La
più famosa della canzone degli Alpini “Il Testamento del
Capitano” cantata sia dai cori degli Alpini che da Mina, ha radici
lontane sia temporali che geografiche, è nata nel 1528 nella
Napoli in balia di francesi e spagnoli, è cresciuta nel viaggio
verso Saluzzo, è diventata la canzone degli Alpini sull’Adamello
e su tutte le Alpi in guerra, per cui la si può ritenere una
ballata italiana e non regionale.
Il 1528 è stato un anno decisivo per la storia
della Penisola Italiana, di cui, l’episodio chiave fu l’assedio
di Napoli, finito con la vittoria di Carlo V e la definitiva disfatta
di Francesco I, con conseguente egemonia spagnola sull’intera
Penisola, mentre la morte di Michele Antonio da Saluzzo e le nozze mancate
con Margherita del Monferrato, di fatto, diede via libera ai Savoia
per la conquista della intera Penisola. In questo contesto nacque la
ballata originaria, di cui mostro i fatti.
Il 1° maggio il generale francese Lautrec assediò Napoli,
accampandosi sui declivi di Poggioreale, mentre la flotta genovese di
Filippino Doria conduceva l’assedio dal mare. Durante l’assedio,
i francesi occupavano anche la zona pianeggiante detta “La Parùle”
(la Palude), la zona tra la collina di Poggioreale ed il Sebeto, dove
poi si è sviluppato il nodo ferroviario (S. Anna ‘e Parule),
avendo il controllo sulle strade e l’acquedotto, che passava a
mezza costa della collina di Poggioreale.
“A Parùle” era una piana coltivata ad ortaggi, per
cui l’ortolano è detto “‘o parulane”,
pur essendo acquitrinosa per la depressione della Volla, a centro della
pianura, e l’ipotetico spagliamento del Sebeto.
Un luogotenente del Lautrec era Michele Antonio Del Vasto,
(Saluzzo 26 marzo 1495-Napoli 18 ottobre 1528) Conte di Carmagnola fino
al
1504 poi Marchese di Saluzzo che con propri soldati al seguito, aveva
attraversato vittoriosamente l’Italia, da Pavia a Napoli. Il Lautrec,
contro il parere del Marchese di Saluzzo, deviò l’acquedotto
di Napoli, e fu una decisione peregrina, perché l’aria
malsana, per la calura eccezionale dell’estate del 1528, favorì
l’innesco della peste portata a Napoli dagli spagnoli di Ugo di
Moncada e contratta, durante il Sacco di Roma, dal contatto con i Lanzichenecchi.
La fortuna abbandonò poi l’esercito francese: il 4 luglio
Andrea Doria ordinò al nipote Filippino di togliere, in segreto,
l’assedio e ritornare con la flotta a Genova, avendo preso accordi
personali con Carlo V, senza il consenso del governo della Repubblica
di Genova.
Intanto la peste procurò numerosi morti su entrambi i fronti,
ed il 15 agosto morì anche il generale Lautrec. Preso il comando,
il Marchese di Saluzzo, al corrente della disastrosa situazione, il
29 agosto tolse l’assedio, lasciando l’artiglieria pesante
e incominciò il ritiro con le poche truppe ancora efficienti,
ma fu bloccato in Aversa e qui assediato dagli spagnoli.
Dopo qualche settimana, il Marchese fu ferito ad una gamba da una scheggia
di un muro (sembra in zona Cappuccini) colpito da una palla di cannone,
e quindi costretto alla resa. Preso prigioniero, con i suoi soldati,
fu portato a Napoli, dove fu ospite in casa del Duca di Tremoli, e stipulò
la resa favorevole per i suoi soldati: una gran parte scelse l’arruolamento
con gli spagnoli, il resto optò per il salvacondotto ed il rimpatrio
con il Marchese. Nell’attesa furono accampati a nord dei quartieri
delle truppe spagnole (i Quartieri Spagnoli), fuori Porta Medina (oggi
Pignasecca). Ogni giorno sentivano i canti delle contadine e delle lavandaie
(del Vomero), gli stessi ascoltati nella Parùle durante l’assedio.
