...nel lo appalto della Reale Zecca ci avete i ladri...

Nell’opera di un famoso numismatico come il Simonetti, Aversa risulta tra i toponimi di Zecche o comunque come "officina monetaria". Non ho fonti al riguardo né ulteriori informazioni anzi, inviterei chi ne avesse a metterle in comune. Perciò, l’obiettivo, in verità assai modesto, che intendo perseguire è quello di sottoporre alla vostra attenzione questa lettera anonima partita e bollata dall’Ufficio postale di Aversa, datata 9 luglio 1860 e rivelatasi assai curiosa per il contenuto riportato.
Con essa, un nostro anonimo concittadino denunciava che nella Zecca di Aversa, data in appalto, sparivano piastre d’argento destinate a formare le monete. Francesco II nel suo brevissimo regno, non coniò monete auree anche per colpa della esasperante lentezza nel lavoro di incisione da parte dei maestri di zecca, ma solo 2 di argento (la piastra e il tarì) e il 10 e il 2 tornesi in rame. Dalla Zecca di Aversa erano appunto sparite le piastre d'argento "...che sono senza la Testa del re e senza la Corona...".
Lo scritto è indirizzato a chi in quel di Napoli doveva essere il responsabile dell’appalto o comunque alla persona a cui erano affidati i poteri di controllo dell’attività.
Dove si trovasse l’officina non è dato sapere.
Sicuramente l’edificio che la ospitava doveva rivestire delle precise caratteristiche strutturali che ne consentissero un’efficace difesa passiva.
E’ certo però che tutte queste accortezze non tornarono utili visto che le“manoleste”, a quanto pare, operavano all’interno della struttura perché il nostro anonimo scrive "...ci avete i ladri taluni che travagliano nella vostra officina dico officina..."
Siamo già alla terza sua denuncia, e da quello che scrive sembra che le fila del traffico illecito fossero tenute da una donna "...e specilmente ci è una donna che tiene corrisponnenza con questi ladri..." Ah queste donne Aversane! Per ironia del destino, come molti sapranno, pure una donna contribuì poi a finanziare Garibaldi quando pernottò nella nostra Città prima della battaglia sul Volturno.
L’impressione che si trae leggendo la missiva, indirizzata "Alle mani del Sig. Cavaliere D. Raffaele Savi, abbita Strada Fontana Medina 26 in Napoli" è che l’anonimo cerchi in qualche modo di dissimulare con uno stile volutamente approssimativo il suo livello culturale, mentre, in realtà, la forma, lo stile e anche la firma "...Vi saluto e sono il Vostro Umilissimo Servo N. N. " sembrano tradire una apprezzabile dimestichezza con la parola e un certo grado di cultura. Doveva trattarsi di persona colta.
Il periodo storico è travagliato, Garibaldi è alle porte. Il 6 giugno i Borbonici hanno perso Palermo, il 2 di luglio i garibaldini sono entrati a Caltanissetta e Cefalù, il 17 luglio si è combattuto a Milazzo, inizia l'assedio della fortezza di Messina, e di lì a qualche mese entreranno in Napoli, vista la decisione di Francesco II di risparmiare la città per evitare "all'amato popolo" una battaglia casa per casa...
Considerato che Francesco II lasciò Napoli il 6 settembre del 1860 è ragionevole dedurre che già in precedenza i controlli alla Zecca si erano allentati e le piastre prima di essere affidate al conio avevano cominciato a sparire al ritmo, sembra, di 20 al giorno.
Circa un anno dopo il Governo Unitario, dopo aver dismesso la famosa Zecca di Napoli, appaltò a Torino, alla ditta Estiwant, il conio di 12 milioni di monete in bronzo.
Si presume che tale decisione si basò sulla circostanza che il sistema monetario piemontese era completamente diverso dal Napoletano, ma non sarà anche, pur non volendo generalizzare, perchè il ciclo di produzione della moneta metallica dalle nostre parti aveva evidenziato qualche “pecca” organizzativa?
Un mio conoscente "neoborbonico" ferrato in questioni di storia patria, interpellato al riguardo, mi ha espresso molto chiaramente la sua opinione sulla diversità dei sistemi monetari dicendomi in parole povere che la valuta piemontese era carta straccia, mentre quella napoletana era solidissima e convertibile per sua propria natura, e questo perché una moneta borbonica doveva il suo valore a se stessa in quanto la quantità d'oro o d'argento in essa contenuta aveva valore pressoché uguale a quello nominale.
Sarà per quel motivo che il Re Francesco II, dall’esilio di Roma, continuò per un certo periodo di tempo a battere moneta con la quale, in alcuni casi cercò anche di finanziare le operazioni militari dei “resistenti” delle Due Sicilie
Le conclusioni le lascio a chi legge, io mi sono limitato, per quanto possibile, ad esporre i fatti. Di sicuro i ladri delle piastre d'argento non saranno mai stati trovati.

Carmine Tabarro

Fonte: ©Testo del Dr. Carmine Tabarro adattato ed integrato per il Sito da Salvatore di Grazia. Le immagini della moneta sono riprese dal web, la lettera è di proprietà del Dr.Tabarro. Ogni uso non autorizzato del testo e delle immagini di proprietà, verrà perseguito a termine di Legge.
© 2011 Salvatore di Grazia /www.aversalenostreradici.com