O' treno d''o sole

Giravo e rigiravo tra le dita il biglietto mentre sul treno per Asti canticchiavo, incazzato con me stesso, “nà valigia, nu biglietto è ò treno corre, corre…” e canticchiavo la mia sconfitta.
Andavo a cercare quel mio spazio nella vita che non ero riuscito a ritagliarmi a casa mia, e stavo facendo quello che aveva fatto mio padre trenta anni prima, ma lui era tornato. Mio padre. Abitavamo ancora “addret à scalella” quando partì, e quella sera me la ricordo ancora. Una gonfia valigia di cartone legata con lo spago, un freddo cane in stazione, lui che si fa passare la valigia attraverso il finestrino, l’abbraccio a mia madre, a me con la raccomandazione di studiare e di fare il bravo.
Non capivo, non avevo neanche 6 anni, ma ho vivido il ricordo di mia madre che, tornati a casa, piangeva. E da allora mio padre Nicola, socio fondatore del circolo ACLI di Aversa, è stato una cartolina che arrivava da posti dai nomi strani dal suono gutturale, da lettere con francobolli col nome dello Stato in latino, di “saluti e baci da vostro figlio Salvatore” su cartoline che gli spedivo. Allora ai genitori si dava del “voi”.
Veniva due volte l’anno, a Pasqua di sicuro, quando sua madre “Giulina é Cannètella” era a pranzo da noi. E in un giorno di Pasqua, mentre gli parlavo dandogli del “tu” come avevo visto fare ai miei amici con i loro genitori, mi interruppe dicendomi “forse non sono molto moderno, ma preferirei che mi dessi del “voi”, ed io, senza batter ciglio continuai il discorso dandogli del “voi”.
Un giorno, era ottobre, venne in ferie. Io lavoravo al mercato ortofrutticolo, risparmiavo, poi giravo per l’Europa, spesso senza una meta precisa, quasi all'avventura. Entrò, saluti, baci, e appena svuotò la valigia in pelle, io la riempii subito con la mia roba, avevo un treno che mi aspettava. Ci rimase male, io non capii l’espressione sul suo viso, adesso sì, ma è tardi.
Rientrò dopo 22 anni, riprese a frequentare l’ACLI dove “Nicola ò panettiere” divenne “Nicola 'o svizzero”, e almeno all’inizio straniero lo fu. Gli ci volle del tempo per riambientarsi, se mai ci riuscì, abituato com’era alla “efficienza” sociale della Svizzera tedesca. E straniero lo fu inizialmente anche per me. L’avevo visto partire che ero piccolo, incontrato si e no una quarantina di volte, il giorno della mia Prima Comunione non c’era, e adesso era rientrato, a pochi mesi dal mio matrimonio. Padre e figlio dovettero ricominciare a conoscersi, a provare a recuperare il tempo perduto.

Eravamo al battesimo di Nicola, figlio di mio fratello maggiore, tutti a tavola “’ncopp é lagni”, io ero con la mia fidanzata, e mentre papà coccolava il nipote gli dissi “Papà visto che adesso c’è Nicola, figlio del primo figlio, e la tradizione è rispettata, se noi un giorno avremo un figlio maschio gli diamo un altro nome”. Lui giocherellando col piccolo mi disse “ffà chelle che vuò”, poi si fermo di colpo, mi guardò fisso (e non ho mai dimenticato quello sguardo) e disse “addò vaje?”. Mi girai verso la mia ragazza e: “Filomè, se un giorno avremo un figlio maschio si chiamerà Nicola”. E Nicola è stato.
Quando gli dissi che avevo trovato lavoro in Piemonte, rispose che facevo bene “...ma non fare il mio stesso sbaglio, portati la famiglia”. Non averci portati con se è stato sempre il suo cruccio. L’ultima volta che gli ho parlato fu in un ospedale di Napoli, era cosciente in quel momento, mi vide e capì. Nel cuore della notte, alle 3, dopo un’altra crisi, i medici mi dissero che forse era meglio portarlo a casa, e lo feci. Era il giorno del mio compleanno.

Salvatore di Grazia

Testo e foto di Salvatore di Grazia. Tutti i diritti rivervati. © www,aversalenostreradici.com 2013