Mi ha ossessionato per tanto tempo e finalmente ce l'ho fatta! Chi? Il Dr. Luigi Marino che tra una visita ai suoi frugoletti (è un pediatra) e l'altra è appassionato come me di "Storia Patria". Mi ha segnalato questa storia, mi ha detto che l'ha cantata anche Mina, mi ha invaso di links, di midi, di mp3 e tutte le volte che gli ho chiesto di scriverla lui mi ha sempre risposto che "nun tengo tiemp". Già, come se io l'avessi. E alla fine, mi sono arreso, ed ecco il frutto della mia ricerca, di una famosa canzone militare nata praticamente ad Aversa.
(Salvatore di Grazia)

Il Testamento del Capitano
La più famosa canzone degli Alpini nata nel 1528 dopo l’assedio di Aversa.
« Sor Capitani 'd Salusse, a l'ha tant mal ch'a morirà.
Manda a ciamé, sor Capitani, manda a ciamé ij sò soldà. »
(Canzone popolare)
« Il signor capitano di Saluzzo è tanto malato, e morirà.
Manda a chiamare, il signor Capitano, i suoi soldati. »

La più famosa della canzone degli Alpini “Il Testamento del Capitano” cantata sia dai cori degli Alpini che da Mina, ha radici lontane sia temporali che geografiche, è nata nel 1528 nella Napoli in balia di francesi e spagnoli, è cresciuta nel viaggio verso Saluzzo, è diventata la canzone degli Alpini sull’Adamello e su tutte le Alpi in guerra, per cui la si può ritenere una ballata italiana e non regionale.
Il 1528 è stato un anno decisivo per la storia della Penisola Italiana, di cui, l’episodio chiave fu l’assedio di Napoli, finito con la vittoria di Carlo V e la definitiva disfatta di Francesco I, con conseguente egemonia spagnola sull’intera Penisola, mentre la morte di Michele Antonio da Saluzzo e le nozze mancate con Margherita del Monferrato, di fatto, diede via libera ai Savoia per la conquista della intera Penisola. In questo contesto nacque la ballata originaria, di cui mostro i fatti.
Il 1° maggio il generale francese Lautrec assediò Napoli, accampandosi sui declivi di Poggioreale, mentre la flotta genovese di Filippino Doria conduceva l’assedio dal mare. Durante l’assedio, i francesi occupavano anche la zona pianeggiante detta “La Parùle” (la Palude), la zona tra la collina di Poggioreale ed il Sebeto, dove poi si è sviluppato il nodo ferroviario (S. Anna ‘e Parule), avendo il controllo sulle strade e l’acquedotto, che passava a mezza costa della collina di Poggioreale.
“A Parùle” era una piana coltivata ad ortaggi, per cui l’ortolano è detto “‘o parulane”, pur essendo acquitrinosa per la depressione della Volla, a centro della pianura, e l’ipotetico spagliamento del Sebeto.
Un luogotenente del Lautrec era Michele Antonio Del Vasto, (Saluzzo 26 marzo 1495-Napoli 18 ottobre 1528) Conte di Carmagnola fino al
1504 poi Marchese di Saluzzo che con propri soldati al seguito, aveva attraversato vittoriosamente l’Italia, da Pavia a Napoli. Il Lautrec, contro il parere del Marchese di Saluzzo, deviò l’acquedotto di Napoli, e fu una decisione peregrina, perché l’aria malsana, per la calura eccezionale dell’estate del 1528, favorì l’innesco della peste portata a Napoli dagli spagnoli di Ugo di Moncada e contratta, durante il Sacco di Roma, dal contatto con i Lanzichenecchi.
La fortuna abbandonò poi l’esercito francese: il 4 luglio Andrea Doria ordinò al nipote Filippino di togliere, in segreto, l’assedio e ritornare con la flotta a Genova, avendo preso accordi personali con Carlo V, senza il consenso del governo della Repubblica di Genova.
