FRA'
MORIAle |
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Non
era figlio di Aversa, era un figlio di... Francia, ma ha lasciato un ricordo
indelebile nella nostra storia e merita di essere ricordato |
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| .Correva l'anno 1345 e una galera provenzale che trasportava tessuti francesi in oriente, a causa di forti venti s'arenò alla foce del Tevere. La nave fu saccheggiata, e i passeggeri derubati dagli abitanti del luogo. Tra i malcapitati naviganti c'era un cavaliere narbonese, Giovanni Montreal du Bar, che nel disastro perse ogni cosa. Contando molto sulle relazioni con persone influenti che aveva in Napoli, se ne venne in questa città. Vi giunse proprio quando nella capitale i principi reali, preoccupati per le conseguenze che temevano dalla morte di Andrea di Ungheria, si premuravano di accaparrarsi gente e armi. Perciò al Montreal non fu difficile farsi assoldare dal duca Carlo di Durazzo. Per la sua personalità mistico-guerriera, del resto in linea con la mentalità dei tempi, ben presto divenne comandante in capo di tutti gli armigeri del suo signore nonché frate e poi priore dell'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme. Per questa sua condizione monastica fu conosciuto col nome, corrotto dalla pronuncia dialettale, di fra' Mo(n)riale. | ||||
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Quando il duca di Durazzo fu fatto giustiziare e il re d'Ungheria con le sue vendette rese Napoli teatro di un disordine civile e militare, rinfocolato continuamente dagli episodi di violenza efferata perpetrati dagli Ungheresi, fra' Moriale, ad onta della tonaca, saccheggiò il palazzo del suo signore. Poi, messosi a capo di una numerosa masnada, approfittò della situazione, contribuendo a rendere più triste l'esistenza dei sudditi della regina Giovanna. Quando scoppiata la peste, Luigi, per ritornarsene in patria, affidò l'amministrazione e il controllo del regno napoletano al voivoda Stefano Lacak e ai fratelli Wolff, fra' Moriale si associò a questi e partecipò a tutte le azioni di rapina col titolo di vicario di Aversa. Al seguito del re ungherese era venuto anche "qual fatale strumento di miseria" un condottiero ardito e altero, che della ferocia e cinismo aveva fatto la sua bandiera: il duca Werner (comunemente Guarnieri) di Ursungen. Dopo alterne vicende che lo videro prima amico e poi, al soldo di Giovanna, come nemico dei fratelli Wolff, il Werner finì con l'allearsi al gruppo di cui questi facevano parte. | |||
Giovanna II |
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-Da
una tale alleanza ne sortì un esercito di ben 10.000 armati, che,
su suggerimento del vòivoda Lacak, si dette delle regole e dei
capi. Così organizzati presero posizione ad Aversa, e da quel momento
la città divenne la base da cui partivano raids per saccheggi e
rapine contro convogli e persone diretti a Napoli nonché contro
i casali circostanti. |
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| -Quindi uscirono con un esercito di 3000 uomini. L'intento però non sortì l'effetto sperato, perché trovarono presso Melito la "Grande Compagnia "già disposta, ordinatamente in tre schiere, pronta allo scontro. I Napoletani, vinta e sbaragliata la prima schiera, si lanciarono sulla seconda, la quale oppose una scarsa resistenza per attrarre sempre più nella trappola gli incauti baroni che avevano fondato tutto e solo sull'impeto e il valore. Infatti, mentre i Napoletani erano impegnati con la seconda schiera, la prima, rinforzata da un manipolo di gente scelta, si riorganizzò sotto il comando del conte Lando e si unì con la terza. Attaccati da ogni lato, i Napoletani non resisterono a lungo e furono fatti quasi tutti prigionieri. Condotti ad Aversa, i prigionieri vennero selezionati con una logica di profitto diventata, con l'esperienza, una qualità comune ai mercenari. I soldati semplici, fossero o no di mestiere, privati delle armi e dei cavalli furono rimessi in libertà, mentre i nobili, circa venticinque tra conti e baroni furono trattenuti: avevano infatti una particolare quotazione di mercato. | ![]() |
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| - Dopo ogni vittoria campale era d'uso gratificare le squadre d'una doppia « mesata », non tanto a titolo di ricompensa per la valorosa prestazione in campo, quanto per i prigionieri ceduti al principe. Ora, dopo la vittoria di Melito, i soldati, come d'uso, chiesero questa ricompensa, la quale poiché ammontava all'enorme somma di 150.000 fiorini, mise in difficoltà il voivoda, il quale non aveva al momento disponibilità di tanto. Forse un pò sospettando un raggiro o una speculazione ai propri danni e un pò per la naturale avidità, la marmaglia intimò subito il pagamento di quanto dovutole per consuetudine, altrimenti se ne sarebbe andata via da Aversa, disperdendosi secondo la propria volontà. Il voivoda cercò di convincere i mercenari ad aspettare almeno alcuni giorni, il tempo di poter realizzare la somma vendendo il bottino. Ma irremovibili nella loro decisione se non fossero stati comunque soddisfatti per la loro richiesta, i mercenari costrinsero il voivoda a consegnar loro, come pegno di 50.000 fiorini, il proprio figlio e, a saldo del restante ammontare, i nobili catturati. I soldati appena avuti alla propria mercé gli sventurati, li sottoposero a un suppliziò bestiale per ricavarne da ognuno il massimo riscatto possibile. Distesi su una trave per terra, furono percossi selvaggiamente a furor di popolo, con calci, pietre e bastoni, fino a quando i malcapitati, ridotti orribili ammassi sanguinolenti non promisero per il loro riscatto, complessivamente, la somma richiesta dai mercenari. | ||||
