GAETANO ANDREOZZI

Gaetano Andreozzi, nato ad Aversa il 22 Maggio 1755 è il terzo, grande musicista che annovera la nostra città, città che aveva già dato i natali ai due grandi musicisti Domenico Cimarosa e Niccolò Jommelli. E fu proprio quest'ultimo, in quanto zio dell’Andreozzi per parte di madre, che avviò il nipote all'arte della musica e questa illustre parentela gli valse l’appellativo di “Jommellino”, con cui verrà conosciuto in tutta Europa. Gaetano fu ammesso giovanissimo al Conservatorio della Pietà dei Turchini ove iniziò gli studi di canto, armonia e contrappunto sotto la direzione di valenti maestri. Le sue prime composizioni furono delle cantate per una sola voce e dei duetti per due soprani col solo basso. Aveva solo sedici anni quando uscì dal Conservatorio e si recò a Roma dove compose, per il teatro Argentina, la sua prima opera seria in due atti, La morte di Cesare, che ebbe molto successo, e con un componimento sacro, Giefte. Qualche anno dopo, a Firenze, scrisse per il teatro Ducale, l'opera Bajazet e, per quello di Livorno nel medesimo anno, l'Olimpiade. Per il teatro San Benedetto di Venezia scrisse Agesilao e per il Regio di Torino, Teodolinda. Nel 1782 compose Catone ín Utica, il Trionfo di Arsace, La Vergine del Sole ed infine Angelica e Melidoro per il teatro di Venezia, nel 1783. Il successo ottenuto da queste sue opere gli fece acquistare una certa fama tant’è che nel 1784 fu invitato in Russia, presso il teatro di San Pietroburgo, per comporre la Didone abbandonata e Giasone e Medea, che incontrarono il gusto di quella Corte e di quel pubblico freddo e piuttosto severo. Ritornato in Italia nel 1786, proprio mentre il suo conterraneo Cimarosa si recava presso la corte russa, sposò una cantante, Anna de Santi, rampolla di una distinta famiglia fiorentina, che divenne la principale interprete delle opere che andò via via componendo che fece esordire, come primadonna, nel teatro della Pergola nel 1791. L'Andreozzi fece pubblicare a Firenze le partiture di sei Quartetti per due violini, viola e basso. Nell'anno seguente, 1787, scrisse per il teatro Argentina di Roma, La Vírginia, opera che fu un fiasco totale. Nonostante tale insuccesso venne invitato al teatro San Carlo di Napoli per comporre l'opera Sofronía e Olindo e nell'autunno dello stesso anno, Sesostri. Nel 1790 scrisse per il teatro del Fondo, la Principessa filosofa e nel 1791 Il finto cieco. Nel 1793 scrisse per il San Carlo di Napoli l'oratorio Saulle (considerata la sua composizione più riuscita e giustamente ricordata in una delle cartoline edite dal Comune di Aversa nel 2005) e l'opera in due atti Arsinoe. Fu poi invitato in Spagna, a Madrid, dove compose il Gustavo Re di Svezia che ebbe molto successo. Al suo ritorno a Napoli, fece rappresentare per il San Carlo l'oratorio La Passione di Gesù Cristo e le opere Armida e Rinaldo e Priamo e Tisbe. Nel 1805 scrisse per il teatro La Fenice di Venezia l'ultima sua opera, Giovanna d'Arco, che meritò unanimi e generali consensi. Benché ancora giovane, a causa di vari problemi e vicende di natura personale, abbandonò il teatro e si dedicò esclusivamente all'insegnamento del canto. Ricercato da tutta la nobiltà napoletana, venne anche invitato alla Corte borbonica per dar lezione alle reali principesse, dove mostrò particolare attenzione alla futura Duchessa di Berry, Maria Carolina, (figlia del re di Napoli Francesco I) che mostrava più attitudine e buon volere di apprendere. Data la sua professione che la costringeva a spostarsi di città in città, la moglie Anna viveva quasi sempre da sola e, se non legalmente, era di fatto separata dal marito, il quale facendo appunto l’insegnate di musica e ristabilitosi nella natia Aversa, non poteva seguirla. Nell'anno 