra)di stile greco-bizantino, del XII sec. su tavola. Una Natività di S. Giovanni Battista, di buono stile, del XV sec., su tavola. Le anime del purgatorio in cui figurano la Madonna con S. Francesco di Paola e S. Antonio Abate, di pregevole fattura, della scuola del Santafede, del XVI sec., su tavola. Una Madonna col Bambino, Santa Chiara e Sant’Andrea, di O. Marchione, del ‘700, su tela. San Francesco di Paola, quadro oblungo sito nella Cappella fatta edificare dal Can. De Valle, cappellano della Chiesa, il 5 marzo 1430, attribuito a Massimo Stanzione, su legno, proveniente dalla demolita Chiesa di San Francesco di Paola nel 1917. Infine, a completamento del patrimonio artistico della Chiesa vi è la recente scultura lignea dell’artista locale Vincenzo Rennella, raffigurante in un solo blocco Cristo morto, anteriormente, e la Madonna e Giovanni Evangelista, posteriormente.

Il calcio ad Aversa

Dal “Quartiere” all’Aversa Normanna

Ad Aversa il gioco del calcio vide la luce nel 1920. In quell’anno, nell’odierna piazza Trieste e Trento detta “del Quartiere”  (quartiere, caserma) di un Reggimento di Cavalleria ospitata già nel periodo Borbonico nel castello Aragonese, si svolgevano le prime partite di calcio grazie alla volontà dei militari che nel tempo libero si divertivano a giocarlo. La squadra dei militari del Quartiere invogliò altri appassionati e determinò la nascita di un’altra compagine aversana, la Juve Aversa, nel rione Lemitone, ad opera di Luca Duretto, evidentemente tifoso della Juventus perché oltre al nome, la maglia della neonata avversaria del Quartiere era a strisce bianco-nere. Tra il 1920 e il 1922 le squadre del Quartiere e la Juve Aversa ebbero degli incontri amichevoli, ma la prima gara ufficiale si svolse nel 1923 sul campo neutro di Carinaro alla presenza di un folto pubblico. La gara finì con un pareggio a reti inviolate, ma causò una accesa rivalità tra le due “cugine”. A far da paciere ci pensò un ufficiale (di origine piemontese) responsabile della squadra del Quartiere che propose la fusione fra le due compagini normanne. La proposta fu accolta e nel 1925 nacque l’U.S.A. (Unione Sportiva Aversana), composta dal meglio dei giovani militari e civili, ma nel corso degli anni seguenti la società andò incontro a molti problemi e trasformazioni: si chiamerà A.S.A. (Associazione Sportiva Aversana), poi A.C.A. (Associazione Calcistica Aversana) e nell’immediato dopoguerra, subito dopo la tragedia di Superga (Torino) i colori della maglia da bianco-neri diventeranno granata in omaggio al “Grande Torino” di Valentino Mazzola perito nello schianto dell’aereo che li riportava a casa da Lisbona (Portogallo). La sede era ospitata in un basso del complesso dell’Annunziata, fuori Porta Napoli. L’Aversana giocherà fino alla soglia degli anni ’60 su un terreno di gioco ricavato nell’ex Campo Profughi, l’attuale Parco Pozzi, e nel novembre dello stesso anno fu inaugurato il campo sportivo Rinascita, adiacente al Monastero di San Lorenzo fuori le mura. Pur lottando per raggiungere i campionati professionistici, non riuscì mai a superare la IV serie. Nel 1967 la F.I.G.C. invitò l’U.P.A. (Unione Polisportiva Aversana) a partecipare al campionato di IV serie per meriti sportivi, ma l’occasione non fu colta dalle istituzioni e dagli imprenditori locali di quel periodo, cosicché il dibattito che si aprì portò ad un nulla di fatto e l’Aversana rimase a giocare nei campionati dilettantistici. A cavallo degli anni 70/80, sotto la presidenza di Cecco Cannavale e Carmine Tascone come allenatore, la S.I.S. Aversa (Società per l’Incremento Sportivo, (maglie a strisce verticali rosso-nere…) vinse il campionato, approdando alla Promozione di allora. Dopo l’abbandono della presidenza da parte di Cannavale, si alternarono altri presidenti, ma non fu un periodo fortunato. Agli inizi degli anni ’90, dopo aver cambiato nome in Real Aversa, a seguito di una fusione con il Real Lusciano, la squadra granata approdò in Serie D, con al vertice societario imprenditori locali come Massimo Della Volpe, Salvatore De Gaetano ed altri: il ruspante stemma del Real Aversa lo vedete in alto a sinistra. Si sfiorò la promozione nella serie superiore (indimenticabile fu lo scontro con il Benevento), ma con l’abbandono dei citati dirigenti il calcio aversano subì una crisi che è durata per molti anni. Sprofondata nel campionato di Promozione, nel 2003-04 si classificò al 2° posto ma riuscì ugualmente ad essere promossa in Eccellenza grazie alla penalizzazione del Gricignano in seguito ad un illecito sportivo.
