A' lava...

Era un tranquillo ed assolato pomeriggio di fine maggio del 1990. Mia nonna Anna Forte, "Nanninella", si trovava nella nostra casa a Roma. Era venuta a stare con noi per una decina di giorni, in occasione della Prima Comunione di mio fratello e della mia Cresima, avvenute ad una settimana di distanza l’una dall’altra.
Poiché gli esami di licenza media erano prossimi, io ero nella mia camera, seduto alla scrivania a studiare. Mia nonna era seduta sul letto adiacente e mormorava giaculatorie sgranando il suo Rosario.
Non ricordo come cominciammo a chiacchierare della storia della sua vita: so solo che io misi da parte i miei compiti e lei aprì lo scrigno dei suoi ricordi.
Mi raccontò della sua infanzia trascorsa in una casa nei pressi del porto di Napoli, del padre disperso durante la prima guerra mondiale e delle seconde nozze della madre. Mi disse della sua giovinezza nell’età “ppe’ ffa’ all’ammore” e di un suo spasimante che pare essere morto d’amore perché fu da lei rifiutato. Mi parlò di come conobbe mio nonno Costantino, della fastosa festa del loro matrimonio, della carrozza con i cavalli bianchi bardati ed drappi che addobbavano a festa il portone della loro abitazione.
Dal racconto di quest’ultimo fattariello, mi resi conto che la descrizione della loro abitazione non collimava con quella dello stabile a logge nel quale viveva e perciò le chiesi se si trattasse dello stesso posto. Mi rispose di no e mi disse che, appena sposati, vivevano in una palazzina poco distante, all’inizio di via Lamarmora nei pressi di Piazza Savignano.
Le chiesi quando, come e il perché si trasferirono in quella attuale e lei mi rispose: “Ce trasettimo aropp ‘a lava!” A' lava?
Capivo abbastanza il napoletano, ma questo termine esulava dalle mie conoscenze. Da bravo adolescente “non autoctono” scolarizzato, le chiesi : "Ma cosa, il fiume di fuoco? L’eruzione del Vesuvio?" E lei: "No, no, l’acqua."
Solo in tempi recentissimi, dopo che l’amico Salvatore di Grazia mi ha erudito sull’argomento, ho scoperto che "a’ lava" è stata una delle piaghe che ha afflitto sistematicamente Aversa fino al secondo dopoguerra.
Nell’inverno tra il 1939 ed il 1940, Aversa fu invasa dall’acqua a seguito di un periodo di forti ed incessanti piogge. I miei nonni, le loro prime due figlie (gli altri tre nacquero successivamente) e la madre di mia nonna che viveva con loro, rimasero bloccati nel loro appartamento all'ultimo piano. Mia nonna mi diceva che loro avevano sempre prediletto gli attici, per non sentire i rumori provenienti dagli appartamenti sovrastanti. Mio nonno era un fabbricante di calzature ed all’epoca erano benestanti e potevano permetterselo.
L’inondazione fu violenta e, mentre la furia dell’acqua penetrava in ogni anfratto, sentivano tremare e scuotere il palazzo. La paura cresceva ad ogni istante.
Immagino quei terribili momenti. Mio nonno che scrutava nervosamente dalla finestra il fiume riversato in strada, la mia bisnonna e mia nonna nella stessa posizione in cui vedevo sistematicamente quest’ultima durante i violenti nubifragi: sedute in un angolo della stanza rannicchiate su di una sedia, sgranando incessantemente il Rosario. Sicuramente tenevano in braccio le due piccoline, una delle quali in fasce.
Non so dire dopo quanto tempo le acque si ritirarono ma, quando lo fecero, rivelarono un terribile segreto: una vastissima voragine si era aperta nella corte interna dello stabile, probabilmente risultato del crollo della volta di una delle grotte sottostanti sulle quali sorge tutta la zona (in altre occasioni, mia nonna mi descrisse la fitta rete di grotte naturali sotto il livello stradale e di come furono usate come rifugi antiaerei durante la seconda guerra mondiale).