Intanto la peste procurò numerosi morti su entrambi i fronti, ed il 15 agosto morì anche il generale Lautrec. Preso il comando, il Marchese di Saluzzo, al corrente della disastrosa situazione, il 29 agosto tolse l’assedio, lasciando l’artiglieria pesante e incominciò il ritiro con le poche truppe ancora efficienti, ma fu bloccato in Aversa e qui assediato dagli spagnoli.
Dopo qualche settimana, il Marchese fu ferito ad una gamba da una scheggia di un muro (sembra in zona Cappuccini) colpito da una palla di cannone, e quindi costretto alla resa. Preso prigioniero, con i suoi soldati, fu portato a Napoli, dove fu ospite in casa del Duca di Tremoli, e stipulò la resa favorevole per i suoi soldati: una gran parte scelse l’arruolamento con gli spagnoli, il resto optò per il salvacondotto ed il rimpatrio con il Marchese. Nell’attesa furono accampati a nord dei quartieri delle truppe spagnole (i Quartieri Spagnoli), fuori Porta Medina (oggi Pignasecca). Ogni giorno sentivano i canti delle contadine e delle lavandaie (del Vomero), gli stessi ascoltati nella Parùle durante l’assedio. La ballata originaria "Ballata del Marchese di Saluzzo" è nata sicuramente da una di queste basi melodiche, modificandone solo il testo, poi ampliato nei bivacchi sulla via del ritorno e finito dopo l’arrivo nel Monferrato.
L’idea di dividere il corpo non è una fantasia di soldati, ma ha un fondamento storico.
Il Marchese voleva essere sepolto a Saluzzo, ma all’epoca era difficile trasportare un cadavere, salvo ricorrere alla bollitura, già vietata da Bonifacio VIII nel 1310. Il metodo consisteva nel bollire il corpo in un pentolone, stile cannibali, poi scarnificato. Lo scheletro e gli organi “vitali” erano recuperati e messi in una cassa, con i “vasi canopi” contenenti il cuore ed altri organi.
Da qui la divisione del corpo in quattro pezzi del testo originale, la testa per la madre, il tronco per “La Franza”, nome che non indica la Francia ma le valli occitane o la “Sallucia”, l’area romana del Saluzzese, il cuore per la fidanzata Margherita, il bacino al Monferrato, il Marchesato su cui avrebbe dovuto regnare con la sua Margherita. Un ricordo dei "franzesi" di questa storia lo si trova ancora a Napoli e dintorni, dove vivono vari “Franza, Franzese, ecc.” cognomi che ricordano i soldati piemontesi che preferirono restare in Campania.
Ovviamente non sapremo mai cosa fecero i “franzesi” dopo il 18 ottobre, alla morte del Marchese. E’ certo solo che, nel 1529, deposero la salma nella Basilica dell’Ara Coeli, a Roma, poi proseguirono, con i vasi “canopi” e la testa, ben celati, verso Saluzzo.
Durante il viaggio, nei bivacchi, la ballata prese corpo ed il testo fu steso definitivamente, come è avvenuto, nella Grande Guerra.
Commento alla “Ballata del Marchese di Saluzzo” poi “Il Testamento del Capitano”
L’inizio è immediato, il Marchese, o Capitano di Saluzzo, è ferito gravemente ed è in fin di vita Sur Capitani di Salüsse l’à tanta mal ch’n’a mürirà, manda ciamè li so soldà: chiama a rapporto i suoi soldati alla fine del turno di guardia ch’a l’avran muntà la guàrdia.
I soldati rispondono che devono passare in rivista l’àn l’arvista da passè, appena avran finito andranno a fargli visita. I turni di guardia e la rivista confermano l’ipotesi che i soldati non erano prigionieri, ma aggregati, in attesa di future decisioni, delle truppe spagnole. Giunti al capezzale del Capitano, chiedono “Coza comand-lo, capitani, ai so soldà?
Inizia così il testamento: “V’aricomand la vita mia Vi comando che il mio corpoChe di quat part na débie fa deve essere diviso in quattro parti. L’è d’üna part mandè-la an Franza e d’üna part sül Munferà portatene una parte nel Saluzzese ed una nel Monferrato.