Nello stesso anno, con il provvidenziale acquisto del Real Aversa (che non aveva più neanche i soldi per iscriversi al campionato!) da parte di Giovanni Spezzaferri, affiancato da Alfonso Cecere ed altri nuovi dirigenti, fu acquisito il titolo sportivo del San Felice a Cancello (società nata nel 1925) e in seguito si provvide ad una ulteriore fusione dei titoli sportivi con l’Acerrana, denominando la nuova società San Felice A.C. Normanna, e guadagnando in questo modo l’accesso in Serie D (categoria dove militava l’Acerrana). Il titolo sportivo del Real Aversa, militante ancora in Eccellenza, venne ceduto alla nuova società calcistica di Caserta che nel frattempo era rimasta senza calcio in seguito al fallimento della Casertana Football Club. La nuova squadra casertana giocò con il nome di Rinascita Falchi Rossoblù con sede ufficiale ad Aversa, poi assunse il nome di Caserta Calcio.
Abbandonato il nome di transizione, la squadra diventa A.S.D. Aversa Normanna (Associazione Sportiva Dilettantistica) e con un nuovo simbolo sociale che vedete anche nel titolo. Il nuovo corso porta Aversa calcistica ai suoi massimi storici. Nella stagione sportiva 2006/07 l’Aversa Normannaallenata da Sergio, sfiora nuovamente la promozione in Serie C/2, piazzandosi al secondo posto ad un solo punto dal Noicattaro, ma vince alla grande il titolo di Campione d’Italia di Serie D vincendo la Coppa Italia Dilettanti, superando nella doppia finale il Rodengo Saiano. E la città festeggia alla grande, sia fuori che in campo coi tifosi: a sinistra come si vede dalla foto tratta da un giornale free-press del periodo. Nel Maggio 2008, dopo una appassionante finale con il Barletta, distanziato di 1 punto, con un perentorio 0-4 in casa del Bitonto, l’Aversa Normanna finisce in testa il Girone H di Serie D ed è promossa in Serie C2!
Una proroga viene concessa dalla Lega Calcio giacché lo stadio non è a norma per il campionato professionistico, la società adesso è tornata a chiamarsi S.F. Aversa Normanna, e la squadra viene completamente rivoluzionata: nuovo allenatore, tanti nuovi calciatori, tante ambizioni, e viene subito l’eliminazione dalla Coppa Italia di C. Il campionato è durissimo, la squadra arranca ed è quasi sempre in posizioni medio basse, sull’orlo della “zona retrocessione”. La Dirigenza richiama l’ex allenatore Sergio, questi richiama alcuni suoi ex calciatori, la squadra “tiene” l’ultima posizione utile per non retrocedere, ed in un finale al cardiopalma, con 5 vittorie consecutive nelle ultime 5 partite si salva, piazzandosi al 9° posto finale!
Con l’Aversa Normanna salva, i dirigenti pensano di lasciare per via dei costi elevati e del mancato appoggio sia di altri imprenditori che del Comune. I tifosi si mobilitano, sfilano per la città per impedire il “disastro” anche perché da Caserta, rimasta nei dilettanti, arrivano proposte pubbliche e private a che il titolo calcistico passi a loro. Fortunatamente, anche con l’interessamento concreto del Comune, Spezzaferri e Cecere ci ripensano, ed organizzano la nuova avventura in C2, che adesso si chiama Lega Pro 2. La squadra viene ringiovanita con l’intento di valorizzazione dei calciatori, la Dirigenza si da un assetto manageriale, vengono presi contatti e collaborazioni con società calcistiche di Serie superiori, lo stadio viene messo a norma, e viene costruita anche la “Curva Nord” per accogliere gli ultras cittadini: ad Ottobre 2009 lo stadio cambia nome, ed è intitolato ad Augusto Bisceglia, due volte Sindaco della città e presidente dell’Aversana Calcio.