Si resero presto conto del pericolo, scesero di corsa le scale e scapparono verso Piazza Savignano, in direzione di Via Isonzo: “Tenévo ‘a nennella ‘nguollo, 'a criatura pe’ è mani e fujettimo abbascio Savignano”. Fecero appena in tempo: la palazzina collassò poco dopo, e le macerie andarono ad ammassarsi nella voragine aperta dalle acque.
Il racconto si era fatto faticoso: nonna singhiozzava, e le lacrime le rigavano il viso solcato dalle rughe. La cosa mi intenerì: non era certo una donna dal pianto facile, tutt’altro. Si fece forza e proseguì con i suoi ricordi.
Rimasero in piedi solo un pezzo del muro perimetrale ed una trave sulla quale poggiavano, miracolosamente intatti, la cristalliera ed il settimino con la teca della Madonna settecentesca, unici pezzi che potei vedere dal vivo in casa sua molti anni dopo.
Le due donne e le bambine trovarono ospitalità presso il fratello di mio nonno, all’epoca residente in Via Isonzo.
Mio nonno, invece, tornò indietro. Nella tasca della sua giacca, rimasta in casa per la fuga concitata, c’era un rotolo di soldi: in quella disastrosa situazione era necessario recuperarli. Chiese aiuto a Totonno o’ falegname, un omone gigantesco,“’nu piezz’ ‘e marcantonio", come lo descrisse mia nonna, che si calò nella voragine, nonostante il pericolo di altri possibili crolli e, facendosi largo tra i detriti , riuscì a recuperarla ed a restituirla a mio nonno.
Persero tutto: mobili, vestiti, suppellettili, i pellami e le tomaie che mio nonno lavorava in casa: “Tutto! Tutto! Tutto! Avimm‘ accatta’ pure ‘e cucchiaini!”. Il fratello di mio nonno li aiutò dando loro la prima ospitalità, e regalando loro una zuppiera ed alcuni piatti da portata in ceramica a pasta bianca, quando si trasferirono nella casa di via Lamarmora in cui vissero fino alla fine, dapprima in affitto, in seguito come proprietari.
La cristalliera ed il settimino furono recuperate dai pompieri dopo vario tempo, ma il loro contenuto, specialmente quello fragile, rimase inevitabilmente danneggiato: dovendo fare in fretta, dato il pericolo di altri crolli, mettevano tutte le suppellettili in un paniere e lo calavano a terra, senza imballi o protezioni.
Nonna conservò tutto fino alla fine. Ricordo ancora la cristalliera superstite, piena di servizi incompleti: teiere, caffettiere e tazze alle quali mancavano becchi, manici o pezzi interi; piattini di un servizio sotto le tazze di un altro; calici di ogni tipo in numero variabile. Era strano vedere in bella mostra quell’accozzaglia di servizi rotti ed incompleti. Forse li conservava lì a memoria di un nuovo inizio che, suo malgrado, era stata costretta a compiere raccogliendo i cocci della sua “esistenza precedente”.
Continuò a raccontarmi la sua vita fino all’ora di cena, quando rientrarono i miei genitori dal lavoro. Inutile dire che il pomeriggio era volato.
Per tutto il tempo, mentre la ascoltavo, mi martellava nella testa l’idea di registrare la sua voce. Non mi sarebbe costato tanto: avevo il registratore davanti ai miei occhi ed una scorta di cassette vergini a portata di mano, ma non lo feci per una sorta di “scaramanzia”. Mettevo a tacere la vocina, ripetendomi: “Ma che, voglio portare sfortuna? Avrò ancora tantissime occasioni per farlo!”
Avrei dovuto dar retta al mio istinto: quando, poco più di un mese dopo, morì ad Aversa, mi pentii amaramente di non averlo fatto.

Costantino d'Aniello

Fonte: Testo e foto di Costantino d'Aniello. - © 2014 Salvatore di Grazia-www.aversalenostrerardici.com