La ballata originaria "Ballata del Marchese di Saluzzo" è
nata sicuramente da una di queste basi melodiche, modificandone solo
il testo, poi ampliato nei bivacchi sulla via del ritorno e finito dopo
l’arrivo nel Monferrato.
L’idea di dividere il corpo non è una fantasia di soldati,
ma ha un fondamento storico.
Il Marchese voleva essere sepolto a Saluzzo, ma all’epoca era
difficile trasportare un cadavere, salvo ricorrere alla bollitura,
già vietata da Bonifacio VIII nel 1310. Il metodo consisteva
nel bollire il corpo in un pentolone, stile cannibali, poi scarnificato.
Lo scheletro e gli organi “vitali” erano recuperati e messi
in una cassa, con i “vasi canopi” contenenti il cuore ed
altri organi.
Da
qui la divisione del corpo in quattro pezzi del testo originale, la
testa per la madre, il tronco per “La Franza”, nome
che non indica la Francia ma le valli occitane o la “Sallucia”,
l’area romana del Saluzzese, il cuore per la fidanzata Margherita,
il bacino al Monferrato, il Marchesato su cui avrebbe dovuto regnare
con la sua Margherita. Un ricordo dei "franzesi"
di questa storia lo si trova ancora a Napoli e dintorni, dove vivono
vari “Franza, Franzese, ecc.” cognomi che ricordano i soldati
piemontesi che preferirono restare in Campania.
Ovviamente non sapremo mai cosa fecero i “franzesi” dopo
il 18 ottobre, alla morte del Marchese. E’ certo solo che, nel
1529, deposero la salma nella Basilica dell’Ara Coeli, a Roma,
poi proseguirono, con i vasi “canopi” e la testa, ben celati,
verso Saluzzo.
Durante il viaggio, nei bivacchi, la ballata prese corpo ed il testo
fu steso definitivamente, come è avvenuto, nella Grande Guerra.
Commento alla “Ballata del Marchese
di Saluzzo” poi “Il Testamento del Capitano”
L’inizio è immediato, il Marchese, o Capitano di Saluzzo,
è ferito gravemente ed è in fin di vita Sur
Capitani di Salüsse l’à tanta mal ch’n’a
mürirà, manda ciamè li so soldà:
chiama a rapporto i suoi soldati alla fine del turno di guardia ch’a
l’avran muntà la guàrdia.
I soldati rispondono che devono passare in rivista l’àn
l’arvista da passè, appena avran finito andranno
a fargli visita. I turni di guardia e la rivista confermano l’ipotesi
che i soldati non erano prigionieri, ma aggregati, in attesa di future
decisioni, delle truppe spagnole. Giunti al capezzale del Capitano,
chiedono “Coza comand-lo, capitani, ai so soldà?”
Inizia così il testamento: “V’aricomand
la vita mia Vi comando che il mio corpoChe
di quat part na débie fa deve essere diviso in
quattro parti. L’è d’üna part mandè-la
an Franza e d’üna part sül Munferà
portatene una parte nel Saluzzese ed una nel Monferrato.
Mandè la testa a la mia mama, ch’a s’aricorda
d’ so prim fiöl. Mandè ‘l corìn a Margarita,
ch’a s’aricorda dël so amur. Portate
la testa alla mamma, sarà l’unico ricordo del suo primogenito
tanto amato, portate il cuore a Margherita sarà l’unico
ricordo del suo primo amore.
Versi incisivi, senza aggettivi, immediati.
La ballata termina con la riuscita dell’esecuzione testamentaria,
assegnata dal Marchese ai suoi fedelissimi, La Margarita
in sü la porta l’è cascà ‘n terra di
dolur. La povera Margherita è svenuta dal dolore
sulla soglia del suo palazzo di Casale Monferrato, alla consegna del
ricordo del suo amato, e di sicuro il verso è stato composto
a fine viaggio.