Seguono anni di passione, con campionati quasi da promozione ed altri da salvezza, finché non arriva il crollo, e nel campionato 2012-2013 c’è la retrocessione in D, di nuovo nei dilettanti. Ultima in classifica per la differenza reti, con tanti record negativi, tra cui minor punti fuori casa (3), minor numero di reti fatte (26), minor numero di partite vinte (3), maggior numero di partite perse (26) e peggiore differenza reti (-43), i granata primeggiano, in negativo, anche nella classifica, individuale e a squadre, di ammonizioni. Negli ultimi 3 mesi l’Aversa gioca praticamente con i ragazzi della “primavera” che sostituiscono man mano tutti i titolari che rescindono il contratto “consensualmente”. Ma quando sembra che tutto sia perduto, avviene il “miracolo”: molte squadre professioniste non si iscrivono al campionato, e c’è il ripescaggio (previo l’esborso di 700.000 €) in Seconda Divisione! La Casertana paga anche lei ed accede tra i professionisti, ancora una volta non per meriti propri, ed è derby! Ma anche il campionato 2013-14 finisce male, la squadra viene retrocessa in “D” pur piazzandosi al nono posto. I campionati sono stati ristrutturati, le prime 8 in Serie C Unica, le altre in “D”, e l’Aversa Normanna, sconfitta nei plly-off dal Tuttocuoio retrocede. Tuttavia, molte squadre sono in crisi finanziarie, non hanno i soldi (ed il campo adatto) per iscriversi alla nuova Serie C Unica, e così altre vengono ripescate, come l’Aversa Normanna. L’inizio del campionato di C 2014-2015 è travagliato, la squadra è stata assemblata all’ultimo momento perché la Società non sapendo se avrebbe disputato il campionato di D o di C era senza calciatori tesserati, essendosi svincolati tutti dopo la retrocessione. Girone di andata disastroso, cambiamento di rotta nel girone di ritorno, e si classifica al 4ultimo posto, ma perde lo spareggio con l’Ischia e per una rete di scarto viene retrocessa in D. Finisce l’avventura tra i professionisti.

CIENT’ CROCI E CIENT’ AVE MARIA

Una premessa storica a questa preghiera si rende necessaria, anche per capirne il senso. Un anno dopo la caduta di Nicosia e la conquista di Cipro da parte dell’impero Ottomano, Papa Pio V preoccupato dall’avanzata turca, promosse una Lega dei principi cristiani atta a contrastarli, e con Genova, Venezia e Spagna istituì la

Lega Santa. Le forze navali della Lega, a maggioranza veneziane, si scontrarono con la flotta ottomana nelle acque al largo di Lepanto, il 7 ottobre 1571, riportando una vittoria che però non si concretizzò come il Papa sperava, cioè nella liberazione del Santo Sepolcro, o la riconquista di Cipro, ma lo scontro fu decisivo per il futuro dell’Europa e forse, della Cristianità stessa.. Si narra che Pio V ebbe una visione il giorno della battaglia di Lepanto ed esclamò “Sono le 12, suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto!” e da quel giorno le campane suonano ogni giorno alle 12. La vittoriosa battaglia navale ebbe larga e festosa diffusione per tutta l’Europa, e l’anno successivo, nel 1572, il Papa volle che il 7 Ottobre venisse celebrato il primo anniversario della vittoria di Lepanto, istituendo la “Festa di Santa Maria della Vittoria“, trasformata poi nella “Festa della Madonna del SS. Rosario“. A destra, il quadro di Paolo Veronese che celebra la vittoria, con gli alleati della Lega Santa in ginocchio davanti alla Madonna del Rosario, ed in evidenza il Leone di San Marco. Di questo nuovo culto se ne fecero zelatori i Domenicani che già nel 1575 istituivano a Venezia scuole del Rosario. Gli stessi Domenicani di Aversa, che si erano stabiliti a settentrione entro le mure della città vecchia (Via Drengot) diffusero tale culto tra noi, insieme alle magnifiche gesta di un aversano, Vincenzo Dragonetto, che aveva partecipato con valore alla battaglia navale.
