La battaglia di Melito

Dopo l'assassinio di Andrea d’Ungheria nel castello di Aversa, il fratello Luigi scese in Italia per vendicarlo, e come sappiamo, ci riuscì appieno. Giustiziato il duca di Durazzo il re d'Ungheria devastava Napoli coi suoi Ungheresi e fra' Moriale, acquartierato ad Aversa, quando scoppiò la peste. Luigi d’Ungheria affidò il controllo del regno al voivoda Lacak e fra' Moriale si associò col titolo di vicario di Aversa. Si formò un esercito di 10.000 armati, “La Grande Compagnia”, che prese posizione ad Aversa, che divenne la base di partenza per saccheggi e rapine contro i casali circostanti, e sopratutto contro Napoli.
Per costringere i napoletani ad affrontarli in campo aperto, i mercenari di Aversa inscenarono tafferugli tra di loro. La notizia arrivò a Napoli, che circondata com'era, sopravviveva solo sui rifornimenti che giungevano via mare dalla Calabria. I napoletani elessero quattro baroni loro capitani, e uscirono con un esercito di 3000 uomini. La “sorpresa” fallì, perché trovarono presso Melito la "Grande Compagnia" già disposta in tre schiere, pronta allo scontro. I napoletani travolsero la prima schiera, la seconda oppose una preventivata scarsa resistenza mentre la prima, avuta rinforzi, si unì alla terza schiera. Circondati, i napoletani si arresero. Condotti ad Aversa, vennero selezionati con una logica “commerciale”. I soldati semplici, privati di tutto, furono liberati, mentre i conti e baroni, circa 25, furono trattenuti avendo essi un valore di mercato. Ma sorse un problema: i soldati, come d'uso, chiesero una doppia paga, visto il "valore commerciale" dei prigionieri ceduti ai capi. Il voivoda fu messo in difficoltà, i prigionieri valevano 150.000 fiorini, e lui era a corto di denaro. Sospettando un inganno, i soldati costrinsero il voivoda a consegnare loro, come pegno di 50.000 fiorini, il proprio figlio e, a saldo del restante ammontare, i nobili catturati, altrimenti se ne sarebbero andati. Il voivoda dovette cedere, e i soldati sottoposero i nobili nelle loro mani a sevizie e torture, finché non ebbero il massimo da ognuno di loro. Incassato il riscatto dei baroni. la soldataglia divenne baldanzosa, chiedendo al voivoda altro denaro. Per paura di essere ucciso questi scappò in Manfredonia. Tutti gli altri rimasero a Aversa, continuando fino al Natale del 1346 le loro scorrerie in Terra di Lavoro e contro Napoli. Quando non ci fu più niente da saccheggiare, proposero a Luigi di Taranto un patto: cedevano Aversa e Capua, in cambio di 120.000 fiorini.
Re Luigi di Taranto acconsentì, e i mercenari, prima di lasciare Aversa riunirono tutta la "Grande Compagnia" e si divisero il bottino accumulato nei loro saccheggi, 500.000 fiorini. Al centro dell'assemblea fecero diversi mucchi della roba depredata disposta per tipo: tolta la parte spettante ai capi, di ogni mucchio si fecero diverse parti, uguali a quello delle schiere. Ogni schiera estrasse a sorte la sua “parte”, distribuita poi tra i soldati. Finita la spartizione, finalmente lasciarono Aversa, chi diretto verso casa per godersi il frutto del sudato lavoro, chi in cerca di altri padroni Ad Uscì anche, momentaneamente, anche frà Moriale coi suoi, ma questa è un’altra storia.

Salvatore di Grazia

 
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