"Eresia"
è un termine ecclesiastico che indica una dottrina che si oppone
ad una verità rivelata riconosciuta dalla Chiesa: un “nefando
delitto contro Dio”, come veniva definita da taluni ed un indubbio
attentato all’establishment della Chiesa Cattolica ed al suo ordinamento.
Per questo motivo fin dalle origini
le gerarchie Ecclesiastiche rivolsero le loro attenzioni alle posizioni
contrarie all’ortodossia cattolica cercando di contrastarle con
la creazione di apposite Istituzioni e Tribunali.
Di tristissima memoria fu l’Inquisizione Spagnola (simbolo nel titolo),
poi introdotta anche nel Viceregno di Napoli, ed è a tutti nota
per la sua brutale attività, come quella Romana, nata in epoca
di Controriforma.
Esiste una cospicua letteratura che descrive il fenomeno anche in Terra
di Lavoro ed in particolare nella nostra Città: dai pàtari
in epoca medievale (vedi le considerazioni di Ciro Stabile nella sezione
che in questo sito ha dedicato ai Vescovi di Aversa) ed all’ospitalità
che ricevettero da noi i predicatori domenicani giunti per contrastarli;
alla chiamata di San Giacomo ad Aversa per predicare contro l’eresia
nel primo decennio del '400 che testimonia, probabilmente, un forte radicamento
del fenomeno dalle nostre parti.
Molti
anni dopo, tra questi inquisitori spicca la figura di un Cardinale di
Santa Romana Chiesa di origine Casertana: “Il suo nome era Giulio
Antonio Santori e nacque nel 1552 ad Ercole, una frazione di
Caserta-Arcidiocesi di Capua”. Antieretico militante e zelante
nel suo incarico di inquisitore ebbe a che fare con l‘eresia evangelica
diffusa in Terra di Lavoro - da Napoli a Caserta - riguardo alla quale
egli scrisse essere stata propagata, dopo l'insegnamento del Valdés
a Napoli e dal frate agostiniano Lorenzo Romano il quale fu costretto
nel 1554 a fuggire a Roma ove, arrestato, abiurò. Uno dei metodi
per ottenere l'abiuro è mostrato nell'immagine sottostante, a destra.
L’interesse per il Nostro deriva dal fatto che dal settembre 1563
era stato trasferito stabilmente presso il Tribunale della Santa Inquisizione
di Napoli e fu uno dei giudici che il 4 marzo del 1564
processarono, dopo tortura, il nobile di Aversa Giovan Bernardino
Gargano condannandolo poi alla decapitazione - e non direttamente
al rogo in virtù delle sue origini nobili - in piazza del Mercato,
ove poi il cadavere fu bruciato e disperso. Conseguenza
della condanna fu il sequestro dei beni del Gargano, e ciò innescò
la rivolta dell'aristocrazia napoletana, sospettosa che le inchieste dell'Inquisizione
fossero un pretesto per spogliarla dei propri beni a vantaggio del fisco
del Viceregno e delle casse del Sant'Uffizio, oltre che per regolare conti
di natura politica.
Il Cardinale Santori era solito paragonare la Chiesa all'arca di Noè
che “attraversa le acque del diluvio ma resta salda malgrado
«sedizione, eresia scisma e delitti”.
Ma ecco che, dopo aver attraversato le acque del diluvio e quando i i
roghi sono ormai un triste e lontano ricordo, "l’arca"
delle nostre parti incorre, per così dire, in una "trubbeja",
un breve temporale estivo come evidenzia questa “microstoria “
che segue e che riguarda da vicino i componenti della nostra millenaria
Diocesi.
Prima di esaminarla dobbiamo però spendere qualche parola anche
sulla "simonia", termine ecclesiastico che definisce il commercio
degli ordini e delle cariche sacre, il loro conferimento come corrispettivo
di favori, ovvero il commercio di beni spirituali.
La sua eccezionale gravità per la Chiesa stava nel fatto che, oltre
che come peccato, si configurava come eresia, mirabilmente descritta da
Dante Alighieri che confina coloro che se ne erano macchiati nella terza
bolgia dell’Inferno.
Volgendo in termini secolari la questione, si potrebbe parlare di corruzione
o meglio, nel caso che segue, di un sospetto di corruzione che, purtroppo,
talvolta accompagna l’esercizio del potere di qualsivoglia natura.
Ma
veniamo a noi.
Siamo nel 1857 e nella buca delle Poste di Aversa cade
una “strana” missiva anonima indirizzata al Vescovo Monsignor
Domenico Zelo (che dopo l'avvenuta Unità d'Italia
verrà descritto con sospetto dal Comandante della Guardia Nazionale
al Governatore di Terra di Lavoro, tal Giuseppe Palumbo) che oltre all’indirizzo
reca sul verso la scritta : “affari di coscienza”.
“In nome di Gesù e Maria”
Eccellenza Reverendissima,
Il seminario e popolo di Aversa umilmente espongono all’E.V. come
trovansi aggravate le loro coscienze per lo scandalo di simonia propagata,a
causa dello ordinario confessore Garofano di San Biagio, per
occupare la piazza di parroco di S. Paolo non solo ha fatto molti intrighi
ed impegno grande verso V.E. ma ancora ha fatto promessa di denaro ad
uno dè prebennati (presbiteri) forse all’E. vostra ben
noto di essere approvato per parroco di S. Paolo, e doppia promessa
di denaro ha dimandato il prebennato da farlo tra poco tempo canonico,
vera più vera simonia notabilissima; ora tutti siamo in nome
di Dio a pregare l’E. Vostra che si compiaccia accomodare le nostre
coscienze per questo scandalo già saputo di simonia ed ordinare
come regolava Sua E. De Luca (predecessore del Vescovo Zelo n.d.a) che
le Parrocchie non si danno per via di impegno, intrighi e denaro affinchè
non regna lesione alla nostra Città la simonia e nominava a suo
piacere e coscienza i soggetti per tali cariche acciò si evitava
lo scandalo e la simonia. Dunque preghiamo la E.V. che si compiaccia
riserbare a sé tale nomina del parroco di San Paolo affinché
il vostro nome maggiormente si rende di gloria verso Dio e di più
lode rispetto ed amore gli verrà compartita dal suo popolo tutto.
Iddio sia sempre con V.E. e Maria."
L’incarico di parroco della Cattedrale doveva
essere di grande importanza e questa istanza testimonia quanto fermento
l’affare procurò nel clero aversano, anche se essa non
può che essere valutata come una semplice tessera dell’articolato
mosaico degli equilibri diocesani.
Ricevuta la lettera il Vescovo si limitò a datarla e decretarla
come segue:”Ricorso contro il Sac. Don Ferdinando Garofano per
Parroco di S. Paolo”.
In realtà, per valutare l’importanza conferita allo scritto
anonimo, bisognerebbe sapere se poi per Don Garofano arrivò mai
la Bolla di nomina a parroco della Cattedrale. Ma questa è un’altra
storia.
Carmine Tabarro
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