Le nostre nonne celebravano dunque tale evento la 1 Domenica di Ottobre nelle chiese, nei cortili, nelle case, recitando una preghiera di introduzione al rosario che si chiamava “ciento croci e ciento Ave Maria” con chiaro riferimento alle croci della Lega Santa, e a suffragio delle anime dei cristiani periti nella battaglia di Lepanto, oltre 7500 contro gli oltre 30.000 Turchi. Anche nonna Niculina la recitava sempre, la mia non sò ma devota com’era sicuramente la conosceva, e questa è la trascrizione del nipote Luigi.

CIENT’ CROCI E CIENT’AVE MARIA
FAUZO E NEMMICO
FATT’ LA’, TU CHE
CU MICHE NUN CI’AI
NIENT’ A CHE FFA’,
OGG’ E’ A JURNATA’
D’A’ VERGINE MARIA
E IO ME FACCIO CIENT CROCI
E CIENT’AVE MARIA
Dopo di che iniziavano il Rosario
La Pia pratica delle “cento croci e cento Ave Maria”, attualmente si svolge nei cortili, nelle case e nella Parrocchia di S. Maria a Piazza, nella festa dell’Assunzione, il 15 Agosto, e nella 1 domenica di Ottobre con la supplica alla Beata Vergine del Rosario di Pompei.
Il culto della Beata Vergine del Rosario di Pompei, con la supplica di Bartolo Longo, è stato un vero completamento spirituale di una pratica così bella come il rosario.
Luigi Marino & Salvatore di Grazia
Fonte: Dott. Luigi Marino, ricerche storiche e pagina web di Salvatore di Grazia; le immagini della battaglia e della Madonna di Pompei sono riprese dal web, quella della chiesa di S.Maria a Piazza dal dott. Marino dalla chiesa stessa
   

La festa della

Borgo di Aversa, prima Domenica di Settembre

Seconda guerra mondiale. Aversa, importante snodo ferroviario, e dunque obiettivo militare strategico, è sotto il bombardamento degli aerei “alleati”, e mentre la gente del “borgo di Aversa” corre ai rifugi antiaerei, qualcuno nota, sul sagrato della chiesa della Madonna della Libera, la Madonna stessa in preghiera, sguardo implorante al cielo. Fatto stà che per tutto il periodo bellico nessuna bomba cadde sul borgo, e secondo i “buresi” fu grazie all’intercessione della Madonna che li protesse, e da allora il culto ed i festeggiamenti per essa hanno preso ancora più vigore. E’ una festa importante per i residenti, quasi pari a quella per la festa della Madonna di Casaluce che pure viene presa in consegna e “rilasciata” a pochi metri, ma questa festa è primaria, è la “loro” festa, la loro Madonna!

Mancano foto dello spettacolo musicale, “ò cuncertino”, che allieta sempre la festa con l’esibizione di cantanti “napoletani” e italiani, più o meno famosi: chi ha piacere può inviarle, di qualisiasi anno e verrà citato come autore delle stesse.

La passeggiata sotto le luminarie nel 1980 e nel 2007… Passano gli anni, cambiano i modelli di auto, i giovanotti di ieri adesso si godono la festa con meno frenesia, fanno “correre” i figli, i nipoti, ma lo spitito della festa rimane immutato. Per “buresi” è sempre un momento di aggregazione sociale unico, che dura più giorni: in fin dei conti è la festa della “loro” Madonna, no?

S. MARIA A PIAZZA

-Parlare della costruzione e dell’estensione temporale – storica della Chiesa di 5. Maria a Piazza significa toccare il cuore stesso della Città di Aversa. Infatti questo Tempio fu il nucleo primordiale intorno a cui si sviluppò la vita sociale, economica, politica e religiosa della nascente comunità cittadina.
La scarsità della documentazione a nostra disposizione non ci permette di fissare l’origine della Chiesa ad una data precisa, ma certamente essa ha vissuto intensamente le ansie e le attese dell’anno Mille.
-La comunità attorno ad essa, anche se non organicamente composta, aveva una sua laboriosa vitalità che svolgeva nella zona “in octabo” (situata presso il XIII miliario da Pozzuoli” nei pressi della Cassinese Badia di S. Lorenzo.