Mandè la testa a la mia mama, ch’a s’aricorda d’ so prim fiöl. Mandè ‘l corìn a Margarita, ch’a s’aricorda dël so amur. Portate la testa alla mamma, sarà l’unico ricordo del suo primogenito tanto amato, portate il cuore a Margherita sarà l’unico ricordo del suo primo amore.
Versi incisivi, senza aggettivi, immediati.
La ballata termina con la riuscita dell’esecuzione testamentaria, assegnata dal Marchese ai suoi fedelissimi, La Margarita in sü la porta l’è cascà ‘n terra di dolur. La povera Margherita è svenuta dal dolore sulla soglia del suo palazzo di Casale Monferrato, alla consegna del ricordo del suo amato, e di sicuro il verso è stato composto a fine viaggio.
La versione della grande guerra modernizza soltanto la versione originale, portata al fronte dai coscritti del piemonte, solo “la guardia e la rivista” sono sostituite da “non han scarpe per camminar” che si commenta da sola. I soldati del Marchese avevano solo problemi squisitamente “militari”, gli Alpini del 1916 avevano i problemi di vestiario e di dotazione, come altri soldati italiani, altrove.
Del resto tutte le canzoni anonime dei soldati sono “contro la guerra”, nate nelle trincee e negli accampamenti, son diventate un patrimonio della musica popolare solo per la durata della guerra. Sono canzoni nostalgiche, come “Lilì Marleen”, una poesia scritta da Hans Leip nel 1914 in Bucovina, per ricordare la casa e gli affetti lontani, musicata nel 1936 da N.Schultze e, dopo la sua trasmissione dalla “Soldatensender Belgrad", è diventata l’inno di tutti i soldati in guerra, su tutti i fronti, perché non istigava a combattere o ad uccidere, ma a ricordare la casa, la famiglia in ansia ed il loro mondo lontano, troppo lontano.
Conclusione
La ballata anonima è una fonte sicura, perché scritta da chi ha vissuto quella storia sulla propria pelle. I fatti sicuri, accertati da documenti o da riscontri incrociati sono:
- La vita del Marchese di Saluzzo, la cui morte è avvenuta a Napoli il 18.10.1528;
- I suoi soldati poterono scegliere tra tornare in patria o arruolarsi nelle truppe spagnole;
- Il Marchese fu ospitato, durante la “prigionia”, in casa del Conte di Tremoli;
- Le spoglie (o quel che ne restava) sono tumulate a Roma, nella Chiesa dell’Ara Coeli, navata di destra, pilastro esterno alla 7a Cappella, con busto scolpito nel 1575 da G.B. Dosio;
- Ovviamente il corpo non fu bollito, ma fu seppellito nella cripta di qualche chiesa e, come ancora oggi si usa a Napoli, fu riesumato dopo circa un anno, (a Napoli si dice “'o scave”), ripulito e consegnato ai suoi fedeli soldati. Questi ebbero il modo ed il tempo di separare dal feretro il capo ed il cuore, da portare alla madre ed a Margherita, con parti del corpo per esaudire le ultime volontà del Marchese. (Nel sito dell’Aracoeli è scritto “morto nel 1529”, anno dell’effettivo arrivo delle spoglie a Roma, quindi dopo la riesumazione.
- A Napoli non esistono tracce del Marchese di Saluzzo, ma molte del Lautrec: la collina dell’assedio è detta “Monte di Lotrecco”, la zona di prima sepoltura “o Trivece”; la stradina suburbana che scende da via Nuova del Campo, è denominata “Cupa Lautrec”, che gli abitanti della zona chiamano “a Cupa ‘e Lutrex”. Da questa dizione “lu Trex”, divenuta “lu Tricsi”, deriva il termine “Trivece”, si pronuncia ‘o Triv’c’ come in lingua francese, la cui grafia è la più idonea per avere la corretta pronuncia del napoletano (osco). Il nome “o Trivece” è stato tradotto in italiano, erroneamente, “il Tredici” dai cartografi savoiardi, interpretando male la fonetica popolare.


