Una "lettera" affumicata...

Colera! Quante volte questa piaga ha attraversato la nostra terra, mietendo vittime a migliaia, e lasciandosi dietro intere famiglie distrutte, case bruciate, morti seppelliti in enormi fosse comuni, come accadde nella zona dei "cappuccini"? Sulla facciata della chiesa di San Rocco, meglio conosciuta come chiesa della Madonna Addolorata, è ben visibile un ex voto maiolicato dedicato al Santo per la fine del colera del 1854: dove non poteva la scienza medica, non rimaneva che la speranza nell'aiuto divino.
Nei secoli i medici si sono inventati i più svariati metodi per sconfiggere il colera, andando per tentativi e applicando le "conoscenze" mediche del tempo. Questo metodo di prevenzione, è stato l'ultimo tentativo empirico usato fino al 1887. Gli appassionati di storia postale, di quella appassionante tematica chiamata "prefilatelia" cioè "la posta prima del francobollo" conoscono bene il sistema che Carmine Tabarro ci ricorda presentandoci questo suo pezzo su un piego postale post-unitario. Già prima dell'avvento del francobollo le lettere provenienti da zone colpite da epidemie venivano "trattate" in un certo modo: "sezioniamo" dunque questa "lettera affumicata", pardon, questo "piego affumicato" e vediamolo nei dettagli con le parole di Carmine. Il colore differente dei "ritagli" è dovuto ad un problema di scansione, il colore reale è quello bruno chiaro. (Salvatore di Grazia)

Il piego, datato 24 ottobre 1884, fu inviato dall’ufficiale di Stato Civile di Aversa al Comune di Lucca per richiedere informazioni sul conto di 2 bambini in età scolastica nati lì, Gustavo e Carlo, figli di tal Florindo Virgilio.
Oltre ad apporre il bollo datario (ritaglio in alto), l’Ufficio Postale annullò il francobollo da 10 centesimi con numerale a linee “362” che contrassegnava ed individuava l’ufficio di Aversa .

Questo tipo di annullo, adottato da tutti gli uffici del Regno, aveva la funzione di “deturpare” il francobollo in modo da impedirne il suo riutilizzo e quindi evitare una frode ai danni dell’Amministrazione Postale.
Il bollo azzurro (a destra) del Municipio di Aversa apposto anche sul retro del plico giustificava la riduzione di tariffa che per la corrispondenza ordinaria era di 20 centesimi, cioè il doppio di questa affrancatura.

L’aspetto di maggior curiosità è rappresentato però nelle buste, dai tagli laterali di disinfestazione.

La pratica di disinfettare la corrispondenza costituisce ancora oggi un capitolo molto interessante della storia postale, specialmente della prefilatelia, e ci racconta di un periodo in cui si riteneva ingenuamente che le lettere provenienti da regioni o da Stati ove era in corso una epidemia potessero essere in qualche modo bonificate.
Essa fu adottata proprio perché, basandosi sulle conoscenze scientifiche dell’epoca, si riteneva che affumicando la lettera oppure imbevendola di soluzioni a base di aceto la si potesse purificare evitando così il contagio.
Si procedeva perciò alla cosiddetta “profumazione” della lettera con un’operazione che veniva effettuata mediante tagli della carta dai quali penetravano i liquidi o, a seconda dei casi, fumi disinfettanti.

A seguito di ciò la carta assumeva un tipico e riconoscibile colore brunastro ma non mancano casi in cui le amministrazioni postali interessate adottarono dei bolli accessori per documentare l’avvenuta disinfestazione: “netta dentro e fuori” come si usava per le poste dello Stato Pontificio.

Tornando alla nostra missiva, alla quale furono apportati i tagli che vedete evidenziati dalle frecce, occorre menzionare che in quell’anno nel napoletano era scoppiata una terribile epidemia di colera: solo dal 1 al 10 di settembre ci furono 3337 casi accertati e numerosi morti.
Il fatto fu eclatante al punto che anche il Re, per sincerarsi delle condizioni della città e della popolazione, venne in visita a Napoli dove pare che la gente gli gridasse “Maestà nun è u’ culera ..è a famm’!…..” ritenendo evidentemente quest’ultima più dannosa per la salute pubblica della malattia stessa.

Con i progressi della scienza medica e l’identificazione dei microbi responsabili delle malattie infettive, fu chiaro che la carta non avrebbe potuto veicolare il contagio e così, nel marzo del 1887, la prassi di disinfettare le lettere ebbe termine. (Carmine Tabarro)

©2009 www.aversalenostreradici.com - Carmine Tabarro per la descrizione tecnica - Salvatore di Grazia per la grafica e la prefazionee