Dunque, all’arrivo dei Normanni, il casale di S. Paolo at Averse non era certamente un’aperta campagna disabitata e palustre, vuota di abitatori ma “un’entroterra”, come sostenuto da un manoscritto della biblioteca comunale, in cui ferveva tutta una vita sociale, politica e religiosa intorno alla “Platea di S. Maria”. In effetti era un entroterra dove potevano trovare ricettacolo sicuro esiliati o fuggiaschi sia giudei, sia greci, sia bizantini, sia longobardi, sia gli stessi superstiti dell’incendiò di Atella. Questa comunità primitiva, sebbene eterogenea, si presentava ai Normanni, nuovi padroni, con una propria struttura organizzata (eccetto a livello militare forse) su tutto: reconomicamente, socialmente, giuridicamente e religiosamente. Fatto sta che gli storici tengono a sottolineare che i Normanni dovettero adattarsi, rozzi com’erano, alle usanze e consuetudini vigenti in questa comunità.Come detto, fra i fuggiaschi vi erano anche bizantini e greci, e probabilmente furono proprio costoro,devotissimi alla Madonna, a volere innalzare come segno di grande devozione un tempio alla Madre di Dio,attiguo alla piazza ove essi svolgevano le loro attività.E ciò avveniva sicuramente prima dell’anno Mille
-Dunque, unitamente alla comunità organizzata, i Normanni, al loro arrivo, trovarono già il Tempio di “Sancta. Maria de Platea”, che poi, vollero ingrandire ed abbellire con qualche sovrastruttura molto originale.
L‘antichità di questo borgo di S. Maria “de platea”, centro di vita. è testimoniata anche da due cippi lapidari, rinvenuti in Via Cedrangolelle (a pochi passi dalla Chiesa) con leggende, i quali sono incastrati l’uno dì fronte all’altro, ai due lati del portone di entrata. In una si legge: “Ampellium – Liberta – Patrono – L. Naevo L .L. -Antioco – Speculano – Ossa hic sita sunt”. Nell’altro è scritto: “Have – Arniae O. L. Agathae – Ossa heic sita sunt”, Tali cippi sono sicuramente di epoca romana, e quindi certamente anteriori alla venuta dei Normanni. Un’altra testimonianza dell’antichità della Chiesa ci viene offerta dallo stesso Parente che osserva che “Intanto io dico se nel 1053 è stato fondato l’episcopato aversano dal papa Leone IX, nominando vescovo un certo Azzolino, in quale Chiesa si è appoggiato tale episcopato? Certamente S. Paolo non v’era ancora, io credo nella Chiesa più antica che era S. Maria a Piazza”.
Come per l’origine così per la stessa denominazione S. Maria “de Platea” vi è abbastanza discordanza tra le fonti. Tale discordanza è in funzione dell’ubicazione del castello donato ai Normanni, e, quindi, dalla stessa posizione locale o spaziale che la Chiesa occupava rispetto a quello. Molti storici, tra cui il Parente, non hanno dubbi che S. Maria “de Platea è detta così perché in prossimità del Castello” Il Vetta, poi, rifacendosi al Padre Costa sostiene che in Aversa vi era un antichissimo Castello, della cui fondazione non si trova memoria e lo colloca alle spalle della Chiesa di S.Maria a Piazza. Dice che il Castello aveva una piazza d’armi che stava proprio alle porte di Aversa per difenderla dagli attacchi dei nemici, aveva fortificazioni e fossati che erano certamente inutili al centro della città.
-Non così però il Gallo il quale fra l’altro scrive: “prospiciente su la pubblica platea”, cioè sul mercato, centro della vita commerciale della città, “la Chiesa di S. Maria a Piazza occupava su per giù l’area attuale”. Il Pagliuca invece, sostiene che il Castello Normanno non era alle spalle della Chiesa ma era ubicato dove poi vi fu il Conservatorio delle Vergini di S. Gennaro, quindi non presso la Chiesa di S. Maria a Piazza ma presso il Duomo, basandosi su alcune pergamene conservate nell’archivio Capitolare:- La XIII intitolata, “privatorum rationes”: “nel marzo del 1151 Riccardo Corveserio abitante di Caserta pel pezzo di 240 tari di Amalfi vende a Guiscardo Arcidiacono della Chiesa di S. Paolo a Aversa, una casa fabbricata nella piazza pubblica, la quale chiamasi Santa Maria”; – La III intitolata “emptiones”: “nell’aprile del 1168 Roberto “de S. Paulo” vendette al Capitolo due botteghe contigue situate in Aversa in publica platea, le quali avevano come confine la casa di Pietro Mauro ed il pozzo pubblico della piazza (et pluteum publicum platae);
– La IV intitolata “emptiones”: “Nel dicembre 1178 Nicolina, moglie di Adamo Felerino, vende al Capitolo una bottega situata in Aversa nella piazza pubblica al luogo chiamata la Beccheria”. Da tutto ciò, conclude il Pagliuca, risulta chiaro che “de platea” non sta per “arx munita” ma solo come piazza pubblica. Dunque il Castello non era dove si vuole che fosse dal Parente e da altri storici di cose aversane.