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Il
voivoda credeva che finalmente la soldataglia fosse stata soddisfatta nelle
sue pretese. Ma non fu così. Incassato il riscatto dei baroni é
considerando la posizione di forza che avevano (senza di loro finiva ogni
potere dei condottieri) chiesero altre ricompense. Poiché il voivoda
dava l'impressione di indugiare nell'accogliere le richieste avanzategli,
i mercenari decisero di ucciderlo. Intuita la minaccia il voivoda scappò
coi suoi Ungheresi in Manfredonia. Rimasero ad Aversa tutti gli altri, i quali continuarono fino al Natale del 1346 le loro scorrerie in Terra di Lavoro e contro Napoli. Quando, per le continue azioni, il profitto venne meno per mancanza... della materia prima per le rapine, proposero a Luigi di Taranto un accordo: se ne sarebbero andati cedendo oltre che Aversa, ormai loro quartiere generale, anche Capua, a patto che fosse stato loro versata una somma di 120.000 fiorini. Ottenuto quanto richiesto, i capi pensarono prima di lasciare Aversa di riunire qui tutto l'esercito per dividersi il bottino, pari a circa 500.000 fiorini, accumulato durante tutte le rapine portate a segno. |
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Al
centro dell'assemblea fecero diversi mucchi della roba depredata a città,
borghi, chiese e persone e ce n'era tanta disposta per materia: mucchi di
vesti di seta, drappi d'oro e d'argento; branchi di cavalli, muli e altri
animali; e poi ancora mucchi di calici, patene, anelli e monili preziosi,
armi, vettovaglie, suppellettili. oro e argento, parte in monete e parte
in «pezzi informii». Tolta la parte spettante ai capi, di ogni
mucchio si fecero diverse porzioni in numero pari a quello delle schiere.
Ciascuna schiera poi estrasse a sorte la sua « rata », distribuendola
infine tra i soldati. Portate a termine queste operazioni> Aversa vide
fluire dalle sue mura una marea di carri, bestie e uomini diretta al nord,
chi col proposito di tornarsene oltre Alpe per godersi senza rischio il
frutto della sua ventura e chi con l'intento di trovare, sempre in Italia,
ma in altre zone, nuove possibilità di esercitare il suo mestiere. Frà Moriale no, rimase dalle nostre parti, con Corrado Lupo e una torma di Ungheresi, e continuò alla vecchia maniera. Nella primavera del 1350 Luigi d'Ungheria ridiscese in Italia col progetto, essendo rimasto vedovo, di sposare la sorella di Giovanna, ch'egli stesso aveva resa vedova di Carlo di Durazzo. Poiché questa, secondo le disposizioni testamentarie di Roberto d'Angiò, era, verificandosene le condizioni, l'erede della regina, in tal modo pensava di potersi così assicurare con tutti i crismi della legalità, il diritto al trono napoletano. Appena il sovrano ungherese sbarcò in Puglia, a Manfredonia, frà Moriale fece irruzione con 7000 dei suoi nel territorio di Benevento e, taglieggiando e saccheggiando si unì al re nei pressi di Barletta. |
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| - Ormai, isolato, senza più valide coperture e appoggi, sembra che fra' Moriale sperasse in un trattamento analogo a quello di Corrado Lupo. A tal fine s'indugiava nella permanenza in Aversa, mantenendo però un comportamento inusitato per un capitano di ventura che aveva terrorizzato per anni gli abitanti di molte contrade: non mostrava di voler mantenere il controllo di Aversa movendo guerra al re Luigi (di Taranto) né di avanzargli richieste. Alla fine fu il sovrano a prendere l'iniziativa, affidando le truppe al comando di Malatesta da Rimini, che lo assediò in Aversa. A nulla valsero per fra' Moriale le enormi ricchezze che aveva ammassato in città durante gli anni di rapine, perché, fiaccato dalla fame, fu costretto ad arrendersi, ottenendo in cambio salva la vita sua e dei suoi uomini e di poter portare con se solo mille fiorini, sparendo per sempre dalla storia della città | ||||
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Frà
Moriale continuò la sua vita errabbonda nel centro e nord Italia
con al seguito la Compagnia nella quale aveva un consiglio, segretari, contabili,
giudici e persino una forca, pronta all'uso per eseguire le sentenze di
morte. A causa delle sue origini nobili aveva conservato il gusto delle
rappresentazioni teatrali ed al seguito della compagnia si trovavano alcuni
menestrelli che componevano canti di guerra e di vittoria Si potrà
permettere di chiedere la considerevole somma di 150.000 fiorini d'oro a
Venezia per muovere guerra a Milano. Diventerà molto ricco e famoso e si sentirà talmente sicuro di sè da recarsi a Roma (1354) senza scorta, su invito di COLA DI RIENZO che lo farà catturare e condannare a morte. Ascoltata la messa, viene decapitato in Campidoglio. E’ sepolto nella chiesa di Santa Maria d’Araceli. |
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