1811, Anna de Santi, non proprio sposa fedele, rimase uccisa con il suo amante in un incidente con la carrozza, nei pressi di Pilmitz (Dresda). Rimasto vedovo, Andreozzi sposò una giovinetta di basso ceto sociale che gli diede due figli e abbandonò quasi completamente il teatro come compositore tentando la strada dell'impresario (1806), ma le vicende politiche mandarono a monte il suo progetto. Come maestro di canto non era più richiesto come prima e pertanto le sue condizioni economiche iniziarono lentamente a peggiorare fino a ridurlo ad una vera e propria condizione di indigenza. Sommerso dalla miseria più nera, decise di recarsi a Parigi nel 1825 con la speranza di ottenere aiuto della sua antica allieva, la Duchessa di Berry. La nobildonna, infatti lo ricevette affabilmente e lo protesse, garantendogli sia degli appannaggi economici sia lezioni di canto a tutte le dame di Corte. Con tali guadagni Andreozzi riuscì a mantenere la moglie e i due figlioli lasciati ad Aversa, ma la sua malandata salute non gli consentiva di sopportare il rigido clima di Parigi e per tal motivo pensò di ritornare nel Regno di Napoli. La stessa Duchessa di Berry si preoccupò allora di raccomandarlo a suo padre, Francesco I di Borbone, perchè una volta giunto a Napoli gli concedesse un occupazione ben retribuita. Ma proprio mentre si accingeva a lasciare Parigi, nel mese di dicembre del 1826, il musicista moriva all'età di sessantatré anni: era il 21 dicembre del 1826, ma la data della sua morte non è certa, perché altre fonti riportano la sua morte il 24 dicembre.

Hanno detto di lui: Lo sfortunato musicista aversano non era mai stato, in verità, un maestro di genio e di originalità, ma come la maggior parte dei compositori della Scuola napoletana, possedeva una certa vena melodica ed una facilità di scrittura che rendevano gradevoli le sue opere, almeno per la voga di quei tempi. La fama di Andreozzi. risulta da numerose testimonianze. Fra l'altro, il contemporaneo Paisiello (secondo Agostino Gervasio, Osservazioni musicali intorno ai compositori napolitani, ricavate dalla conversazione col sig. Paisiello, MS all Arch. dei Filippini di Napoli) affermò che egli godeva ai suoi tempi di una reputazione straordinaria. Leandro F. de Moratin, poeta drammatico spagnolo. (1760- 1828), trattando dell'opera comica a Napoli nel suo Viaje en Italia, notò che fra i maestri di cappella italiani allora viventi almeno un terzo era napoletano, emergendo, emergendo fra i più noti Cimarosa, Paisiello, Tarchi, Traetta, Guglielmi, Fioravanti e Andreozzi. A detta di Florimo, Andreozzi "non era un maestro di genio né di molta scienza musicale, ma, come la maggior parte dei compositori napoletani, possedeva una certa facilità e naturalezza di melodie più che sufficienti per rendere gradite e piacevoli le sue opere che certo non erano destinate a sopravvivergli...". In realtà, la copiosa produzioni di Andreozzi, devota ad un vacuo virtuosismo canoro, appare genericamente fedele, in campo serio buffo e sacro, alle più ovvie direttive stilistiche napoletane, pur avvivata da qualche sapido tratto strumentale. Si rilevi pure che Andreozzi appartenne alla schiera degli operisti che si dedicarono alla voga dei drammi sacri di impianto grandioso; né meraviglia, allora, che il suo oratorio Saulle sia apparso su scene teatrali. Quanto alla musica strumentale ed in particolare ai quartetti, che lo collocherebbero nella scia di Sammartini, si può condividere l'opinione di A. Capri, secondo il quale Andreozzi. trattò la forma quartettistica con una perizia, una ricchezza inventiva e una equilibrio degni di Haydn nell'elaborare le parti e nel congegnare ognuna di esse con autonoma scioltezza dialogica entro la complessiva compagine sonora.