Una conferma potrebbe venire da una pergamena del 1189 in cui un certo Idventino, figlio di un conte, diede in permuta alla Congregazione del Vescovo della città di Aversa “una presa di terra ereditaria” situata in “ruga castello” (in via Castello), dove un tempo vi era la Giudaica, non lontano dallo stesso episcopio”.
L’origine del nome è, e rimane controversa, comunque resta il fatto che la Chiesa sorgeva al lato est della piazza e quindi nel suo iniziale “de”, per cui potrebbe anche significare “la Chiesa posta al lato est della piazza”. -L‘ antichità della Chiesa di S. Maria a Piazza ci viene attestata anche dalla sua strutturazione artistica.
Il Parente così scrive: “antichissima Chiesa di stile longobardo, con l’arco acuto, sì sfigurata dai successivi restauri ch’è una pietà a vedere”. Ed inoltre: “in mancanza di primitivi documenti storici, abbiamo queste pruove dell’antichità sue: 1) lo stile longobardo, con arco acuto, certi capitelli eleganti chissà donde portati, forse dalla vicina Atella, accanto ad altri rozzi, qual lo scalpello di quei tempi seppe fare. 2) Certe antiche dipinture. 3) La precedenza dei suoi parrochi sopra tutti gli altri, alle pubbliche processioni. 4) la denominazione di S. Maria “de platea”.
Dell’antica sua struttura sopravvivono l’ampia abside, che abbraccia le tre navate, recante tuttora le finestre a strombo di stile romanico, le quali rappresentavano una tecnica costruttiva diversa da quella della Cattedrale e di S. Lorenzo, dove gli archi hanno una più ampia curva ed una maggiore possibilità di consentire rifiniture ed ornamentazioni. -Riguardo ai dipinti che attestano l’antichità della Chiesa, uno è l’affresco situato sulla parete della navata sinistra nei pressi della porta secondaria, raffigurante Maria Vergine col Bambino, in trono, l’altro è la tavola, documento preziosissimo, di stile bizantino, attribuita ad un pittore locale raffigurante la Vergine bruna col Bambino del XII sec.La Cupola, è di epoca tarda e balza subito agli occhi la giustapposizione della cupola alla primitiva struttura della Chiesa. Il Gallo così scrive: “Due sono le cupole a calotta, inserite su di un tamburo a sezione quadrata in un primo ed ottagono in un secondo piano, rimontano sicuramente a tempi posteriori e come si vede dalle finestre ogivali che si aprono in esse, in origine dovevano essere tre, una per ciascuna navata”.
Del periodo gotico è l’arco acuto, cioè l’arco trionfale, che si eleva all’inizia dell’altare maggiore. Molto più antico invece è il campanile, il quale è sicuramente contemporanea alla costruzione della Chiesa stessa. Esso è incompiuto, ma è una caratteristica stilistica organicamente inserita nella struttura generale. La Chiesa è caratterizzata da molti stili: longobardo, normanno, gotico, romanico, bizantino e arabo, con la prevalenza di quello longobardo. Anche la planimetria è abbastanza asimmetrica. E’ a croce latina, con apertura verso Ovest. E’ a tre navate e l’uniforme nudità dei suoi pilastri massicci e lineari, delle pareti e delle volte a vele delle navate laterali rappresentano un pregevole modello di solenne semplicità, resa più marcata dalla fioca luce riflessa dei suoi vetri, che originariamente erano colorati ed istoriati. La navata centrale è costituita da muri alti poggianti su archi e colonne di tufo coperta da impalcatura a capriate. Questa volta è fatta di legno, completamente rifatta durante l’ultimo restauro (1945-65). Si volle riportarla allo stile originario poichè durante il XVIII sec. la soffittatura era a cassettoni di stile barocco. Di epoca posteriore è l’arco trionfale, gotico, necessario per dividere la navata dal presbiterio e per essere di sostegno alla cupola. Al centro del presbiterio vi è l’altare basilicale, ricostruito sul fondamento dell’antico, con monoblocco di pietra sormontato da una tavola di marmo ampia e pesante. L’altare è al centro della Cupola ottagonale, molto ampia, originale sia per la forma sia per i motivi architettonici posti a mo’ di sostegno ai quattro lati di essa. Sono quattro pennacchi che oltre ad essere motivi architettonici sono anche ornamentali ed unici nel loro stile. L’abside, non molto ampio, è abbellito da due archi di cui uno delimita la parte posteriore del presbiterio ed è formato da colonne romane giustapposte, diverse,asportate sicuramente dalla vicina Atella, dopo la sua distruzione per incendio. Le navate laterali hanno la volta a crociera, sempre in tufo, mentre esternaménte presentano unandamento sinusoidale di stile arabesco. Le navate terminano con due calotte che forse originariamente dovevano essere cupole intere con una terza al centro, poi ridotte nella forma attuale per ottenere la cupola centrale ottagonale.