La versione della grande guerra modernizza soltanto la versione originale,
portata al fronte dai coscritti del piemonte, solo “la
guardia e la rivista” sono sostituite da “non
han scarpe per camminar” che si commenta da sola.
I soldati del Marchese avevano solo problemi squisitamente “militari”,
gli Alpini del 1916 avevano i problemi di vestiario e di dotazione,
come altri soldati italiani, altrove.
Del resto tutte le canzoni anonime dei soldati sono “contro la
guerra”, nate nelle trincee e negli accampamenti, son diventate
un patrimonio della musica popolare solo per la durata della guerra.
Sono canzoni nostalgiche, come “Lilì Marleen”, una
poesia scritta da Hans Leip nel 1914 in Bucovina, per ricordare la casa
e gli affetti lontani, musicata nel 1936 da N.Schultze e, dopo la sua
trasmissione dalla “Soldatensender Belgrad", è diventata
l’inno di tutti i soldati in guerra, su tutti i fronti, perché
non istigava a combattere o ad uccidere, ma a ricordare la casa, la
famiglia in ansia ed il loro mondo lontano, troppo lontano.
Conclusione
La ballata anonima è una fonte sicura, perché scritta
da chi ha vissuto quella storia sulla propria pelle. I fatti sicuri,
accertati da documenti o da riscontri incrociati sono:
- La vita del Marchese di Saluzzo, la cui morte è avvenuta a
Napoli il 18.10.1528;
- I suoi soldati poterono scegliere tra tornare in patria o arruolarsi
nelle truppe spagnole;
- Il Marchese fu ospitato, durante la “prigionia”, in casa
del Conte di Tremoli;
- Le spoglie (o quel che ne restava) sono tumulate a Roma, nella Chiesa
dell’Ara Coeli, navata di destra, pilastro esterno alla 7a Cappella,
con busto scolpito nel 1575 da G.B. Dosio;
- Ovviamente il corpo non fu bollito, ma fu seppellito nella cripta
di qualche chiesa e, come ancora oggi si usa a Napoli, fu riesumato
dopo circa un anno, (a Napoli si dice “'o scave”), ripulito
e consegnato ai suoi fedeli soldati. Questi ebbero il modo ed il tempo
di separare dal feretro il capo ed il cuore, da portare alla madre ed
a Margherita, con parti del corpo per esaudire le ultime volontà
del Marchese. (Nel sito dell’Aracoeli è scritto “morto
nel 1529”, anno dell’effettivo arrivo delle spoglie a Roma,
quindi dopo la riesumazione.
- A Napoli non esistono tracce del Marchese di Saluzzo, ma molte del
Lautrec: la collina dell’assedio è detta “Monte di
Lotrecco”, la zona di prima sepoltura “o Trivece”;
la stradina suburbana che scende da via Nuova del Campo, è denominata
“Cupa Lautrec”, che gli abitanti della zona chiamano “a
Cupa ‘e Lutrex”. Da questa dizione “lu Trex”,
divenuta “lu Tricsi”, deriva il termine “Trivece”,
si pronuncia ‘o Triv’c’ come in lingua francese, la
cui grafia è la più idonea per avere la corretta pronuncia
del napoletano (osco). Il nome “o Trivece” è stato
tradotto in italiano, erroneamente, “il Tredici” dai cartografi
savoiardi, interpretando male la fonetica popolare.
I testi conosciuti, raccolti da Costantino Nigra, sono in piemontese
di metà ottocento e quindi modificati dalla trasmissione orale
della ballata. Trascrisse ben 4 versioni del “Testamento del Capitani
de Salussa”, raccolte in Piemonte, citando altre versioni, di
cui aveva sentito parlare. Mancano comunque le versioni della Provincia
Granda (Cuneo) e del Saluzzese.