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A' morta e viva...

In questi anni sui periodici locali ho letto di tanti personaggi caratteristici della nostra città, alcuni dei quali incrociavo spesso per strada da bambino, specialmente “Enricuccio” quando andavo alla scuola elementare di piazza S. Domenico, in quelli che verranno ricordati come “i favolosi anni ‘60”, anni che per me di “favoloso” ha avuto una sola cosa, la felice infanzia. Ma della “morta e viva” nessuno ne ha mai parlato. Non ho mai saputo come si chiamasse veramente, era una anziana donna davvero caratteristica. Pare che fosse di Lusciano, così sentivo dire da mia madre, e quando passava "addret à scalella" con la sua “trainella” vendendo prodotti ortofrutticoli, attirava sempre molti clienti.
Poi durante il periodo autunnale, dopo la raccolta del mais, andava in giro per le strade di Aversa spingendo la solita “trainella” con su un calderone bollente pieno di “spogne bollite”, cioè quelle deliziose pannocchie di mais per le quali mettevamo in croce mamma per darci le 10 o 20 lire per comprarle. E con le monetine strette in mano, ci avvicinavamo e lei. con un forchettone o un mestolo girava nel calderone e ci ci ptrendeva “nà spogna” di grandezza proporzionata al valore delle monete. E se ti pareva piccola, spesso te la cambiava. Sapevi sempre quando passava, come facevi a non sentirla quando gridava “ò sciablone, ò sciablone bell!”, e sapevi che “à morta e viva” con le sua trainella era giù in strada. Una volta ci raccontarono il perché di questo soprannome.
Era ragazzina, e morì. Come e perché nessuno lo sapeva. Morì. La portarono al camposanto, sistemarono la bara semi scoperchiata nella sala mortuaria, e se ne andarono, la sepoltura al giorno dopo. Durante la notte la morta apre gli occhi, esce dalla bara, si rende conto dov’è, corre verso il cancello del cimitero, lo trova chiuso, scavalca il basso muretto di cinta di allora, e a piedi si avvia verso casa sua. Arrivata all’uscio di casa, bussa, e al “chi è” della madre, risponde “sono io mammà”. E se sua madre non morì di infarto quella notte ci mancò poco. Urlò che la figlia era morta, che era al cimitero, fece gli scongiuri contro le janare, gli spettri, i diavoli dell’inferno, invocò la Madonna e tutti i Santi affinché la proteggessero, e la figlia da fuori urlava a sua volta alla madre di aprirle, che non era morta, che era lei, che era viva! Le grida della madre, gli urli della figlia che batteva i pugni contro la porta per farsi aprire svegliarono il vicinato, e fu una notte che tutti hanno ricordato vita natural durante. Alla fine, constatato che la morta non era affatto morta, la vita riprese a scorrere tranquilla, anche se da allora la ragazza fu soprannominata “à morta e viva”.
Cambiammo casa, ci trasferimmo nelle “UNRRA Casas II Lotto” e non la rividi per molto tempo, finché un giorno, a sorpresa, senti il suo caratteristico richiamo “O’ sciablone, ò sciablone bell”: era arrivata fin là! Ancora una volta, scesi a comprarmi la “spogna” da lei.
Era sempre la stessa, vestita di colori scuri, solito “mandesino” legato alla vita, “scolla” in testa per bloccare il sudore, spingeva ancora “à trainella” per tirare a campare, e ancora una volta scelse col suo mestolo una “spogna” come volevo io. Veniva saltuariamente, sempre più di rado, finché non venne più, e infine pensai che stavolta non si era svegliata.

Salvatore di Grazia

 
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