La navata di sinistra incorpora il campanile nel suo inizio ed era molto più lunga dell’attuale essendo stata chiusa l’ultima arcata per ottenere una sacrestia.Anche la facciata è asimmetrica ed è costituita da un rosone, che illumina la navata centrale e da tre porte, molto diverse tra loro.Sulla porta centrale poggia un architrave sormontato da un arco acuto sul quale fa bella mostra un Agnus Dei, simbolo marmoreo; sulle altre porte, come sulla centrale vi sono lunette in cui fino a poco tempo fa si potevano ammirare degli affreschi, ora quasi completamente distrutti.
-Entrando dalla porta centrale si nota, subito sulla destra, una Crocefissione di stile giottesco: con la Madonna ci sono San Giovanni Evangelista, San Giovanni Battista, il primo a sinistra, e (forse) San Gregorio Magno l’ultimo a destra. Don Salvatore De Filippo, parroco, sostiene che l’autore volle esprimere l’idea della continuità del Vecchio col Nuovo Testamento mediante le figure di San Giovanni Battista, ultimo rappresentante del Vecchio Testamento, e tramite Cristo, nato da Maria Vergine, Crocifisso, che attraverso Giovanni Evangelista, perpetua il suo messaggio nella Chiesa, rappresentata dal Pontefice e dal Sacerdozio perenne. La sovrintendenza nel suo catalogo-inventario lo attribuisce ad un anonimo del XIII sec. Sullo stesso lato vi è l’affresco dell’ “Adorazione dei pastori” di cultura pinturicchiesca (XV – XVI). In esso si scorge la calata dei magi a destra, e a sinistra, in alto, Betlemme. Importante dell’affresco è la struttura architettonica dell’epoca e i costumi. Ancora sul lato destro, sotto la semicupola, vi è il discusso affresco della “Dormitio Virginia”, molto deteriorato dal tempo e dall’uomo (si notano infatti impietosi colpi di piccone). Il Parente non ne fa menzione esplicitamente, in quanto al suo tempo questo affresco era ricoperto da intonaco,ma lo suppone quando scrive: “Affreschì ve n’ha di molti eziando e buoni, vuoi del Giotto o del Ferrata”.Ma se il Parente parla di Giotto, inequivocabilmente, e non della scuola di Giotto, la questione rimane ancora aperta. “Crocifisione” Anonimo del XII Sec.- . -Gli studiosi di arte o di storia dell’arte non sono unanimi nei loro giudizi: alcuni propendono per Giotto, altri per la sua Scuola, altri addirittura lo attribuiscono al Cavallino.L’affresco ha forma semicircolare, diviso in tre piani sovrastanti o tre emisferi: nel primo, in basso, è rappresentata la morte della Vergine, attorniata da Apostoli e discepoli tra cui spicca San Giovanni Evangelista (da notare la sua mano di stile giottesco); nel secondo, più in alto molti altri Santi appartenenti a diversi ordini religiosi; infine, in alto, gli angeli con la SS. Trinità.Se la notizia della matrice giottesca dell’affresco, ad un più approfondito esame, risultasse esatta sarebbe uno dei pochi affreschi del grande maestro ancora esistenti nell’Italia meridionale. Comunque la Sovrintendenza lo attribuisce alla Scuola di Giotto del XIII sec.Accanto ad esso si apre un bugigattolo, recuperato anche esso durante il restauro, interamente affrescato “Adorazione dei pastori” secc. XV-XVI Vi è una Natività di stile molto primitivo; una immagine di S. Pietro Celestino, seduto in trono, con accanto a destra due riquadri, a sinistra tre, raffiguranti la fondazione dell’ordine dei Celestini e il monastero di Casaluce; due Santi di cui uno con la ruota della vita e l’altro reggente un cuore sul petto;il Collegio dei dodici Apostoli con Cristo al centro; una Crocefissione con la Madonna ai piedi della Croce; S. Michele Arcangelo; una Annunciazione che ripete molto lo stile