Le Opere: Comp.: Op. teatr.: L'equivoco (Firenze, 1781); L'Arbace (Livorno, 1781); I pazzi per disimpegno (libr. A. Bagliacca; Venezia, 1782);L'Olimpiade (Pisa,1782); Bajazet (Firenze, 1783); La Vergine del Sole (F. Casoli; Genova, 1783, o Palermo, 1797); Amore industrioso (Firenze, 1783); Quello che può accadere (Venezia, 1784); Le tre fanatiche (G. Palomba; Napoli 1785); Didone abbandonata (Metastasio; Pisa, 1785); Partenope sul lido etrusco (C. Boccella; Lucca,1785); Catone in utica (Metastasio; Cremona 1786); Virginia (Genova, 1786); La pace tra Amore e Imeneo (Firenze, 1787); Arminio (Venezia, 1788); Agesilao (Ballani e altri; ivi, 1788); Teodolinda (G. D. Boggio; Torino, 1789); Sesostri (Zeno; Napoli, 1789); Giovanna D'arcoo sia La Pulcella d'Orléans (A. S. Sografi; Vicenza, 1789); Artaserse (Metastasio; Livorno, 1789); La morte di Giulio Cesare (Roma, 1789); Il finto cieco (Napoli, 1791); Angelica e Medoro (G. Sertor; Venezia, 1791); Amleto ( G. Foppa; Padova, 1792); Gli amanti in Tempe (G. De Gamerra; Firenze,1792); Sofronia ed Olindo (C. Sernicola; Napoli, 1793; col tit. Amelia ed Ottiero, Trieste, 1797); Giasone e Medea (Napoli, 1793); Le nozze inaspettate (ivi, 1793); Ines de Castro (C. Giotti; Firenze, 1793); La principessa filosofa, o sia Il contraveleno (A. S. Sografi; Venezia, 1794); Arsinoe (M. Rispoli; Napoli 1795); Il trionfo di Arsace (F. Ballani; Roma 1795); La morte di Cleopatra (Palermo, 1797); Argea (G.D. Boggio; Torino 1799); Pamela nubile (Parma, 1800); Armida e Rinaldo (Napoli, 1802); Il ritorno dei Numi (F. M. Villani; ivi, 1802); Il trionfo di Alessandoro (A. Passaro; ivi 1803); Pirami e Tisbe (G. Schmidt; ivi, 1803); Il trionfo di Claudia (Firenze, 1803); Sedesclavo (M. Prunetti; Roma, 1805); Il trionfo di Tomiri (F. Cammarano; Napoli, 1807); Tutti i torti son dei martiri (Firenze, 1814); Il trionfo di Alessandro Magno il Macedone (Roma, 1815). Oratorî: Giefte (Roma, 1779); Isaccofigura del Redentore (Jesi, 1785); La Passione di Gesù Cristo (Napoli, 1789); Saulle (ivi,1794); Assuero ossia la regina Ester (Palermo, 1798); 3 quint. per ob. e archi (MS); 6 quart. op. 1 (Firenze,1786).


Testo di Salvatore di Grazia
Fonti consultate: F.Piovano, Notizie storico-bibliografiche sulle opere di P. C .Guglielmi, in RMI, 1909; A. Della Corte, L'opera comica italiana nel '700, Bari, 1923; U. Prota Giurleo, " Jomellino " e Signora, in " Nostro tempo ", Napoli, 1955; R. Bonvicini, in DBI; F. Bussi, in GROVE; Wikipedia; L’Informazione; AMA Associazione Musicale Aversana