C'era una volta un fiume....
Breve storia del Clanio, antico e pescoso fiume ridotto oggi a "Regi Lagni"
Dove è andato a finire il fiume Clanio?” si è chiesto un perplesso pescatore, il dott. Stefano Montone nel suo sito www.Pescareonline.it. Già, addò stà? Alfonso Gallo nella sua opera principe ”Aversa Normanna” afferma che il territorio della città di Aversa confinava con quello di Capua e che “il confine era approssimativamente segnato da codesto fiume”. Scorreva tra le le province di Caserta e Napoli, ma sulle carte geografiche non risulta. Sta svanendo anche lui nelle nebbie di Avalon, dal ricordo umano. Da bambino mia nonna, Anna “à barunessa” Comparone, ci parlava spesso di un fiume “nù ciummo che nun ce stà cchiù”che scorreva dietro gli alti alberi di uva asprinio che si vedevano dai balconi di palazzo Comparone, “addret à scalella”. E quando passava il venditore ambulante che vendeva “é zumpariell” in una sporta di vimini legata al portapacchi della bicicletta o del “motom”, lo sentivo specificare che erano “quelli del lagno”, cioè provenienti dai Regi Lagni. "Che ci azzeccano i Regi Lagni con il Clanio?" direte voi, ed io vi rispondo che “ci azzeccano, ci azzeccano…”
Il Clanius detto anche Lagnus, italianizzato in Clanio, il “nostro” fiume, scorreva come già detto, a circa 5 chilometri dalla città. Fiume di confine quasi da sempre, lo divenne in pratica dopo la lunga guerra tra i Greci di Cumae e gli Etruschi di (Santa Maria)Capua (Vetere) con la vittoria dei primi e lo spostamento in avanti del loro territorio fino al Clanius. Mille anni dopo ancora confine armato tra i Greci di Napoli e i Longobardi dell'attule Capua, e di conseguenza, tra i Normanni della Contea di Aversa, e sempre Capua.
Col tempo il Lanius è diventato “Lagno”, sinonimo di un bacino d’acqua stagnante e putrida, e da sempre i vari occupanti del territorio hanno cercato di bonificarlo.
Furono gli spagnoli che, dimenticandosi per una volta di imporre nuove gabelle, provarono a sistemare definitivamente il corso del fiume dando l’incarico a Giulio Cesare Fontana il quale “sprofondò il letto dei canali da cinque ad otto palmi napoletani dal ponte di Napoli e dalla punta Lanciolla per i ponti Carbonara, Casapuzzana e Ponte a Selice fino a Vico Pantano", e il percorso fu deviato e incanalato, in alcuni tratti, 9 km più a nord. Invece di sfociare nel lago Patria fu fatto sfociare direttamente in mare, in località "pinetamare".
Evidentemente il problema non fu risolto e allora ci pensò Carlo III di Borbone con la costruzione di nuovi ponti, con restauri e la realizzazione di controfossi e fu a seguito di quest'opera che assunse il nome di "Regi Lagni" in onore dei Reali. Nel 1661 si ebbe la nomina di “5 guardiani dei regi lagni” (ormai il Clanio non veniva chiamato più così) ed una Giunta che controllasse il tutto e regolamentasse la pesca. Questi “supervisori” dovevano sanzionare i villici per eventuali abusi in atto sulle rive del fiume, e anche gli stessi “guardiani” se volgevano lo sguardo altrove.
Tra una sistemazione e l’altra il Clanio, pardon, il Regio Lagno di casa nostra fu teatro anche di una violenta battaglia tra l’esercito rivoluzionario francese che esportava la “libertà, eguaglianza, fraternità” con la ghigliottina e le baionette, ed i contadini il cui territorio si affacciava sul fiume. Zappe, forconi, roncole e vecchi schioppi contro cannoni, fucili, e soldati ben addestrati, col risultato che dopo la sanguinosa vittoria i francesi preferirono concordare con la fortezza di Aversa il passaggio verso Napoli, per non dover subire un altro vittorioso bagno di sangue. La battaglia dei Regi Lagni significò la fuga dei Borbone per la Sicilia e la nascita della Repubblica Partenopea. Era l’anno di grazia 1799.
E passiamo a Re Ferdinando II che il 22 dicembre del 1855 approvò “Il Regolamento provvisionale di Polizia per la conservazione dei canali e delle opere pubbliche del Bonificamento del bacino inferiore del Volturno…” cioè sempre il nostro (ancora) fiume.
Era un fiume limpido e pescoso, meta di scampagnate e di giornate in allegria per tutta la famiglia. Purtroppo la cementificazione selvaggia delle rive (fatta inizialmente per contenere le sue dannose esondazioni) l’ha ridotto a canale di raccolta delle acque piovane utilizzate per irrigare i campi, e a sfogo di innumerevoli scarichi leciti ed illeciti, rendendolo, in alcuni punti una cloaca a cielo aperto. Fine ingloriosa di un fiume protagonista della nostra storia. Mi piace ricordarlo non solo per i suoi croccanti “zumparielli” (che venivano mangiati fritti nella pastella), ma anche per le cartoline e le foto che ricordano la sua perduta bellezza. La cartolina che vedete (e che purtroppo mi manca) all'inizio di questo articolo, risale ai primi del ‘900 e ci fornisce un’idea di come i Regi Lagni si presentassero prima del loro completo decadimento.

Salvatore di Grazia
Fonti: Foto tratta dal sito http://digilander.libero.it/raffelica/index.htm; ricordi dell'autore; ricerche varie sul web, collaborazione del dott. Carmine Tabarro Testo di © 2011 Salvatore di Grazia/www.aversalenostreradici.com