del Beato Angelico; una Madonna bruna, molto bella.Una Natività di S. Giovanni Battista, di buono stile, del XV sec., su tavola. “Dormitio Virginia”, scuola di Giotto, XII secNell’abside, poi, si conservano due affreschi: uno di S. Lorenzo (accanto alla porta della sacrestia) e l’altro di Santa Lucia (di fronte ad esso) di un certo Tommaso Cardifio di Aversa. Nella navata centrale, sulla seconda colonna, un affresco di gusto senese: la Madonna col Bambino con a destra Papa Innocenzo III e a sinistra San Francesco d’Assisi, in alto la SS. Trinità con gli Angeli. E’ attribuito a Cicino da Caiazzo intorno al 1480. Infine, l’affresco che si trova accanto all’ingresso secondario in cui scorgiamo la Vergine col Bambino in trono di gusto senese. Un tempo, come già detto, secondo le testimonianze, figuravano in basso due scritte in greco, Theotocos (Madre di Dio) e Cristotocos (Madre di Cristo), segno indiscusso della devozione dei bizantini, ora scomparse per i continui rifacimenti, per l’usura del tempo e per il cattivo servizio ad essa reso dalla copertura con intonaco nel XVIII sec. L’affresco, infatti, è stato recuperato durante i restauri terminati nel 1965. Ci sono anche quadri e tele di varie epoche. Una Madonna, detta di S. Lucia, di stile greco-bizantino, del XII sec., attribuita ad un pittore locale, su tavola. Una Natività di S. Giovanni Battista, di buono stile, del XV sec., su tavola. Le anime del purgatorio in cui figurano la Madonnacon S. Francesco di Paola e S. Antonio Abate, di pregevole fattura, della scuola del Santafede, del XVI sec., su tavola. Una Madonna col Bambino, Santa Chiara e Sant’Andrea, di O. Marchione, del ‘700, su tela.  
-C‘è anche un San Francesco di Paola, quadro oblungo sito nella Cappella fatta edificare dal Can. De Valle, cappellano della Chiesa, il 5 marzo 1430, attribuito a Massimo Stanzione, su legno, proveniente dalla demolita Chiesa di San Francesco di Paola nel 1917. Infine, a completamento del patrimonio artistico della Chiesa vi è la recente scultura lignea dell’artista locale Vincenzo Rennella, raffigurante in un solo blocco Cristo morto, anteriormente, e la Madonna e Giovanni Evangelista, posteriormente. “Santa Lucia” Part.–
In conclusione questa Chiesa, anche come parrocchia ha accompagnato lo sviluppo e la crescita della comunità aversana partecipando intimamente alla sua storia: diroccata da terremoti, imbrattata da occupazioni di truppee, trasformata in deposito di fieno e vettovaglie. Come se ciò non bastasse, le furono sottratti tutti i beni in natura che per decreto del Card. Innico Caracciolo passarono al Seminario Vescovile di Aversa, che allora sorgeva, per opera dello stesso Cardinale, in ottemperanza al Concilio di Trento. La Chiesa di S. Maria a Piazza diventava così non solo la madre della comunità cittadina, ma anche Madre provvida di una nuova comunità che doveva scivere pagine gloriose nella storia della Chiesa aversana e universale. In un passato recente è stata la prima parrocchIa a subire le conseguenze dello sviluppo demografico della nostra città: lo smembramento l’ha ricondotta quasi alle dimensioni primitive.
Più volte restaurata, non resse però, all’urto dell’ultima guerra e rovinò ancora una volta. Ma la fede, l’amore e la pietà dei fedeli, sotto la guida del parroco don Nunzio Pomponio non si arresero di fronte a queste contingenze storiche e la chiesa tornò a vivere. Da quando detto, anche se sommariamente, si può dire che la Chiesa di S. Maria a Piazza confonde le sue origini con quelle della città di Aversa, anzi parrebbe che la precedesse! La chiesa è monumento nazionale.