I testi conosciuti, raccolti da Costantino Nigra, sono in piemontese di metà ottocento e quindi modificati dalla trasmissione orale della ballata. Trascrisse ben 4 versioni del “Testamento del Capitani de Salussa”, raccolte in Piemonte, citando altre versioni, di cui aveva sentito parlare. Mancano comunque le versioni della Provincia Granda (Cuneo) e del Saluzzese.

Ed ecco una doppia versione "Alpina" del "Testamento del Capitani de Salussa" divenuto "Il testamento del Capitano" Nel testo di sei strofe, il terzo verso della 4a strofa ha avuto la variazione: "Il primo pezzo al Re d'Italia", di ignoto, apparsa in seguito e cantata, ufficialmente, fino al 1944.

Versione di 6 strofe

Il capitan de la compagnia
e l'è ferito, sta per morir,
e manda a dire ai suoi Alpini
perchè lo vengano a ritrovar.

I suoi Alpini ghe manda a dire
che non han scarpe per camminar.
"O con le scarpe o senza scarpe
i miei Alpini li voglio qua".

E co' fu stato a la mattina
i suoi Alpini sono arrivà.
"Cosa comàndelo sior Capitano
che noi adesso siamo arrivà?".

"Ed io comando che il mio corpo
in cinque pezzi sia taglià:
Il primo pezzo alla mia Patria
che si ricordi del suo Alpin.

Secondo pezzo al Battaglione
che si ricordi del suo Capitan,
il terzo pezzo alla mia mamma
che si ricordi del suo figliol.

Il quarto pezzo alla mia bella
che si ricordi del suo primo amor,
l'ultimo pezzo alle montagne
che lo fioriscano di rose e fior".

Versione di 5 strofe

E il capitan della compagnia
e l'è ferito e stà per morir
e manda a dire ai suoi Alpini
perchè lo vengano a ritrovar.

E i suoi Alpini ghe manda a dire
che non han scarpe per camminar.
"O con le scarpe, o senza scarpe
i miei Alpini li voglio qua!"

Cosa comanda sior Capitano?
che noi adesso semo arrivà
"E io comando che il mio corpo
in cinque pezzi sia taglià"

"Il primo pezzo alla mia patria,
secondo pezzo al battaglion,
il terzo pezzo alla mia mamma
che si ricordi del suo figliol "

"Il quarto pezzo alla mia bella
che si ricordi del suo primo amor
l'ultimo pezzo alle montagne
che lo fioriscano di rose e fior

Cosa accadde dopo la morte del marchese
Il matrimonio da celebrare alla fine della guerra, in cui è nata la ballata, tra lo sfortunato Marchese e Margherita Paleologo del Monferrato, avrebbe fuso i due Marchesati a danno dei Savoia. Il mancato ritorno di Michele Antonio Del Vasto lasciò un vuoto politico nel Marchesato di Saluzzo, un centro di raffinata cultura in una parte d’Italia non particolarmente “Rinascimentale”, da ricordare il Castello di Manta, l’Abbazia di Staffarda, il Buco di Viso, ecc.
I successori non seppero gestire la situazione, sballottati tra il Re di Francia ed il Duca di Savoia, “affamati di terre” in una lunga guerra, di terrore e sangue, ai danni del Piemonte a sud del Po, che nell’Italia di Augusto era parte della IX Regione “Liguria”. Nel 1547 Saluzzo fu assorbito dalla Francia, nel 1601 fu dato ai Savoia, come protettorato, e, dopo alterne vicende, definitivamente, nel 1713 (trattato di Utrecht). E Margherita? Nel 1531, per volere di Carlo V, sposò Vincenzo Gonzaga, che divenne duca del Monferrato, alla cui famiglia restò fino al 1713, quando come detto fu assegnato ai Savoia.

Salvatore di Grazia

Fonte: Ing. Salvatore Bafurno su "ilportaledelsud.com", wikipedia.it e da altre fonti; foto alpini di Salvatore di Grazia- Immagini: l'utima cartolina di saluti del 5° Alpini Edolo dalla raccolta di Salvatore di Grazia